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parte 4 di 1- 2 - 3 - 4 - 5  LE AVVENTURE DI PINOCCHIO(DI COLLODI)- RIVISTAZIONE IN CHIAVE ALCHEMICA DI ERMANDO DANESE

 

Giorgo De Rienzo scrive che «a Pinocchio l’esperienza è negata, la capacità di collegare tra loro dati e indizi non è concessa».

La conseguente situazione di una mente simile è che può essere preda d’individui più scaltri. Infatti, il burattino si lasciò abbindolato dal gatto e dalla volpe che tornarono a consigliargli di seminare le monete d’oro. Ma Collodi ci fornisce pure un generale quadro di quanto avviene nel mondo.

«Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome “Acchiappacitrulli”. Appena entrato in città, Pinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati che sbadigliavano dall’appetito, e di pecore tosate, che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza creste e senza bargigli, che chiedevano l’elemosina di un chicco di granoturco, di grosse farfalle, che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro bellissime ali colorate, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti, cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d’oro e d’argento, ormai perdute per sempre.

In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi, passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro qualche volpe, o qualche gazza ladra, o qualche uccellaccio da rapina».

Ritroviamo, in quest’allegorico e parlante quadro, l’immagine della situazione del mondo.

Krishnamurti afferma, al riguardo, che «voi siete il mondo, il mondo che voi avete creato con la vostra ambizione, con la vostra cupidigia, con i vostri interessi economici, con le vostre guerre. Suppliziare gli animali per procurarvi il cibo. Voi l’avete costruito questo mondo, fa parte di voi. Così voi siete il mondo e il mondo è voi; non c’è nessuna divisione fra voi e il mondo.

Nel momento in cui ci sarà un cambiamento radicale in ciò che siamo, porteremo la pace nel mondo. Vivremo liberamente — non licenziosamente — ma felicemente, gioiosamente. Vivremmo tutti perfettamente al sicuro. Saremmo tutti protetti, tutti avremmo cibi e case. Non vi sarebbero guerre, saremmo tutti una cosa sola. Lui è mio fratello, io sono lui. Lui è me».

Nella città simbolica, dunque, vivono gli accattoni, cioè quelli poveri di alta scienza. Qui troviamo i cani, rappresentanti delle forze dell’ordine e sempre pronti a difendere qualsiasi ordine costituito.

Poi vi sono le pecore, simboli del popolo laborioso e sempre tosato, sia che viva sotto un regime cosiddetto democratico sia totalitario. Le stesse galline starnazzanti, rappresentanti di quella parte del popolo impegnata socialmente e politicamente, sono abilmente raggirate — private di creste e di bargigli — da qualche uccellaccio da rapina.

Seguono gli artisti, simboleggiati dalle belle farfalle, costretti, però, a vendere i loro talenti e adattarsi alla forma di mercato corrente. Arrivano, poi, i cosiddetti nobili pavoni dell’aristocrazia, anch’essi, comunque, scodati da qualche signorile volpe.

La classe dominante, dunque, e, per estensione, la classe politica, è magistralmente indicata dalle perfide figure che occupano le carrozze signorili. Il direttore di un settimanale scrive a proposito di tutta la classe politica:

«Vogliono il potere, solo il potere. E per averlo sono tutti in gara, dal più piccolo partito al più grande, pronti a scannare la propria madre, a dire più bugie di Pinocchio e a tradire amici e parenti.

La politica, come la vediamo noi sudditi, è davvero troppo sporca».

«In questo mondo c’è grande tormento» conferma Krishnamurti «immenso dolore, guerra, brutalità, violenza; c’è la fame, di cui non sapete nulla. L’uomo non ha ordine dentro di sé e quindi ciò che tocca diventa sporco e caotico. La sua politica è diventata una raffinata associazione per delinquere per il potere, una truffa individuale o nazionale, un gruppo contro l’altro. La sua economia è immorale, nella libertà e nella tirannia.

L’uomo d’affari, il politicante e quasi ogni essere umano, segue, sotto la maschera della rispettabilità, i propri desideri e appetiti nascosti.

Quello che la maggior parte della gente chiama intelligenza, è semplicemente abilità in qualche attività tecnica, o furberia in affari o inganno in politica.

Gli sconsiderati e gli stolti sono sempre accecati dalle loro promesse e dalle loro speranze.
Abbiamo avuto capi in abbondanza, politici, economici, religiosi, settari, e sono stati completamente impotenti, capi che hanno le proprie teorie, i propri metodi, e ci sono migliaia di persone che li seguono, in tutto il mondo. Essi possiedono veramente un’enorme ricchezza: non solo la chiesa cattolica romana è ricca, ma anche i guru. Tutto si risolve in denaro.

Se i calcolatori, senza gli uomini politici, fossero messi nelle mani di uomini buoni, potrebbero mutare l’intera struttura del mondo. Tutti parlano di pace, ma la negano, perché ci può essere la pace, la realtà, l’amore, solo quando non c’è alcuna divisione».

«Amore e verità, armonia e bellezza» scrive Canseliet «ecco, riuniti in coppia, i quattro sostantivi che potrebbero servire da divisa all’antica Alchimia, nel suo unico scopo di pace totale e di misericordia infinita».

 

Nella città di Acchiappacitrulli non potevano mancare i rappresentanti di quella parte del mondo cosiddetta religiosa, in cui la bontà e la compassione, sentita da principio dai vari protagonisti, e simboleggiati dal colore d’oro e d’argento delle penne dei fagiani, vengono perduti, irrimediabilmente, nel cinismo e l’amarezza, accompagnati anche da brutti rospi che sovente queste persone debbono ingoiare, e dei quali devono tacere per non buttare discredito sull’ordine di appartenenza, e proseguendo, quindi, cheti, cheti.

Particolare curioso, le figure che occupano le carrozze signorili, nel loro lustro superficiale, cercano sempre di mostrarsi gentili e garbati con il loro prossimo in una forma d’ipocrisia.

Krishnamurti afferma che «quelli che sono vanitosi, presuntuosi, arroganti che si considerano tanto importanti, e si sentono soddisfatti della loro conoscenza, o di quel che possiedono, hanno una mente che cerca di coltivare l’umiltà. Non so se ve ne siete accorti.

Ma una mente piena di vanità, tesa a inseguire il successo, perché è dal successo che trae la propria importanza e presunzione, sia che si muova in campo scientifico, o religioso, o politico, non potrà mai capire che esiste una qualità che è assenza completa di vanità».

 

Il gatto e la volpe convinsero Pinocchio a seminare le sue monete d’oro, dopo andarono via e, prima di separarsi, la volpe gli ricordò di tornare entro una ventina di minuti per trovare l’albero carico di monete d’oro.

Fu proprio nella città di “Acchiappacitrulli”, quindi, che Pinocchio si trovò turlupinato dal gatto e dalla volpe. Questi personaggi, inventati dal nostro Adepto, sono diventati proverbiali. È lampante il ruolo ch’essi interpretano in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo della Terra: quella parte di persone impegnate con ogni mezzo possibile, senza la minima ombra di scrupoli, e con più falsità, recitazioni e moine possibili, per cerca di carpire la buona fede del loro prossimo.

Tutta questa umanità raggirata, poi, è magistralmente incarnata da un pappagallo, anch’esso descritto con «poche penne addosso».

Si sa che con l’epiteto “pappagallo”, popolarmente, s’intende le persone che imitano le idee degli altri, ma nell’espressione del nostro Iniziatore è ancora più profondo, indica il conformismo, il condizionamento culturale in qualsiasi parte del mondo si nasca.

Tuttavia, Collodi lo pone all’esterno della città, evidenziando, in questo modo, la figura di un “ricreduto” e lui ride, ormai, sulla propria e l’altrui sorte. Pertanto, egli si rivolge con queste parole a Pinocchio:

«Rido di quei barbagianni che credono a tutte le sciocchezze e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.

— Parli forse di me?
— Sì, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei così dolce di sale, da credere che i denari si possono seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. Anch’io l’ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene».

Pinocchio, vistosi raggirato dal gatto e dalla volpe, «preso dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò defilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini che lo avevano derubato.

Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo d’una flussione d’occhi che lo tormentava da parecchi anni.

Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia.

Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.

A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.

Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:

— Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. —

Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia».

 

Non poteva mancare, nella città di “Acchiappacitrulli”, pure il senso della giustizia umana, che il nostro Adepto ha puntualmente riportato. Quante persone, in tutto il mondo, si riconoscono in Pinocchio per aver subito piccoli o grandi ingiustizie dovute a discutibili leggi.

Tutto dipende dalla malattia del giudice, che è antica quanto il soggetto dei saggi, e gli occhiali d’oro privi di vetri è la variante ermetica, scrive Canseliet, «della mancanza di occhiali, cioè di esperienza.

Experientia firmet lumina: che l’esperienza ti fortifichi gli occhi, consiglia Michele Maier».

Colui che segue la Natura, continua Canseliet, dev’essere «saggiamente munito di un bastone, di occhiali (perspicilia) e di una buona lanterna.

La Natura è la precettrice, più esattamente, l’iniziatrice del filosofo che, grazie a lei può liberarsi dall’errore».

Accadde, però, che per festeggiare una vittoria contro i suoi nemici, l’imperatore di “Acchiappacitrulli”, oltre ai festeggiamenti «volle che fossero aperte anche le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.

— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io —, disse Pinocchio al carceriere.

— Voi no, — rispose il carceriere, — perché voi non siete del bel numero…

— Domando scusa, — replicò Pinocchio, — sono un malandrino anch’io.

— In questo caso avete mille ragioni — disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare».

Ognuno è libero di dare l’interpretazione che vuole a questo passo che dovrebbe riflettere la situazione del mondo.

 

Una volta tornato libero Pinocchio si rimise in cammino per tornare alla casa della fata, nella speranza di trovarvi pure il suo babbo, ma lungo la strada incontrò «un grosso serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntita, che gli fumava come una cappa di camino.

Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanandosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il serpente se ne andasse una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo alla strada».

Dopodiché, nel superare il serpente, «cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria».

Il serpente fiabesco ricorda di più, per usare le parole di Fulcanelli, «l’athanor dal fumo leggero che si arrampica sulla volta ogivale», che il drago ermetico.

Al riguardo dei monticelli di sassi, invece, Giovanni Pansa spiega che «sono comunemente chiamati Galgal. In Francia li denominano castellets o Molin de Joie. Quest’ultimo nome si dà a quei monticelli di pietre formati dal getto costante dei pellegrini».

Lo si usava buttare pure nel luogo dove era morto qualcuno, oggi tale pratica è stato sostituito dai fiori, ma il simbolismo resta immutato. Le pietre, o i fiori, simboli d’illuminazioni rivelano la moltiplicazione ermetica.

Fulcanelli segnala che anche «tra le attribuzioni degli araldi rientrava quella di levare, in segno di vittoria o di avvenimenti fasti, delle specie di monumenti commemorativi chiamati Monts-Joie. Erano dei semplici monticelli o mucchi di pietre, dei monti di gioia».

Cadere a testa in giù, invece, ricorda la formula solve et coagula, attribuito al demonio o a Lucifero (portatore di luce) che è l’immagine dello spirito caduto o precipitato nella materia, perché la sua luce ne venga fuori è necessario la precipitazione della grossolanità. Fulcanelli precisa che «lo spirito si eleva e la materia precipita». Ed aggiunge che è la stessa figura «di San Pietro, pietra vera e fluente sulla quale riposa l’edificio cristiano. Perché è proprio lui, il primo apostolo, che detiene le due chiavi incrociate della soluzione e della coagulazione; è lui il simbolo della pietra volatile, resa fissa e densa dal fuoco, che la fa precipitare. San Pietro, nessuno l’ignora, fu crocifisso a testa in giù…».

 

Sempre durante il ritorno a casa, Pinocchio, avendo fame, cercò di cogliere un paio di grappoli d’uva, ma fu preso in una tagliola messo da un contadino per catturare le faine che gli rubavano le galline.

Scoperto dal contadino, per punizione gli fece prendere il posto del vecchio cane da guardia.

«— Se questa notte — disse il contadino — cominciasse a piovere, tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c’è sempre la paglia che ha servito di letto per quattr’anni al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare».

Questo semplice passo nasconde un’importanza straordinaria. Fulcanelli scrive che «è la chiave della Grande Opera. Noël, nel suo Dictionnaire de la fable, scrive che “il cane era consacrato a Mercurio perché era il più vigilante e il più astuto di tutti gli dei”. È la figura del cinocefalo (kinoképhalos), che ha una testa di cane, forma mistica assai venerata dagli egiziani, che la diedero ad alcune divinità superiori, ed in particolare a Tot, il quale, in seguito, diventò l’Ermes dei greci, il Trismegisto dei filosofi, il Mercurio dei latini».

Essere sempre vigili, consapevoli è, in effetti, la chiave del mistero. Evola, trattando sempre dei misteri del Graal, cita in proposito:

«Alano — nella Terre Faraine — in mezzo a una corrente travolgente ha fatto erigere un superbo castello per il Graal: Corbenic. Questo è il castello della veglia perenne e della prova del sonno. Nessuno vi deve dormire. Corbenic è “le palais aventureus” e ogni cavaliere che vi dormì fu trovato morto l’indomani».

Il contadino è colui che si occupa dell’agricoltura celeste, che lavora la terra filosofale, mentre il cane è il suo braccio destro, il suo fuoco segreto che lavora per lui. Fulcanelli insegna che «il fuoco è raffigurato tramite il braccio destro; e sappiamo abbastanza bene che la locuzione proverbiale “essere il braccio destro di qualcuno”, si riferisce sempre all’agente incaricato d’eseguire la volontà di un superiore, nel nostro caso il fuoco».

Collodi fa anche notare che il vecchio cane da “guardia” era in combutta con i ladri (faine), cioè, tradotto esotericamente, significa che la sua vecchia attenzione era più rivolta verso il piacere della materialità che la luce della saggezza.

Pinocchio catturò le faine imprigionandole nel pollaio, richiudendovi la porta, «il quale, non contento di averla richiusa, vi posò davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a guisa di puntello».

Si tratta dello stesso gesto che compì Polifemo nell’Odissea (IX, 240 e segg.), chiudendo l’antro con un grosso macigno, imprigionando Ulisse e compagni che apostrofò come predoni.

I predatori, simboli della grossolanità che porta via l’intelligenza (volatile), sono fermati dalla pietra ermetica, cioè quella prima pietra sulla quale riposa l’edificio cristiano: l’intelligenza.

Ricevuta la grazia della libertà per il compito svolto, Pinocchio tornò al bosco della Quercia grande, «ma, guarda di qui guarda di là, non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini…

La Casina bianca non c’era più. C’era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole:

 

QUI GIACE

LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI

MORTA DI DOLORE

PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO

FRATELLINO PINOCCHIO

 

Come rimanesse il burattino, quand’ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti e acuti, che tutte le colline all’intorno ne ripetevano l’eco».

Si tratta di una variante della Mater dolorosa ermetica. La materia grossolana che si strugge a beneficio della spiritualità, grazie alle necessarie ripetizioni (eco).

Anche l’anonimo Adepto di Dampierre ha voluto riportare questa tradizione decorando il cassettone numero sei della quinta serie. Fulcanelli così descrive l’emblema:

«Una donna inginocchiata ai piedi di una tomba sulla quale si legge questa parola bizzarra,

 

.TAIACIS.

 

mostra la più profonda disperazione.

Mostrando il suo dolore, con gesti disordinati, ella rappresenta la madre dello zolfo; a lei si riferisce lo stesso vocabolo inciso sulla pietra che ricopre il suo figliolo: Taiacis. Quella parola barocca, nata, senza dubbio, da un capriccio del nostro Adepto, non è, in realtà, che una frase latina dalle parole accostate tra loro e scritta al contrario, in modo che dev’essere letta cominciando dalla fine: Sic ai at, ahimé! In tal modo almeno… (potesse rinascere). Suprema speranza in fondo al supremo dolore. Lo stesso Gesù dovette soffrire nella carne, morire e restare per tre giorni nel sepolcro, per riscattare gli uomini e risuscitare, in seguito, nella gloria della sua incarnazione umana e al compimento della sua Divina missione».

Anticamente esisteva il rituale del pianto durante la veglia funebre, l’allegoria della materia che si strugge per la spiritualità uccisa, in questo caso indicato dal defunto, era tenuto da donne che s’incaricavano di eseguirlo. Giovanni Stano segnala che nell’antica Roma queste si chiamavano «prefiche: donne che, pagate, facevano il piagnisteo, si strappavano i capelli, e ripetevano le lodi del morto».

 

Tornando a Pinocchio, «mentre si disperava a questo modo, passò su per aria un grosso colombo, il quale soffermatosi, a ali stese, gli gridò da una grande altezza:

— Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù?

— Non lo vedi? Piango! — disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta».

Anche nel battesimo di Gesù, ci dice San Marco (I, 10), che «Giovanni vide improvvisamente aprirsi i cieli e lo Spirito Santo discendere su di lui sotto forma di colomba».

            «Lo Spirito Santo» spiega Fulcanelli «è sempre raffigurato da una colomba che sta volando, cioè in croce».

            Ricordiamo che la croce è il simbolo per eccellenza dell’illuminazione.

            Ma la concezione di Collodi è ancora più profonda, ed è la stessa degli Illuminati costruttori del medioevo: le due croci, una inferiore e terrestre, — immagine del nostro calvario quotidiano — l’altra superiore e celeste, verso la quale aspiriamo, ma che possiamo raggiungere soltanto con lo sguardo.

            La colomba aveva incontrato Geppetto e poi era andata in cerca di Pinocchio.

            «L’ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare. Si fabbricava da sé una piccola barchetta per traversare l’Oceano.

            — Quanto c’è da qui alla spiaggia? — domandò Pinocchio con ansia affannosa.

            — Più di mille chilometri.

            Mille chilometri? O colombo mio, che bella cosa potessi avere le ali!…

            — Se vuoi venire ti ci porto io.

            — A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?

            — Peso? Tutt’altro! Son leggero come una foglia

            Il burattino, per evitare il pericolo di venir di sotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura».

            È l’immagine delle due nature indissolubilmente avvinti, cioè che l’illuminazione ha fatto grande presa sulla psiche.

            È quanto ci assicura San Matteo (XI, 28 e segg.) secondo le parole del Cristo-luce:

            «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio gioco sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e soave il mio peso».

            Così, grazie alla comprensione, si pone fine agli interminabili conflitti psicologici.

            Anche il Saggio di Dampierre dedicò un emblema a questo tema, dedicandogli il cassettone numero tre della quarta serie della galleria del suo castello, sempre descritto dal Maestro Fulcanelli:

            «Uscendo da folte nuvole, una mano, il cui avambraccio è piegato, tiene un ramoscello d’olivo. Questo stemma, di carattere morbido, ha come insegna:

           

            .PRVDENTI. LINITVR. DOLOR.

           

            Il saggio sa calmare il suo dolore. Il ramoscello d’olivo, simbolo della pace e della concordia, indica l’unione perfetta degli elementi generatori della Pietra Filosofale».

            «Qual è la causa del conflitto?» Chiede Krishnamurti «Su questo argomento sono stati scritti volumi su volumi. Psicologi, psichiatri, terapeuti, e tutti gli altri hanno dato spiegazioni verbali; milioni di parole sono state profuse a questo riguardo, eppure noi, tutti, rimaniamo in preda al conflitto. Quando nella mente, nel cervello c’è disordine, che è l’essenza del conflitto, il cervello non può essere tranquillo, semplice, chiaro. Questo si può dare per scontato, è una legge, come la legge di gravità, la legge per cui il sole sorge a oriente e tramonta a occidente: se vi è un conflitto soggettivo o interiore deve esserci disordine. E il cervello continuamente cerca un ordine — continuamente — perché non può vivere nel disordine; quando c’è disordine non può funzionare con chiarezza, bellezza, acutezza, al massimo della sua capacità».

 

Arrivati in riva al mare, la colomba lasciò Pinocchio e se ne andò. I pescatori del luogo dissero che Geppetto era partito a sua volta con una barca, additando verso il mare. Si vedeva in lontananza una barchetta che, ben presto, una grossa ondata fece sparire. Il burattino si tuffò per correre in aiuto di Geppetto e si trovò travolto dai marosi.

«Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte.

E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò spaventosamente e con certi lampi, che pareva di giorno.

Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia di terra. Era un’isola in mezzo al mare.

Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi se lo abballottavano tra di loro, come se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un’ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaraventò di peso sulla rena del lido e si consolò col dire:

— Anche per questa volta l’ho scampata bella!

Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio…

Quest’idea di trovarsi solo, solo, solo, in mezzo a quel gran paese disabitato, gli messe addosso tanta malinconia che stava lì lì per piangere; quando tutt’a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce, con tutta la testa fuori dall’acqua; il quale era un delfino».

Ormai sappiamo che al nostro Adepto piace segnalare qualsiasi passaggio della via lunga: la sensazione che avverte Pinocchio di sentirsi estremamente solo, è quella provata da qualsiasi neofita, vedendo che il mondo che aveva prima conosciuto ha perso la sua importanza.

Krishnamurti conferma:

«Alla fine vi troverete soli, ma con la comprensione, la consapevolezza interiore, vedendo chiaramente che tutto ciò, in realtà, non ha senso. L’appartenere a qualcosa, a un gruppo, a una qualche setta, può causare una soddisfazione momentanea, ma poi diviene alquanto noioso, deprimente e sgradevole».

Ritroviamo, poi, la tempesta della prima congiunzione nel mare ermetico che si conclude con l’arrivo sull’isola, col sole del Magistero, con la calma propria del mercurio filosofico. Collodi fa notare che ciò non dipende dalla nostra volontà: tale realizzazione è compito della Natura.

Quest’ultima allegoria è strettamente corrispondente alla descrizione che fa Fulcanelli del bassorilievo che decora la fontana del Vertbois, a Parigi.

Così scopriamo che «l’isola non è nient’altro che un’altra figurazione del pesce ermetico, nato nel mare dei Saggi — il nostro mercurio che Ermes chiama mare patents — alcuni l’hanno chiamato delfino e con altrettanta ragione. Il delfino, del quale vediamo emergere la testa nel bassorilievo, possiede anch’esso un significato altrettanto positivo. Il suo nome greco delfis, indica la “matrice”, e nessuno ignora che il mercurio è chiamato, dai filosofi, ricettacolo e matrice della pietra.

Questo pesce misterioso è il pesce regale per eccellenza, perché, si diceva, che era riservato alla tavola del re. Ma, in verità, questa denominazione aveva soltanto carattere simbolico, perché il figlio maggiore del re, colui che doveva a sua volta cingere la corona, aveva il titolo di Delfino, che è il nome di un pesce e, ancor meglio, d’un pesce regale».

Con questa catena allegorica, scopriamo pure il motivo tradizionale per cui soltanto il figlio maggiore — il primo (prima chiave) — del re poteva cingere la corona.

Il delfino con la testa fuori dall’acqua è pure la variante allegorica di Gesù che cammina sulle acque, come scrive San Giovanni (VI, 17 e segg.):

«Saliti su una barca salparono verso Cafarnao, dall’altra parte del mare. Erano già calate le tenebre e Gesù non li aveva ancora raggiunti. Spirando un gran vento il mare era agitato. Dopo aver remato per venticinque trenta stadi, videro Gesù camminare sul mare e avvicinarsi alla barca e ebbero paura. Ma egli disse loro: “Sono io non temete!”. Vollero allora prenderlo nella barca, e la barca subito giunse al luogo dov’erano diretti».

Tutti i testi posti sotto l’egida dell’Arte sacra, ci ricorda Fulcanelli che «appartengono alle categorie dei libri chiusi, ermetici, fatti per l’insegnamento orale, e per la comprensione dei quali sono assolutamente necessarie delle notevoli conoscenze simboliche».

 

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