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parte 5 di 1-2-3-4-5 LE AVVENTURE DI PINOCCHIO(DI COLLODI)

RIVISITAZIONE IN CHIAVE ALCHEMICA DI ERMANDO DANESE

 

Abbiamo visto che la stessa isola rappresenta il pesce. Il pesce lo si ritrova di rigore pure nelle diete rituali: nelle vigilie, il venerdì, ecc.

«Facciamo notare» aggiunge Fulcanelli «che in alcune basiliche bizantine, il Cristo, talvolta, era rappresentato come le sirene con una coda di pesce».

Per quanto riguarda la sirena ricordiamo che originariamente era rappresentata in aspetto di donna giovane e bella nella parte superiore del corpo e di uccello nella parte inferiore, soltanto in questa era il simbolismo è stato modificato, ma il significato è rimasto immutato: la fanciulla è l’immagine della prima madre che genera il pesce.

Il pesce, dunque, non è stato soltanto un simbolo importante del cristianesimo, ma anche di altre forme tradizionali, sempre per segnalare la precessione degli equinozi con riferimento all’era dei Pesci.

«Come pesce Vishnu guida sulle acque l’arca contenente i germi del mondo futuro» scrive Julius Evola «e dopo il cataclisma rivela i Veda, i quali, attraverso la radice vid, sapere, indicano la scienza per eccellenza; allo stesso modo che, paramenti sotto forma di pesce, l’Oannes caldaico insegna agli uomini la dottrina primordiale».

 

Continuando con le sue avventure, Pinocchio «arrivò a un piccolo paese detto “il paese delle Api industriose”. Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualcosa da fare».

Giorgio De Rienzo nota «una forte solitudine sociale, un deserto di solidarietà o anche solo di amicizia fra gli uomini di questo mondo».

«Jonathan Swift» scrive Canseliet «nel soggiorno di Gulliver a Laputa, traccia un quadro lugubre della felicità atomica; cittadini cenciosi che camminano frettolosamente nelle strade, gli occhi fissi e il volto smarrito».

Si tratta sempre dello stesso quadro millenaristico o attuale. Gli uomini cenciosi significa che sono poveri di alta scienza.

Purtroppo, afferma Krishnamurti, «la maggior parte degli esseri umani è egoista. Sono inconsapevoli del proprio egoismo; è il loro sistema di vita. E se si è consapevoli di essere egoisti, lo si nasconde con grande cura e ci si conforma al modello della società che è essenzialmente egoista».

Tuttavia, in questo paese Pinocchio tornò a incontrare la fata non più bambina ma come donna.

«Ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma».

In questo modo assumono l’interpretazione della madre dell’Opera e del bambino ermetico.

Tuttavia, i simbolismi tornano subito a intrecciarsi e Pinocchio, riprendendo il ruolo dell’uomo comune, chiede alla fata di poter crescere.

«— Ma tu non puoi crescere — replicò la Fata.

— Perché?

— Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.

— Oh! Sono stufo di fare sempre il burattino! — gridò Pinocchio dandosi uno scappellotto — Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo…

— E lo diventerai se saprai meritartelo…

— La vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l’hai promesso, non è vero?

— Te l’ho promesso, e ora dipende da te!».

Per Collodi un vero uomo è soltanto la persona che possiede una mente aperta, gli altri o sono burattini o animali ragionevoli.

Pinocchio pone pure alla fata la domanda fondamentale, quella di poter incontrare suo “Padre”.

«— Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?

— Credo di sì: anzi ne sono sicura».

Per ricevere l’inestimabile Dono dalle mani della Natura due fattori sono determinanti: la durata della vita dell’uomo e il suo stato di maturità.

In media la Grande Opera si compie oltre i 60 ai 70 anni, ma vi sono stati Adepti come Bernardo il Trevisano e lo stesso Canseliet, che hanno superato di molto quell’età.

«La nostra», dicono i Saggi, «si tratta di una professione di fede».

 

A questo punto sorge un altro spinoso problema: l’iniziazione di un individuo che ha superato gli ’anta. Infatti, questa è un’età che, per la via lunga, è da considerarsi critica, dove, come afferma Fulcanelli, «il tempo da impiegare, già notevole, diventa ancora maggiore…».

Tuttavia, anche a costoro la scienza chiede il risveglio iniziatico o dell’intelligenza. Il cambiamento totale e profondo dell’individuo.

«Per cambiamento» sosteneva Krishnamurti «non intendo una modificazione superficiale, ma piuttosto una trasformazione, un mutamento nella struttura stessa della nostra coscienza. Questo è un argomento della massima serietà. Non è cosa con cui si possa scherzare . Deve essere la nostra vita, la nostra vocazione, la nostra occupazione. Ci stiamo occupando della rivoluzione fondamentale della mente, della struttura di noi stessi nella sua completezza, perché la mente riesca a liberarsi da ogni forma di contraddizione; in modo che noi si possa essere non solamente educati, ma anche esseri umani veri, maturi e profondi».

«Pinocchio diventò serio.

— Che cosa brontoli fra i denti? — domandò la Fata con accento risentito.

— Dicevo… — mugolò il burattino a mezza voce — che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi…

— Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai tardi».

«Che si sia vecchi o giovani» insiste Krishnamurti «è adesso che il processo della vita dev’essere trasportata in un’altra dimensione».

 

Una volta andato a scuola, Pinocchio, fu attirato con un trucco da sette suoi compagni svogliati sulla riva del mare.

«Il mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio», c’informa Collodi per farci intendere di quale mare si tratta.

In breve, Pinocchio e i sette compagni passarono alle mani.

«Il più ardito dei monelli gli gridò:

— Prendi intanto questo acconto e serbalo per la cena di stasera.

E nel dir così gli appiccicò un pugno nel capo.

Ma fu come si suol dire, botta e risposta; perché il burattino, come c’era da aspettarselo, rispose subito con un altro pugno: e lì, da un momento all’altro, il combattimento diventò generale e accanito».

Si tratta di una variante allegorica dei due bambini aggressivi e battaglieri raffigurati nella cattedrale di Parigi, ma con un arricchimento simbolico. Infatti, qui sono sette contro uno, e il nostro Adepto ha cura di farci sapere che «sono sette come i peccati mortali». È una parafrasi del drago a sette teste che è impossibile uccidere con una semplice spada ordinaria, ma soltanto con una spada magica (intelligenza). Infatti, ad ogni testa abbattuta con l’uso di una spada comune, ne sorgeva prontamente un’altra.

È ciò che la maggior parte della gente chiama cambiamento, ma che in realtà si tratta di modificazione di uno stato ad un altro stato (testa).

«Se il cambiamento ha motivazione, scopo, direzione» spiega Krishnamurti «di conseguenza è solo una continuazione modificata di ciò che è stato. Tale cambiamento è privo di senso».

 

«Allora i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili, e sciolti i fagotti de’ loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i Sillabari, le Grammatiche, i Giannettini, i Minuzzoli, i Racconti del Thouar, il pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d’occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicché i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare.

Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero buoni da mangiare, correvano a frotte a fior d’acqua; ma dopo aver abboccato qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito, facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: “Non è roba per noi: siamo avvezzi a cibarci molto meglio».

«Pare che Collodi non abbia un gran rispetto per i libri altrui» nota Giorgio De Rienzo «e neppure per i suoi, se è vero che tra gli altri mette anche i Giannettini ed i Minuzzoli che ha scritto proprio lui».

I pesci ermetici si cibano di ben altri “libri”.

Il cardinale Cusano scrive che «la scienza di questo mondo, in cui si pensa di superare gli altri, è stoltezza verso Dio e, perciò, rende superbi. La vera scienza, invece, rende umile. L’intelletto, costretto dall’autorità degli scrittori, si pasce di un cibo non adatto e non naturale. Tutti coloro che per primi si dedicarono a scrivere sulla sapienza, non crebbero per il numero dei libri che allora non c’erano, ma divennero uomini perfetti per un alimento naturale. E questi furono, per sapienza, di gran lunga superiori agli altri che credono di aver fatto tanti progressi con i libri.

La sapienza grida all’aperto, nelle piazze, e la sua voce risuona perché abita nelle regioni altissime».

Lucie Lamy, trattando dell’antica cultura egizia, riporta questo profondo senso dell’antico insegnamento:

«Perché la conoscenza puramente cerebrale è peritura, come perituro è lo strumento (ais, il cervello) con cui viene acquisito».

Fulcanelli scrive in proposito:

«“Imbianca l’ottone e brucia i tuoi libri”, ci ripetono tutti gli autori migliori».

Krishnamurti, da parte sua, aggiunge:

«L’ignoranza non è la mancanza di conoscenza ma di autoconoscenza; senza autoconoscenza non c’è intelligenza. L’autoconoscenza non è cumulativa come la conoscenza, l’apprendere avviene di momento in momento.

Io non so se abbiate mai meditato su che cosa sia una buona mente. È forse quella che sa ritenere ciò che legge e funziona sulla base della memoria? La nostra istruzione è la raccolta di una massa di nozioni, e il computer fa questa raccolta più velocemente e con più precisione. È buona la mente che come un disco ripete quello che le è stato detto? Questa è l’odierna nostra educazione, imparare date per ripeterle al momento dell’esame. Che bisogno c’è di una tale istruzione? Perché dovrei portarmi nella mente i fatti? Si trovano nell’enciclopedia, nei libri, perché dovrei portarmi tutto questo nella mente?

Ma a noi piacciono le spiegazioni, il sapere. E il sapere è diventato una maledizione. Ecco, la percezione non ha niente a che fare con il sapere. Verità e sapere non vanno insieme; il sapere non può contenere l’immensità del Mistero.

Questa percezione non ha assolutamente nulla a che fare con la conoscenza, con l’esperienza; non si arriva a quest’intelligenza andando all’università».

 

Pinocchio, accusato di aver ferito un compagno, fu arrestato dai carabinieri. Riuscito a sfuggire, corse verso il mare inseguito da un cane che finì in acqua insieme a lui. Purtroppo il cane non sapendo nuotare chiese aiuto al burattino.

«— Aiutami, Pinocchio mio!… salvami dalla morte!…

A quelle grida strazianti, il burattino, che in fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a compassione».

Salvato da morte sicura, il cane gli disse:

«Addio, Pinocchio, mille grazie di avermi liberato dalla morte. Tu m’hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel che è fatto è reso. Se capita l’occasione, ci riparleremo».

Questo semplice passo nasconde una verità di notevole importanza: la legge della Creazione, dove tutto ciò che si compie, in bene o in male, è reso. La veste simbolica di questa legge è indossata dalla Giustizia, il cui candore è rappresentato da una vergine che cinge una corona d’oro e indossa una tunica bianca, ricoperta d’un ampio drappeggio di porpora. La corona d’oro simboleggia la sovranità assoluta e la tunica bianca ripete la purezza (la vergine stessa). L’ampio drappeggio di porpora raffigura la bontà, la compassione, la sollecitudine: il vero senso della pietà.

 

Mentre Pinocchio nuotava nel mare fu catturato da una grossa rete di un misterioso pescatore verde che viveva in una grotta.

«Invece dei capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde; verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin quaggiù.

Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, gridò tutto contento:

— Provvidenza benedetta! Anch’oggi potrò fare una bella scorpacciata di pesce!».

La caverna della roccia, la grotta, è una variante del vaso ermetico. Conosciamo pure il significato del colore verde, la pietra dei filosofi destinata a maturare, e della barba, geroglifico del fascio luminoso proiettato verso terra.

Questo pescatore, quotidianamente, riceve la sua razione di pesce (illuminazione).

Questo passo ci ricorda il pescatore Simone, ma sappiamo pure che, costui, come qualsiasi altro comune mortale, non pesca nulla nella notte.

Infatti, i Vangeli[5] ci assicurano che quando i discepoli andarono a pescare, «quella notte non presero niente», ma dopo l’intervento del Cristo, essi gettarono «la rete dalla parte destra della barca, e per la gran quantità di pesci non erano più capaci di tirarla su, e riempirono due barche a tal punto che quasi affondarono».

 

Il pescatore verde, dopo aver “pescato” Pinocchio, non volendo sentire ragioni, voleva friggerlo in padella, quando il provvidenziale intervento del cane, cui poco prima aveva salvato la vita, l’affrancò da morte sicura.

«— Quanto ti devo ringraziare! — disse il burattino.

— Non c’è bisogno — replicò il cane — tu salvasti me, e quel che è fatto, è reso. Si sa in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l’uno con l’altro».

Ricordiamo che per volontà del nostro Adepto la sua favola dev’essere letta in chiave millenaristica. Si tratta, quindi, di un preciso invito agli uomini della nuova Era.

Rievochiamo, a questo proposito, l’incomparabile parabola del buon samaritano raccontata nel capitolo X del Vangelo di Luca. Dove s’insegna che anche il “nemico” può essere il proprio prossimo, ossia, letteralmente, il più vicino.

 

Pinocchio, tornato alla casa della fata, che era di quattro piani, dopo aver bussato gli andò ad aprire, molto lentamente, una lumaca.

«La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si aprì. Quella brava bestiola della lumaca, a scendere dal quarto piano fino all’uscio di strada, ci aveva messo solamente nove ore».

 È la traduzione allegorica dei quattro elementi basici del Magistero, e la lentissima evoluzione della materia filosofale nel cammino dei nove gradini mistici.

 

La fata promise a Pinocchio che lo avrebbe reso un vero bambino. Per festeggiare il grande avvenimento fu pensato d’invitare tutti i compagni di scuola, «e la fata aveva fatto preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di dentro e di fuori».

Riconosciamo qui il vaso ermetico con le due nature bianco e nero (caffè e latte), ma molto più espressivo sono i panini, poiché indica che la psiche si arricchisce sia interiormente sia di notevole sapere che è propria della nostra scienza. Perciò Collodi fa notare che nell’iniziazione s’incontrano due categorie d’individui:

«Alcuni accettarono subito e di gran cuore; altri, da principio si fecero un po’ pregare: ma quando seppero che i panini da inzuppare nel caffè e latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col dire: “Verremo anche noi, per farti piacere”».

 

Il compagno prediletto di Pinocchio aveva il soprannome di Lucignolo. Il nostro Adepto fa notare che questo era dovuto al suo aspetto che «era tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte».

È la luce che arde prima dell’alba, cioè la fiamma volgare che arde nella mente dell’uomo comune.

Come si sa, costui stava attendendo un carro che lo avrebbe dovuto condurre nel Paese dei Balocchi.

Pinocchio restò assai affascinato da questa storia che attese con lui l’arrivo del carro.

«Intanto si era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro muoversi in lontananza un lumicino… e sentirono un suono di bubboli e uno squillo di trombetta, così piccolino e soffocato, che pareva il sibilo di una zanzara!…

Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.

Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini. Ma la cosa singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutti le altre bestie da tiro o da soma, avevano ai piedi degli stivali da uomo di vacchetta bianca».

Il carro si muove nell’assoluta riservatezza e, soprattutto, nel più assoluto silenzio o nel “mistero” (esoterismo).

Una variante tradizionale si ritrova a Monrupino, piccolo centro vicino Trieste. Alberto Di Graci, scrive che «a Monrupino, l’ultima domenica di Agosto si celebrano le “nozze carsiche”, la kràska-ohcet, in lingua slovena.

Nella notte del sabato, vigilia delle nozze, avviene l’avvio nel nome di Dio (Hodi-z-hogom) verso la nuova vita, simboleggiata dal viaggio della promessa sposa, verso la casa dello sposo, in un carro trainato da un bue, dove è collegata la dote, con ruote ricoperti di stracci, perché la gente del borgo, un tempo, non doveva né sentire né vedere».

Il numero dei ciuchini, invece, riconduce alla tradizione millenaristica, il nostro Adepto ha avuto cura di ricordare che si tratta di dodici pariglie, equivalenti a 24 ciuchini. Essi indicano i 24 secoli. Fulcanelli scrive che «simbolizza i dodici secoli che costituiscono il Regno del Figlio dell’Uomo e che succedono ai dodici precedenti del Regno di Dio».

Quindi, questo particolare brano dev’essere interpretato puramente secondo la tradizione del Chiliasmo, vale a dire, in chiave profetica.

Occhio, dunque, a quanto leggiamo ora. L’Iniziato passa a descrivere il conducente del carro:

«Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di “Paese dei Balocchi”.

Difatti il carro era già tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri, come tante acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare: ma nessuno diceva ohi!, nessuno si lamentava. La consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c’erano né libri, né scuole, né maestri, li rendeva così contenti e rassegnati, che non sentivano né i disagi, né gli strapazzi, né la fame, né la sete, né il sonno.

Appena che il carro si fu fermato, l’omino si volse a Lucignolo e con mille smorfie e mille manierine, gli domandò sorridendo:

— Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel fortunato paese?

— Sicuro che ci voglio venire».

Siccome il carro era troppo pieno, Lucignolo si mise seduto sulle stanghe del carro e Pinocchio, che era ormai stato convinto pure lui, provò a salire su uno dei ciuchini che, ribellandosi, lo gettò a gambe all’aria con una musata nello stomaco, provocando un coro di risate negli altri ragazzi.

«Ma l’omino non rise», ci dice Collodi. «Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso la metà dell’orecchio destro.

Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizzò con un salto sulla groppa di quel povero animale.

Quand’ecco che all’improvviso il ciuchino alzò tutt’e due le gambe di dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero burattino in mezzo alla strada sopra un monte di ghiaia.

Allora grandi risate daccapo: ma l’omino, invece di ridere, si sentì preso da tanto amore per quell’irrequieto asinello, che, con un bacio, gli portò via di netto la metà di quell’altro orecchio. Poi disse al burattino:

— Rimonta pure a cavallo e non aver paura. Quel ciuchino aveva qualche grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi e spero di averlo reso mansueto e ragionevole».

Questo particolare trova la sua variante in una scena simbolica che si può ammirare a Notre-Dame di Parigi.

Si tratta, scrive Fulcanelli, di «un motivo raffigurante un cavaliere disarcionato che si aggrappa alla criniera d’un focoso cavallo.

Il cavallo, simbolo di rapidità e leggerezza, indica la sostanza spirituale; il suo cavaliere indica la pesantezza del corpo grezzo. Ad ogni ripetizione il cavallo disarciona il suo cavaliere, il volatile abbandona il fisso; ma lo scudiero riassume nuovamente il comando, e così fin quando l’animale estenuato, vinto e sottomesso, acconsente a portare quel fardello ostinato e non può più liberarsene».

Finalmente vi fu la partenza, «i ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano, Lucignolo russava come un ghiro e l’omino seduto a cassetta, canterellava fra i denti:

Tutti la notte dormono

E io non dormo mai…

La mattina, sul far dell’alba, arrivarono felicemente nel Paese dei Balocchi».

Quest’altro paese prefigura ancora meglio i nostri tempi. Abitato soltanto da “bambini” che amano giocare dalla mattina alla sera in un chiasso assordante, è l’immagine eloquente degli attuali rumori del mondo.

«Nelle strade, un’allegria, un chiasso, uno strillìo da levar di cervello! Branchi di monelli dappertutto. chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali… Insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi.

Su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: viva i balocci! (invece di balocchi): non vogliamo più shole (invece di non vogliamo più scuole): abbasso Larin Metica (invece di l’aritmetica) e altri fiori consimili».

Tra le innumerevoli forme di svago che sono sorte a dismisura in questo mondo, Canseliet denuncia quelle della «radio o la televisione, dove in un ambiente dolciastro o eccitante, si forniscono a sazietà voci smorte, urla, frenesia, chitarre ed english. Col pretesto della Cultura e sotto la bacchetta autoritaria di alcuni specialisti vanitosi e burloni, per lo più fioriscono una fraseologia che stordisce e una dialettica completamente priva di sostanza, entrambe con l’unico scopo della beata sterilità di cervelli in delirio».

Mentre Pinocchio continuava a giocare nel Paese dei Balocchi, cominciò a crescergli le orecchie.

«Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure! Immaginatevi dunque come restò, quando si poté scorgere che i suoi orecchi, durante la notte, erano così allungati, che parevano due spazzole di padule».

La mancanza di orecchie nel burattino è simbolo di mancanza di ascolto, cioè, come diceva Krishnamurti, dell’arte di ascoltare.

Quando Pinocchio e Lucignolo si scoprirono tutte e due con le orecchie asinine, «invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare in una bella risata.

E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo».

«La parola umorismo» affermava Krishnamurti «significa realmente ridere di sé. Abbiamo tante lacrime nei nostri cuori, tanta infelicità, da poter guardare in noi stessi e ridere, osservare con chiarezza e con serietà e tuttavia ridere, se è possibile».

Così, tutti e due furono trasformati in due ciuchini proprio come quelli che tiravano il carro dell’omino, che procedeva nel silenzio, o nel mistero (religione), il cui  piccolino e soffocato squillo di trombetta è proprio degli ordini religiosi, nel loro modo di fare, nella loro caratteristica riservatezza, mostrando pure un’eccessiva severità, dietro una maschera di dolcezza, verso quelli che tirano il carro.

La causa che tutti i “bambini” che vanno col carro diventano somari, dipende proprio dalle religioni organizzate, specie in questi ultimi tempi, dove esiste l’insegnamento di uno dei rarissimi eletti della Sapienza (Ars brevis), insegnamento che è lo specchio della filosofia ermetica liberata dai simbolismi.

«E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che faceva l’Omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva una fisionomia tutta latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro, li conduceva nel Paese dei Balocchi, perché passassero tutto il loro tempo in giochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non studiare mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e contento s’impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere e sui mercati. E così in pochi anni aveva fatto fior di quattrini ed era diventato milionario».

«I riti, gli abiti, le continue ripetizioni, le preghiere, è religione questo?»  Chiede Krishnamurti «O si tratta di grandi affari? Nell’India del Sud c’è un tempio che guadagna un milione di dollari ogni tre giorni. Capite che cosa sto dicendo? Ogni tre giorni quel tempio prende un milione di dollari. E chiamiamo questa religione. È religione questa?».

 

Pinocchio, venne in seguito venduto al padrone di un circo, e dovette imparare a spiccare “salti” e a “danzare” in modo che questi potesse guadagnare molti soldi.

Collodi, come al solito, non si limita soltanto a risaltare le istituzioni religiose, ma anche quelle politiche che, insieme, governano i somari.

«Ciò è ovvio perché siamo noi che abbiamo fatto questa società» continua Krishnamurti «questo mostruoso, brutto, immorale mondo in cui viviamo. È diventato un grande circo, un circo di dolori, o un circo di piaceri.

Ciò che l’uomo ha fatto all’uomo non ha limiti. L’ha torturato, l’ha bruciato, ucciso; l’ha sfruttato in ogni modo possibile, religioso, politico, economico.

Questa è stata la storia dell’uomo nei confronti dell’uomo; l’intelligente sfrutta lo stupido, l’ignorante».

L’Adepto risalta pure il discorso che il direttore del circo rivolge al pubblico: uno sproloquio fatto di frasi sofisticate e di non senso totale.

In un testo scolastico leggiamo sul linguaggio dei politici:

«È sempre più raro ascoltare discorsi politici netti, precisi, puliti, chiari, in una parola, “comprensibili”. Addirittura si è arrivati all’interpretazione del linguaggio di taluni parlamentari, come si fa per Omero, Dante, Shakespeare!

Molti scrittori hanno espresso, nelle loro pagine, un giudizio severo su quest’abitudine certamente non corretta e non civile degli uomini politici; a volte, ricordatevi, l’ironia è più feroce di una predica».

L’intera situazione di questo circo che è il mondo, ce lo espone assai bene ancora Krishnamurti:

«C’è l’esercito, circondato dal muro dell’autointeresse; e l’uomo d’affari, chiuso nella sua torre di vetro e acciaio; e la massaia, che sfacchina per la casa aspettando il marito e i figli. C’è il sovrintendente di museo e il direttore d’orchestra, e ciascuno vive dentro un frammento di vita, e ogni frammento diviene straordinariamente importante, senza alcun rapporto, anzi in contraddizione con gli altri frammenti, e ha i suoi onori, la sua dignità sociale, i suoi profeti. Il frammento religioso non ha rapporti con la fabbrica, e la fabbrica non ha rapporti con l’artista; il generale non ha rapporti coi soldati, come il prete non ha rapporto con il laico. La società è composta di questi frammenti, e i cari benefattori e riformatori tentano di cucire insieme i pezzi rotti. Ma mediante queste separative, rotte, specializzate, l’essere umano va avanti con le sue ansie, le sue apprensioni, la sua colpa. In questo siamo tutti in rapporto fra noi, non nei nostri campi di specializzazione.

Nella cupidigia, nell’odio e nell’aggressione comuni, gli esseri umani sono in rapporto fra loro e questa violenza edifica la cultura, la società in cui viviamo. Sono la mente e il cuore che dividono — Dio e l’odio, l’amore e la violenza — e in questa dualità l’intera civiltà dell’uomo si espande e si contrae».

 

Durante uno dei salti nel circo, il ciuchino Pinocchio rimase azzoppato.

«La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando l’ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.

Allora il direttore disse al suo garzone di stalla:

— Che vuoi tu che mi faccia d’un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo.

Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domandò al garzone di stalla:

— Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?

— Venti lire.

— Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese».

Il compratore mise un macigno al collo del ciuchino e lo buttò in mare per affogarlo, ma i pesci divorarono la pelle d’asino del quale il burattino era avvolto.

Canseliet scrive che «anche la focaccia di Pelle d’Asino, dei racconti di Perrault, o di Mamma Oca, appare come un simbolo della stessa sostanza in seno alla quale si sviluppa lentamente e pazientemente l’embrione minerale.

Nel racconto allegorico, non riservato soltanto ai bambini, ma anche e soprattutto ai piccoli, a quei parvuli che Cristo comanda che si lascino avvicinare a lui, la focaccia è fatta da Pelle d’Asino, e quindi proviene da questa principessa, invero, meravigliosamente bella».

Ritirato fuori dall’acqua il ciuchino, il compratore si ritrovò legato il burattino che gli disse:

«Caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata…

— E chi è questa Fata?

— È la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d’occhio, e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balìa a se stessi».

È lo stesso significato delle parole dell’Eterno, riportate dal profeta Isaia (XLIX, 15): «Può una donna scordarsi del suo nato? Di aver pietà del figlio del suo ventre? Ma anche se una donna si scordasse — IO NO — Io non mi scorderei».

 

Dopo quelle parole Pinocchio si rituffò in mare sfuggendo, così, al compratore.

«Fatto sta che in un batter d’occhio si era tanto allontanato, che non si vedeva quasi più: ossia, si vedeva solamente sulla superficie del mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori dell’acqua e faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buonumore.

Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.

La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d’un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina».

«Questa giovane capra» insegna Fulcanelli «non è altro che il mercurio filosofico, nato dall’alleanza dei principii dello zolfo e del mercurio, e che possiede tutte le facoltà richieste per diventare il famoso ariete dal Vello d’Oro, il nostro Elisir».

Lo scoglio sulla quale si trovava la capra, non si tratta d’altro che di quei «blocchi rocciosi emergenti dall’oceano» aggiunge Fulcanelli «raffiguranti l’acqua grossolana e solidificata».

Collodi ha cura di avvertirci che era come marmo bianco, per indicarci che la purificazione della grossolanità superficiale era avvenuta.

 

Mentre si trovava ancora in acqua, Pinocchio venne inseguito da un mostro marino.

«E sapete chi era quel mostro marino?

Quel mostro marino era né più né meno quel gigantesco Pesce-cane, ricordato più volte in questa storia, e che per le sue stragi e per la sua insaziabile voracità, veniva soprannominato “l’Attila dei pesci e dei pescatori”. Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio alla vista del mostro. Cercò di scansarlo, di cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocità di una saetta».

Il mostro marino raggiunse Pinocchio e lo inghiottì.

«Il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di gallina: e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità, che Pinocchio, cascando giù in corpo al Pesce-cane, batté un colpo così screanzato, da restarne sbalordito per un quarto d’ora.

Quando ritornò in sé da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a sé c’era da ogni parte un gran buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno d’inchiostro. Stette in ascolto e non senti nessun rumore: solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi capì che usciva dai polmoni del mostro. Perché bisogna sapere che il Pesce-cane soffriva moltissimo d’asma, e quando respirava, pareva proprio che tirasse la tramontana».

Nella Bibbia (Giona, II, 1), leggiamo:

«Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti».

Il neofita, divorato dalla scienza, precipita nel buio totale, poiché sono state spente le luci della mondanità della sua esistenza primitiva. Nonostante questo riceve sempre dell’aria, variante dell’acqua viva.

Anche nei Vangeli[6] leggiamo che «venuto mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

È il melius spe licebat dell’anonimo Adepto di Dampierre.

Di questo si parla pure nelle avventure del Santo Graal. Evola scrive che «una delle avventure più notevoli è quella del Castello delle Meraviglie — Chastel Mervil — di cui in Wolfram è detto: “I combattimenti che fin qui avete affrontato non erano che giochi da bambini. Vicende angosciose ora vi attendono”. In molti casi, il castello, dopo che l’eroe l’ha raggiunto e l’ha visitato, sparisce di colpo ed egli si trova su una spiaggia deserta o in una foresta».

Infatti, lo studiare i simboli ermetici è stato un gioco da ragazzi, e una volta trovata la verità (castello), questa sparisce, cioè non si è certo realizzata l’Opera, lasciando l’ermetista piuttosto deluso del risultato ottenuto.

Krishnamurti dice che «se vi rammaricate di aver perso tutto senza aver guadagnato nulla, significa che non avete capito, e mostrate di persistere nella strada dell’affermazione del sé che porta verso la destinazione da essa stessa segnata: l’autodistruzione, la solitudine, l’immaturità. Ma se vedete questa strada per ciò che realmente è, non solo alla fine, ma al principio — che, del resto, è identico alla fine — diventerà impossibile per voi camminarvi sopra.

Una volta conosciuto il pericolo può capitare che vi mettiate piede in un momento di disattenzione, ma ve ne ritrarrete immediatamente. Vederne lo squallore desolante significa abbandonarla.

Perciò quel che avete da fare è vedere che specie di strada sia, dove conduca, che rischio rappresenti; vedere, e già camminerete in un’altra direzione. Questo intendiamo quando parliamo di consapevolezza, rendersi pienamente conto dell’esistenza e del significato di una simile strada, percepire i mille movimenti della vita che, pur sembrando diversi, portano sul medesimo cammino. E non tentare di scoprire o di trovarsi sull’altra strada, perché si resterebbe in quella solita.

Non si può vedere quello che dovete fare, ma soltanto quello che non dovete fare. La totale negazione del vecchio è il cominciamento del nuovo. La nuova strada non si trova su una mappa; non può essere segnata su alcuna. Tutte le mappe indicano soltanto le strade vecchie, le strade sbagliate».

Gli studenti di secondo grado si trovano veramente in una situazione assai delicata. Molte allegorie fanno riferimento a questo fastidioso periodo del Magistero, dal quale dipende la futura Pietra Filosofale.

Filalete conferma:

«Noi che abbiamo lavorato e che conosciamo il procedimento, sappiamo certamente che non esiste lavoro più noioso della seconda operazione. Per questa ragione Morien avvertì il re Calid che molti saggi si lagnavano sempre della noia che quest’opera procurava loro… E ciò che ha fatto dire al celebre autore del Secret Hermètique che il lavoro richiesto per la seconda operazione era una fatica d’Ercole».

 

«Pinocchio, sulle prime, s’ingegnò di farsi un poco di coraggio: ma quand’ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro marino allora cominciò a piangere e a strillare: e piangendo diceva:

— Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c’è nessuno che venga a salvarmi?».

Dopodiché, «parve a Pinocchio di veder lontan lontano una specie di chiarore.

— Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? — disse Pinocchio, e cominciò a camminare a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, avviandosi un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano.

E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona, e quell’acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza Quaresima.

E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.

A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un’ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare: Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!».

Senza dubbio di Collodi possiamo dire le stesse parole che Fulcanelli indirizzò all’anonimo Adepto di Dampierre, scrivendo che i suoi «emblemi alchemici classificano il nostro Adepto tra i Maestri sconosciuti più istruiti sui misteri dell’Arte sacra».

Infatti, soltanto questo passo nasconde un vero tesoro per un decifratore d’enigmi, e confermano, se mai fosse necessario, la provata abilità del nostro Adepto.

Pinocchio incomincia a camminare mettendo un passo dietro l’altro. L’importanza delle ripetizioni della dottrina è tale che non esiste altro per uscire dal caos bianco.

«Apprendiamo anche, in modo che lo studente non ignori nulla della pratica», scrive Fulcanelli «che questa separazione o sublimazione dello spirito, deve farsi progressivamente e che bisogna ripeterla tante volte quanto lo si riterrà necessario».

Qui il Maestro fa intendere un altro particolare fondamentale, infatti, precisa che «queste reiterazioni potranno essere rinnovate tante volte quanto lo permetterà la materia».

Cioè, senza imbottire inutilmente la testa di nozioni.

Collodi, per far comprendere in quale via cammina Pinocchio, ricorda la mezza Quaresima.

La Quaresima, caratterizzata da veglie e digiuni, esprime assai bene il lungo lavoro filosofale e, specie nei primi tempi, fastidioso, per questo motivo divenuto sinonimo di cose, persone, discorsi noiosi: «Lungo come una Quaresima».

La mezza Quaresima indica la fine della seconda operazione ermetica. Diversi rituali popolari ricordavano questo importante punto della Grande Opera. Senza dubbio, quello più importante è il Segavecchia di metà Quaresima, in cui un fantoccio rappresentante una vecchia — la nostra Madre pazza — viene legata e tagliata esattamente a metà.

«Questa festa antichissima» spiega Alfredo Cattabiani «si svolge nel cuore della Quaresima, al quarto giovedì».

Franco Cardini ci assicura che «la vecchia si brucia ancora a Castel del Rio, tra Firenzuola e Imola, e bruciature o segamenti di vecchie, si avevano un po’ dappertutto, da Verona a Brescia, alla Romagna, alla Toscana, all’Umbria fino a Palermo, dove sin l’inoltrato XVIII secolo, c’era la Sirrata di la Vecchia, segata in due parti uguali, da dove uscivano dolci, frutta secca e così via».

«Il verbo greco príô» spiega Fulcanelli «significa sia segare, tagliare con la sega, sia stringere, serrare, legare fortemente. Poiché è contemporaneamente segata e stretta, dobbiamo pensare che l’ideatore di queste immagini abbia voluto indicare chiaramente il metallo e l’azione solvente esercitata su di esso».

Segare, quindi, significa tagliare, separare il sottile dal grossolano. E la cosa risulta facile se l’illuminazione ha fatto una buona presa (serrato fortemente) sulla psiche.

Soltanto in questo modo si può sperare di giungere al chiarore dov’era diretto Pinocchio. E più andava avanti e più il chiarore aumentava di splendore.

La realizzazione della seconda operazione è simboleggiata dal ritrovamento del padre vestito di bianco. Egli si cibava di pesciolini assai vivi, ci dice Collodi, per far intendere l’acqua viva. La candela che illuminava la scena era infilata in una bottiglia di cristallo verde.

A questo proposito faremo notare che la base delle candele era usanza, una volta, dipingerle di colore verde, eloquente immagine della base della nostra Opera. Da qui deriva la popolare espressione di «essere al verde». La fiamma della candela arde e disgrega la restante grossolanità.

Tra il vegliardo e Pinocchio vi fu un lungo abbraccio con la sicura promessa che non si sarebbero mai più lasciati. Indicando, così, l’indissolubilità del mercurio filosofico e base tangibile della nostra pietra.

Dopodiché, Pinocchio e Geppeto decisero di fuggire uscendo dalla bocca del mostro marino.

«Ora bisogna sapere che il Pesce-cane, essendo molto vecchio e soffrendo d’asma e di palpitazione di cuore, era costretto a dormir a bocca aperta: per cui Pinocchio, affacciandosi al principio della gola e guardando in su, poté vedere al di fuori di quell’enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.

— Questo è il vero momento di scappare, — bisbigliò allora voltandosi al suo babbo. — Il Pescecane dorme come un ghiro: il mare è tranquillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me e fra poco saremo salvi…

Ciò detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima però di fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo:

— Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci penso io.

Appena Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliuolo, Pinocchio, sicurissimo del fatto suo, si gettò nell’acqua e cominciò a nuotare. Il mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore e il Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così profondo, che non l’avrebbe svegliato nemmeno una cannonata».

Giorgio De Rienzo scrive che questo «è un passaggio che ha fatto pensare (così ha scritto il Trompeo) ad “Ulisse che esce dall’antro di Polifemo”, nell’Odissea».

E l’analogismo osservato da Trompeo è esatto. Ulisse uscì dall’antro mentre era aggrappato al ventre dell’ariete ermetico, mentre Pinocchio, come il dio-pesce Vishnu[7], nuota portando su di sé il seme della vita, variante dell’arca che porta il seme di tutti gli esseri viventi. È la traduzione nascosta della materia preparata che si allontana dalla rozza materia nella calma della notte mistica, col favore della luna, la nostra luna ermetica variante dell’acqua viva. Parmenide scrive che «quindi a buon diritto la nostra acqua Divina è chiamata la “chiave”, la “luce”, “Diana” che rischiara le tenebre della notte. Perché essa è l’ingresso di tutta l’Opera, la porta che illumina ogni uomo».

A questo punto il nostro Adepto, per far meglio intendere i tre principii ermetici, fa andare in soccorso dei due un tonno che, prendendoli in groppa, li portò felicemente a riva.

Una volta a riva incontrarono il gatto e la volpe caduti «nella più squallida miseria».

Pinocchio ricordò loro la grande legge della Creazione:

«Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: “I quattrini rubati non fanno mai frutto”… Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: “La farina del diavolo va tutta in crusca”. ».

Più tardi tornò a incontrare pure il grillo parlante, e questa volta la grande legge fu per lui.

«— Oh! mio caro Grillino, — disse Pinocchio salutandolo garbatamente.

— Ora mi chiami il “tuo caro Grillino”, non è vero? Ma ti rammenti di quando, per scacciarmi di casa tua, mi tirasti un martello di legno?…

— Hai ragione, Grillino! Scaccia anche me… tira anche a me un martello di legno: ma abbi pietà del mio povero babbo…

— Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo: ma ho voluto rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno.

— Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere e io terrò a mente la lezione che mi hai data».

 

Pinocchio andò a lavorare da un ortolano girando il bindolo del suo pozzo, per procurare del latte al suo vecchio padre. 

Egli estraeva, così, l’acqua dal pozzo dei filosofi che trasformava in latte.

Quella sorgente, spiega Fulcanelli «la mitologia la chiama Libertha e ci racconta che era una sorgente di magnesia, e che nelle vicinanze c’era un’altra sorgente chiamata la Roccia. Ambedue scaturivano da una grossa roccia la cui forma somigliava a un seno di donna; di modo che l’acqua sembrava colare da due mammelle come se fosse latte».

«— Finora questa fatica di girare il bindolo, — disse l’ortolano, — l’ho fatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel povero animale è in fin di vita.

— Mi menate a vederlo? - disse Pinocchio.

— Volentieri.

Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro.

Quando l’ebbe guardato fisso fisso, disse dentro di sé, turbandosi:

— Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi è fisonomia nuova!

E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino:

— Chi sei?

A questa domanda, il ciuchino aprì gli occhi moribondi, e rispose balbettando nel medesimo dialetto:

— Sono Lu…ci…gno…lo.

E dopo richiuse gli occhi e spirò.

— Oh! povero Lucignolo! — disse Pinocchio a mezza voce: e presa una manciata di paglia, si rasciugò una lacrima che gli colava giù per il viso».

«L’inutilità di una vita sciupata» diceva Krishnamurti «della quale ci rendiamo conto soltanto nell’ora della morte, ma allora sarà troppo tardi. L’assoluta mancanza di significato di una vita spesa in un ufficio o in una fabbrica. Andare per cinquant’anni in ufficio, un giorno dopo l’altro, e alla fine… la morte».

 

A questo proposito, congediamoci qui una breve digressione.

Una ventina d’anni fa un vecchio scrisse su un periodico, affermando che quando era bambino, mentre si trovava nella culla, vedeva sulla parete di fronte un essere come un piccolo gnomo che tutto un tratto s’ingrandiva fin quasi ad occupare l’altezza della parete.

Queste visioni si ripeterono più volte, e lo spaventarono talmente che se le ricordò per tutta la vita.

Così, nella sua vecchiaia, sebbene non l’avesse mai detto a nessuno, si decise a scrivere ad un giornale nella speranza di avere finalmente una risposta alla questione che l’assillava da anni.

L’immagine ricorrente che vedeva era una proiezione della sua mente e fa parte del condizionamento collettivo, come nei sogni. La simbologia onirica, infatti, è composta in gran parte d’immagini appartenente al condizionamento collettivo, e altre a quello individuale.

«In realtà accade questo strano, irrevocabile fatto» afferma Krishnamurti «che noi siamo tutti fatti dello stesso stampo, che facciamo esperienza della stessa angoscia, speranza, paura, morte, solitudine che causano una tale disperazione. Così voi siete l’intera umanità».

Siccome gran parte della simbologia del nostro patrimonio culturale è ermetica, così lui vedeva uno gnomo.

Lo gnomo, come abbiamo visto, è uno dei tanti simboli con cui i Saggi hanno indicato la loro materia adatta a compiere la Grande Opera. È presentato piccolo e deforme proprio perché deve ancora compiere la sua evoluzione.

Françoise D’Eaubonne scrive che secondo la leggenda «i nani prepararono i loro pasti nei fori dei menhir». Perché i nani o gli gnomi debbono svilupparsi.

Quindi, il significato del messaggio che tanto ha assillato quel povero vecchio era semplicemente fondamentale.

Il suo stesso essere lo invitava con tutta l’importanza della situazione. Cioè lo invitava, ora che era tornato per l’ennesima volta a reincarnarsi, a non sciupare più un’esistenza come aveva sempre fatto, ma di compiere lo scopo dell’esistenza, che è quella di realizzare la Grande Opera.

Per concludere, un amico di chi scrive gli ha assicurato che un uomo che viveva nella sua stessa cascina, da bambino vedeva spesso di notte delle persone di bassa statura che si recavano con un secchio a prendere l’acqua nel pozzo: la nostra acqua viva, cioè proprio come faceva Pinocchio.

 

Così, Pinocchio ora, sistematosi in una capanna, si occupava del suo babbo.

«Fatto sta, che con la sua buona volontà d’ingegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo genitore sempre malaticcio, ma per di più aveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi un vestitino nuovo».

Quando seppe che la stessa fata era malata, aumentò il lavoro per curarla, intanto le inviò i quaranta denari che gli sarebbero serviti per comprarsi il vestito nuovo.

«Poi andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli parve di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse così.

— Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d’ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l’avvenire, e sarai felice.

A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi spalancati.

Ora immaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dette un’occhiata all’intorno e invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicità quasi elegante. Saltando giù dal letto, trovò preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura.

Appena si fu vestito gli venne fatto naturalmente di mettere la mani nelle tasche e tirò fuori un piccolo portamonete d’avorio, sul quale erano scritte queste parole: “La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia tanto del suo buon cuore”.

Aperto il portamonete, invece dei quaranta soldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d’oro, tutti nuovi di zecca.

Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro. Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose.

In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre, Pinocchio non sapeva più nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti.

— E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

— Eccolo là, - rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza:

- Com’ero buffo, quand’ero un burattino!… e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!…».

Tutto l’insegnamento del grande Adepto Collodi consiste nel trasformare un burattino in un uomo. Essendo un’istruzione improntato al millenarismo, il suo insegnamento non si estende fino alla Pietra Filosofale, ma si limita all’elaborazione della pietra dei filosofi.

L’essere umano deve finirla di essere una marionetta e diventare un vero uomo, maturo, profondo e ricco di bontà.

Questo dovrà essere l’uomo muovo del Chiliasmo, o della nuova Era.

 

 

   

Bibliografia essenziale

 

Canseliet, Eugène, L’Alchimia, simbolismo ermetico e pratica filosofale, Roma, Edizioni Mediterranee, 1985.

Canseliet, Eugène, L’Alchimia, spiegata sui suoi testi classici, Roma, Edizioni Mediterranee, 1985.

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Krishnamurti, Jiddu, Verità e realtà, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1978.

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Terzoli, Giorgio, Il codice degli dei. http://www.ilcodicedeglidei.it/

 

 

 

NOTE (di tutte le parti)

[1]Nel 10450 a.C. eravamo entrati nell’era astronomica del Leone da 510 anni.

[2]«Quando si perde l’intimo contatto con la natura — scrive Krishnamurti — chiese, moschee e templi, diventano importanti».

[3]Inferno, cap. I, v. 1.

[4]Inferno, cap. I, v. 7.

[5]Luca, cap. V, vv. 5 e segg.; Giovanni, cap. XXI, vv. 3 e segg.

[6]Matteo, cap. XXVII, vv. 45-46; Marco, cap. XV, vv. 33-34.

[7]È chiaro che quanto fu scritto l’Odissea, il segno dominante era l’Ariete.

 

parte 5 di 1-2-3-4-5            fine

 

 

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