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Tematiche: Simbologia e Cultura Orientale Utility: Servizi:
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Ermando
Danese Le
Avventure di Pinocchio Studiando
questa scienza incognita, l’artista può penetrare in un ambito
inesplorato, ricco di cose da scoprire, abbondante di rivelazioni, prodigo
di meraviglie, e ricevere, infine, l’inestimabile Dono che Dio riserva
alle anime elette: la Luce della Saggezza. Con
queste testuali parole del Maestro Fulcanelli iniziamo lo studio esoterico
della bella favola di Pinocchio. «Nelle
Avventure di Pinocchio» scrive Giorgio De Rienzo «bisogna entrare
discreti: leggendo con grande attenzione. Nel leggere è bene abbandonarsi
con naturalezza al racconto, è bene starsene come in disparte, attenti e
curiosi, certamente, riflessivi, ma non invadenti, tanto meno impertinenti». «C’era
una volta… Un
re — diranno subito i miei piccoli lettori. —
No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non
era un legno di lusso, ma un semplice pezzo di catasta, di quelli che
d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco
e per riscaldare le stanze». All’inizio
della fiaba si mette in evidenza l’universalità del soggetto dei saggi,
così comune che si trova presso qualsiasi persona. Fulcanelli
scrive che «al primo piano del maniero di Lisieux c’è, scolpito sul
pilastro sinistro della facciata, un uomo primitivo che solleva e sembra
si voglia portar via un albero mal tagliato. Questo
simbolo, che pare assai oscuro, nasconde tuttavia il più importante degli
arcani secondari. Si tratta proprio del nostro albero secco». Questo
tronco può e dev’essere rivitalizzato. Il compito è affidato
all’uomo d’aspetto primitivo e selvaggio. Nella scienza ermetica
esiste la famosa leggenda allegorica dell’Uomo dei Boschi, un essere che
vive in una sorta di selvatichezza e ricorre in molte leggende popolari.
In questo modo i Saggi hanno raffigurato l’individuo che vive fuori del
condizionamento di qualsiasi tempo e civiltà. Da
questo tronco dovrà venir fuori il bambino ermetico e variante mistica
del Bambinello di Natale. «Non
so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di
legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome
mastr’Antonio se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via
della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una
ciliegia matura». Il
naso che si eleva dal volto (terra filosofale o mercurio filosofico) è
una variante del menhir, e la sua punta rossa — che ricorda il
cappuccetto rosso indossato da una graziosa bambina di un’altra
meravigliosa favola — indica l’esaltazione e il predominio dello
spirito sulla materia. «Appena
maestro ciliegia ebbe visto quel pezzo di legna, si rallegrò tutto, e
dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce: —
Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di
tavolino. Detto
fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza
e a digrossarlo, ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata,
rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile
sottile, che disse raccomandandosi: —
Non mi picchiar tanto forte! Figuratevi
come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia». Appena
visto il pezzo di legno a tempo opportuno, cioè appena scoperto la natura
del soggetto dei saggi — lo spirito o psiche comune a tutti gli uomini
— se ne rallegrò e iniziò a digrossarlo. Ma
oltre all’artista egli interpreta il vegliardo ermetico, simbolo
d’illuminazione e, per estensione, di tutta la scienza nascosta. Punto
fondamentale della favola, vi si rispecchia la filosofia naturale che non
chiede nulla di più dalle forze di un individuo, infatti il “neofita”
stesso assicura che non sarà picchiato tanto forte. Tuttavia, si
evidenzia la necessità della rivelazione e l’inevitabile impatto sulla
psiche. «E
ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di
legno». L’ascia
mistica è un simbolo molto antico. Si ritrovano asce di pietre nelle
antiche sepolture. Françoise D’Eaubonne spiega che «queste asce sono
chiamate pietre da fulmini». Fulcanelli
rivela che «Basilio Valentino ha chiamato la prima sostanza dell’Opera,
pietra di fuoco. È il segno dello Spirito Divino immortale e puro,
simbolo della vita e del fuoco». Ricordiamo
che Ulisse si servì di dodici scure per la prova con l’arco. Questo
particolare insegna al ricercatore di centrare tutti i simbolismi.
Infatti, Ulisse, tendendo magistralmente il proprio arco, scocca la
freccia centrando il primo foro (lo spirito) e, di conseguenza, centra
tutti gli altri fori delle restanti scuri, cioè gli altri arcani della
filosofia segreta che sono, per analogismo, collegati fra loro. Fulcanelli
rivela che «lo spirito è il punto oscuro, vero e proprio asse intorno al
quale ruotano tutte le combinazioni simboliche». Arriviamo,
così, all’incontro tra i due vegliardi, i due vecchi falegnami, compar
Geppetto e mastr’Antonio. «—
Chi vi ha portato da me, compar Geppetto? —
Le gambe — ». È
il pellegrino ermetico che ha camminato da solo, con le proprie gambe,
nell’autoconoscenza. L’anonimo
Adepto di Dampierre ha riproposto la stessa scena — decorando il
cassettone numero cinque della terza serie della galleria alta del suo
castello — indirizzandolo, però, a un vecchio religioso che ha dedicato
inutilmente l’esistenza all’Illuminazione spirituale e che scopre la
verità soltanto al tramonto della sua vita. Fulcanelli così riporta: «Due
pellegrini, provvisti ciascuno del proprio rosario, s’incontrano in
prossimità d’un edificio. — chiesa o cappella che distinguiamo sullo
sfondo — Uno di questi due uomini, assai vecchi, calvi, con la barba
lunga, vestiti allo stesso modo, sostiene il suo passo con l’aiuto di un
bastone, l’altro che ha la testa protetta da uno spesso cappuccio,
sembra provare una viva sorpresa dell’avventura, ed esclama: .TROPT.
TART. COGNEV. TROPT. TOST. LAISSÉ. Troppo
tardi conosciuto, troppo presto lasciato. Si
comprende perché lo sfortunato artista è dispiaciuto per la sua
ignoranza di una sostanza comune, che aveva a portata di mano, senza aver
mai pensato che essa potesse procurargli l’acqua misteriosa, invano
cercata altrove e tanto ardentemente desiderata, ma desolato d’aver
perso, in lavori inutili, il vigore fisico, indispensabile alla
realizzazione dell’Opera con questo compagno migliore». Tuttavia,
l’Iniziato Collodi, nel vecchio Geppetto, non ha voluto simboleggiarvi
l’uomo arrivato inutilmente al tramonto della vita, ma l’antichità
del soggetto dei saggi. Infatti,
ben presto i due vegliardi vennero alle mani. È l’immagine del
combattimento primitivo delle due nature contrarie (psiche illuminazione). «E
riscaldandosi sempre di più, vennero dalle parole ai fatti, e
acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si sbertucciarono. Finito
il combattimento, mastr’Antonio si trovò fra le mani la parrucca gialla
di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in bocca la parrucca
brizzolata del falegname. —
Rendimi la mia parrucca! — gridò mastr’Antonio. —
E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace. — I
due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca, si
strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita». Le
parrucche simboleggiano le proprietà delle due nature. Nella psiche la
superficiale grossolanità che sarà “catturata” e distrutta dal
solvente universale, e nell’illuminazione la parte che sarà assimilata
dallo spirito, secondo il loro scambio. Cioè,
secondo il principio ermetico, il volatile diventa fisso e il fisso
diventa volatile. Il materiale diventa spirituale (spiritualizzato) e lo
spirituale diventa materiale (assimilato). Fulcanelli
spiega che le due nature primitive (acqua viva e mercurio) dopo il
combattimento, «l’acqua diventata terra e il mercurio zolfo. Il
mercurio comune cambia di nome, col cambiare di qualità, e diventa il
mercurio dei saggi, l’umido radicale metallico, il sale celeste o sale
fiorito». A
questo punto avviene il secondo combattimento, variante della seconda
opera filosofale. «Geppetto
perse il lume degli occhi, si avventò sul falegname; e lì se ne dettero
un sacco e una sporta». Perdere
la luce degli occhi significa che l’illuminazione è stata assimilata.
L’accecamento di certi personaggi mitici non possiede altro significato. È
l’occhio del ciclope Polifemo accecato da Ulisse. Nella
mitologia celtica, John Sharkey segnala che «in una battaglia, Lugh
sfracella l’unico occhio del re dei Fomori con una pietra lanciata dalla
fionda». Si
tratta di una variante allegorica del gesto compiuto da Davide colpendo
con una fiondata il gigante dei filistei Golia (primo Libro di Samuele,
XVII, 49), e la «pietra si fissò nella fronte di lui». Nella
mitologia greca si dice che l’indovino Tiresia avesse perso la vista per
aver svelato ai mortali i segreti dell’Olimpo. Anche
Omero, l’autore dell’Iliade e dell’Odissea, si dice
fosse cieco, ossia, tradizionalmente, per aver composto gli antichi poemi
esoterici. «A
battaglia finita, mastr’Antonio si trovò due graffi di più sul naso, e
quell’altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo
i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per
tutta la vita». In
questo secondo combattimento si evidenziano i due segni (le due
operazioni) che il naso ha acquisito grazie all’illuminazione che ha
perduto mortificandosi (conti pari). La pace dei due elementi consacra la
realizzazione del mercurio filosofico. «Intanto
Geppetto prese con sé il suo bravo pezzo di legno, e ringraziato
mastr’Antonio, se ne tornò zoppicando a casa». Il
pellegrino ermetico, ricevuta l’illuminazione, riparte zoppicando verso
casa. La
ferita nella parte bassa del corpo ricorre in diverse allegorie sacre e
leggende profane. Nella
Bibbia (Genesi, XXXII), Giacobbe fu ferito alla coscia da un
angelo e vi lottò per tutta la notte (ermetica). Venne in seguito
chiamato Israele, che significa «lottare con Dio». Evola
scrive che «lo stesso re del Graal, che attende la guarigione, zoppica o
è ferito alla coscia. Egli, dopo essere stato ferito, non ha altra
occupazione possibile oltre il pescare, poiché ha costatato la propria
impotenza per altre attività. Nel Percival li Gallois, l’amo con
cui egli pesca è d’oro. Ma è anche detto che ciò che egli pesca,
quando i dolori lo tormentano non basta al suo bisogno». L’allegoria
insegna che le illuminazioni catturate dall’oro filosofico, non sono
sufficienti per lo scotto che bisogna pagare per la nostra purificazione
ed elevazione spirituale. Il
re, ormai ferito dall’illuminazione, è impossibilitato nelle altre
occupazioni mondane, e si dedica soltanto al compimento della Grande
Opera. Fulcanelli
scrive che «ora, la gioia dell’artista risiede nella sua occupazione.
In greco la parola khará, gioia, deriva da khairo,
rallegrarsi, godere di, compiacersi con, e significa anche amare. E il
lavoro dell’Opera rappresenta la sua più cara occupazione». Sempre
nei cicli del Graal, scrive Evola, l’artista che si trova in questo
stato è definito «“vivo e non vivo”; “vive e non vive”: il re
che è morto benché appaia vivo, ed è vivo benché appaia morto». «La
casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un
sottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice; una seggiola
cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di
fondo si poteva vedere un caminetto di fuoco acceso; ma il fuoco era
dipinto e accanto al fuoco c’era dipinto una pentola che bolliva
allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero». La
luce che solitamente prende la psiche grezza è quella che passa sotto la
scala filosofica. Essa è sempre seduta su una cattiva abitudine e riposa
ugualmente su una poca buona educazione, e si appaga d’insignificanti
attrazioni mondane. Per questo, sebbene tutti tentano di apparire una
persona civile, cioè avere un comportamento (fumo) corretto e virtuoso,
in realtà la pentola filosofica è falsa come lo stesso fuoco. «Appena
entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e
a fabbricare il suo burattino. —
Che nome gli metterò? — disse fra sé e sé. — Lo voglio chiamar
Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia
intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i
ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva
l’elemosina». Fulcanelli
ci spiega che si tratta della «sostanza miserabile appena materializzata,
ma che lo contiene in abbondanza». È
la primitiva illuminazione appena materializzata. Ricordiamo
che anche il “vecchio” San Giuseppe, tradizionalmente, si dice che
facesse il falegname. È l’immagine del mercurio comune che realizza il
bambino Divino dal legno mistico. La
parola Pinocchio è sinonimo di pinolo, il seme proprio del pino.
La scelta di questo nome dipende dal fatto che questa pianta è sempre
verde. Fulcanelli
scrive che «la nostra acqua, dice Mastro Arnauld de Villeneuve, prende il
nome dalle foglie di tutti gli alberi, degli alberi stessi e di tutto ciò
che ha un colore verde, per ingannare gli insensati». Nella
Genesi (I, 30) leggiamo: «A tutti gli esseri, nei quali vi è
l’alito di vita, Io do come nutrimento l’erba verde». Appena
terminato il burattino «Geppetto sentì arrivarsi un calcio sulla punta
del naso. —
Me lo merito! Dovevo pensarci prima! Ormai è tardi! E pensare che ho
penato tanto a farlo un burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo
pensarci prima!…». Quando
l’illuminazione colpisce la materia filosofale (naso), il neofita si
avvede degli errori commessi. Krishnamurti
ricorda che «negare ogni morale è essere morali, perché la morale
accettata è la morale della rispettabilità, e ho paura che tutti noi
desideriamo essere rispettati, che poi è essere riconosciuti come bravi
cittadini in una società marcia». Si
evidenzia la preoccupazione (charis) di ogni Iniziatore, nel
guidare i neofiti a superare il brutto periodo della seconda operazione: «Pinocchio
aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva
per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro». Come
tutti sanno, Geppetto dopo finisce in galera, cioè scompare dalla scena,
e Pinocchio resta da solo in casa. La
prigione dell’Opera è una variante del vaso filosofico o vergine madre. Questa
importante allegoria è spiegata assai chiaramente da Fulcanelli: «Generalmente
si raccomanda d’unire “un vegliardo sano e vigoroso con una vergine
giovane e bella”. Da queste nozze deve nascere un bambino. Uno di questi
genitori, poi, resta sempre lo stesso, ed è la vergine madre; il
vegliardo, invece, deve, compiuto il suo ruolo, cedere il posto a un altro
più giovane di lui». Ricordiamo
che la materia vergine simboleggia la psiche non ancora illuminata. Dopo
aver ricevuto i «raggi del sole», diventa la vergine madre o incinta. A
questo punto Collodi fa interpretare assai bene a Pinocchio il neofita che
al principio, ricevuta l’iniziazione, o la rivelazione, stende ad
accettarla “provando” a sfuggirla chiudendosi in se stesso. «Giunto
dinanzi casa, trovò l’uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò
dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per
terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza. Ma
quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che
fece: —
Cri-cri-cri!». Giorgio
De Rienzo coglie assai bene il senso nascosto in questa allegoria
tradizionale. Infatti, scrive che «Pinocchio all’inizio è tutta una
voglia di sgarbi. I suoi primi atti di vita sono anarchici, ribelli. Come
se il burattino ci tenesse a mettere in chiaro le cose: i suoi gesti di
sfida, che prevengono a priori qualsiasi ipotesi o progetto
d’educazione, sono gesti che affermano soltanto un disegno insolente e
caparbio di totale libertà». Sono
i vari tentativi svolti da qualsiasi iniziato per sottrarsi alla visione
della verità, perciò si cerca di sbrancare l’uscio durante la prima e
delicatissima fase della seconda operazione filosofale. «Noi
siamo spaventati» diceva Krishnamurti «noi resistiamo, noi siamo isolati
dentro le nostre ideuzze, i nostri bisogni e i nostri desideri,
ovviamente. Libertà
significa libertà dalla paura. Significa libertà da ogni forma di
resistenza. Libertà significa un movimento non isolato. Allora si può
essere liberi, allora si è naturali». Però,
ormai, il seme di verità è stato seminato sulla terra filosofale e, così,
s’incomincia a fare i conti con la “voce” della coscienza e «vide
un grosso grillo che saliva lentamente su per il muro. —
Io sono il grillo parlante, e abito in questa stanza da più di
cent’anni. Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!… —
Perché ti faccio compassione? —
Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di
legno — A
queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso di sul
banco un martello di legno lo scagliò contro il grillo parlante. Il
povero grillo ebbe appena il fiato di fare cri-cri-cri, e poi rimase lì
stecchito e appiccicato alla parete». «Pinocchio
è un mutamento continuo di umori» aggiunge De Rienzo «che è tutto nel
suo proprio parlare sempre variato di toni: un dire “impaurito” prima,
un gridare bizzoso poi, e ancora un replicare spazientito e, alla fine,
uno sbottare saltando “tutt’infuriato”». Non
si poteva meglio esprimere lo stato psichico dell’individuo nelle sue
caratteristiche reazioni durante il caos bianco, mentre continua ancora la
tempesta ermetica prodotta dallo scontro delle due nature nella
congiunzione primaria, fino alla pace del mercurio filosofico — che si
realizza lentamente — e che Pinocchio compie uccidendo il grillo con una
martellata o mazzuola degli antichi massoni. «Intanto
incominciò a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva
mangiato nulla, sentì un’uggiolina allo stomaco, che somigliava
moltissimo all’appetito. Ma
l’appetito nei ragazzi cammina presto; e di fatti dopo pochi minuti
l’appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si
convertì in una fame da lupi, una fame da tagliarsi col coltello». Le
luci della mondanità cominciano a declinare e incomincia la lunga notte
ermetica. Il neofita non riesce ancora a distinguere bene, sta ancora tra
il vedere e il non vedere, tuttavia inizia ad avere maggiore fame di
conoscenza, di sapere. La
favola continua che Pinocchio si dette da fare per trovare «qualche cosa
da masticare: ma non trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla». Questo
nulla è di un’importanza estrema per la pratica dell’Opera. «Il
mercurio filosofico» spiega Fulcanelli «unica sostanza del Magistero,
non può mai produrre il nulla se non muore, se non fermenta e non va in
putrefazione alla fine del primo stadio dell’Opera. Estratto
dal nulla, ne porta l’impronta e ne subisce il nome: niente. Ma i
Filosofi hanno scoperto che nella sua natura elementare e disordinata,
fatta di tenebre e di luce, di cattivo e di buono riuniti nella peggior
confusione, questo niente conteneva Tutto ciò ch’essi potevano
desiderare». Lo
stesso Polifemo, nell’Odissea (IX, 460), dice che un
“niente” lo ha accecato, uno con il nome di “Nessuno”. Questo
nulla è quello che Krishnamurti definisce «il vuoto entro cui si attua
il vedere. Bisogna avere questa qualità meditativa della mente non solo
occasionalmente, ma per tutto il giorno. E il Sacro influirà sulle nostre
vite non solo durante le ore di veglia ma anche durante il sonno».
«Per
l’appunto era una nottataccia d’inverno. Tuonava
forte forte, lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco, e un ventaccio
freddo e strapazzone, fischiando rabbiosamente e sollevando un immenso
nuvolo di polvere, faceva stridere e cigolare tutti gli alberi della
campagna». Nonostante
questo tempo, Pinocchio si recò in paese, «ma trovò tutto buio e
deserto. Le botteghe erano chiuse; le porte di casa chiuse; le finestre
chiuse, e nella strada nemmeno un cane. Pareva il paese dei morti». Pinocchio
bussò ad una porta per un po’ di pane e un vecchio, affacciatosi da una
finestra, gli disse: «—
Fatti sotto e para il cappello. — Pinocchio
si levò subito il suo cappelluccio; ma mentre faceva l’atto di pararlo,
sentì pioversi addosso un’enorme catinellata d’acqua che lo annaffiò
tutto dalla testa ai piedi, come se fosse un vaso di giranio appassito». A
parte i fulmini, simboli d’illuminazione durante la notte ermetica. La
soluzione di questa parabola appare luminosa nelle parole di Fulcanelli: «È
l’inizio attivo e dolce del fuoco di ruota, simbolizzato dal freddo e
dall’inverno, periodo embrionale, nel quale i semi, chiusi nel seno
della terra filosofale, subiscono l’influenza fermentatrice
dell’umidità. Sta per cominciare il regno di Saturno, emblema della
radicale dissoluzione, della decomposizione e del color nero». «Tornò
a casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e dalla fame: e
perché non aveva più forza di reggersi ritto, si pose a sedere,
appoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra un caldano pieno di
brace accesa. E
lì si addormentò; e nel dormire, i piedi che erano di legno gli presero
fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere. E
Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero
quelli di un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché
qualcuno aveva bussato alla porta. —
Chi è — domandò sbadigliando e stropicciandosi gli occhi. —
Sono io — rispose una voce. Quella
voce era la voce di Geppetto». In
questa favola, in cui l’Autore pare non voglia tralasciar nulla,
troviamo pure l’inspiegabile paura di camminare con le proprie gambe,
bruciandocele nel crogiolo dell’indolenza, accordando agli altri il
compito di guidarci. Krishnamurti
consiglia: «Voi
dovete camminare con le vostre gambe, dovete fare il viaggio da solo, e in
quel viaggio dovete essere il vostro maestro, non c’è nessuno che vi
dica cosa fare. Abbiamo
bisogno dell’aiuto di qualcuno per essere liberi dalla paura? Degli
psicologi, degli psicoterapeuti, degli psichiatri, o del prete, o del guru
che dice: “Abbandonate tutto a me, compreso il vostro denaro e starete
perfettamente bene”. Voi avete decine di aiutanti, dai grandi capi
religiosi — Dio ce ne guardi! — giù fino al povero psicologo dietro
l’angolo». Ma
sul far del giorno — all’alba ermetica — Pinocchio fu svegliato
dalla voce del vegliardo Geppetto. Il
vecchio falegname gli dette da mangiare tre frutti mistici — tre pere
— immagini dell’intera Opera o della rivelazione totale, e Pinocchio,
«quand’ebbe finito di mangiare, si batté tutto contento le mani sul
corpo, e disse gongolando: Geppetto
fu costretto a rifargli i piedi, e Pinocchio gli promise che sarebbe
andato a scuola. «—
Per andare a scuola mi manca sempre qualcosa: anzi mi manca il più e il
meglio. —
Cioè? —
Mi manca l’Abbecedario». Lo
studio della scienza sublime — il più e il meglio — è presentato
sotto l’aspetto di un abbecedario, e certo non poteva essere più
espressivo di un libro preparatorio allo studio quello di un libro
iniziatico. Per
acquistare quest’abbecedario, Geppetto «dové vendere l’unica casacca
che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una
piaga». Ancora
una volta si evidenzia la vecchia personalità, misera e contraddittoria,
che bisogna barattare per avere tra le mani la scienza semplice e
naturale. Però,
come scrive Fulcanelli, questa scienza «all’inizio si cerca soltanto di
evitarla e la si disprezza senza ragione». E, infatti, Pinocchio cedette
l’abbecedario per soli quattro soldi. Un’altra
bella immagine, che contempla pure questa fiaba, è quella dell’uomo che
ama soprattutto le scappatoie della vita, come le definiva Krishnamurti:
giochi, intrattenimenti, ecc. Infatti,
Pinocchio, mentre si recava a scuola, «gli parve di sentire in lontananza
una musica di pifferi e di colpi di gran cassa: pì-pì-pì, pì-pì-pì,
zum, zum, zum, zum, zum. Si
fermò e stette in ascolto. —
Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se no… E
rimase lì perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione; o a
scuola, o a sentire i pifferi. —
Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a scuola: per andare a scuola
c’è sempre tempo, — disse finalmente quel monello facendo una
spallucciata». Il
fatto è, costatava Krishnamurti, «che la gente non è seria. Giocano con
le cose nuove, si divertono a passare da una cosa all’altra. Credono che
questo sia cercare, indagare, ma restano intrappolati nelle cose e alla
fine non ottengono che ceneri. Diventa sempre più difficile per gli
uomini essere seri, ascoltare, vedere ciò che sono, e non ciò che
dovrebbero essere. La maggior parte della gente dice: “Per l’amor di
Dio, lasciatemi in pace! Ho la mia casa, mia moglie, la mia macchina, la
mia barca, e tutto il resto. Per l’amor di Dio, non cambiate niente
finché sarò vivo”. Personalmente
avverto un senso d’urgenza, perché ovunque, in India, in Europa e in
America, vedo inerzia, disperazione, il senso che non vi sia speranza. Il
rapporto è di estrema importanza. Se nel rapporto c’è conflitto,
creiamo una società che ampli quel conflitto attraverso l’educazione,
attraverso i nazionalismi e tutto il resto. Una persona seria, seria nel
senso che si preoccupa e si impegna realmente, deve dare tutta la sua
attenzione al problema del rapporto, della libertà e della conoscenza». Come
arrivare a questa serietà collettiva? A questo compito fondamentale? La
soluzione lo indica l’Adepto Collodi che, in questo punto della favola,
passa alla tradizione millenaristica, la cui chiave fondamentale sta
nell’arrivo di Pinocchio nel gran teatro dei burattini.. «Quando
Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che destò
una mezza rivoluzione. Bisogna
sapere che il sipario era tirato su e la commedia era già incominciata. Sulla
scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di loro
e, secondo il solito, minacciavano da un momento all’altro di scambiarsi
un carico di schiaffi e di bastonate. La
platea, tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate, nel sentire
il battibecco di quei due burattini, che gestivano e si trattavano di ogni
vitupero con tanta verità, come se fossero proprio due animali
ragionevoli e due persone di questo mondo. Quando
all’improvviso, che è che non è, Arlecchino smette di recitare, e
voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo
alla platea, comincia a urlare in modo drammatico: —
Numi del firmamento! Sogno o son desto? Eppure quello laggiù è
Pinocchio!… —
È Pinocchio davvero — grida Pulcinella. —
È proprio lui — strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo
alla scena. —
È Pinocchio! È Pinocchio! — urlano in coro tutti i burattini, uscendo
a salti fuori dalle quinte. — È Pinocchio! È il nostro fratello
Pinocchio! Evviva Pinocchio!… —
Pinocchio, vieni quassù da me, — grida Arlecchino, — vieni a gettarti
fra le braccia dei tuoi fratelli di legno! —. A
quest’affettuoso invito Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla
platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti
monta sulla testa del direttore d’orchestra, e di lì schizza sul
palcoscenico. È
impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i
pizzicotti dell’amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza,
che Pinocchio ricevé in mezzo a tanto arruffio dagli attori e dalle
attrici. I burattini, postosi Pinocchio sulle spalle, se lo portarono in
trionfo davanti ai lumi della ribalta e, accesi i lumi e i lampadari, come
in serata di gala, cominciarono a saltare e a ballare. Era l’alba, e
ballavano sempre». Bellissima
immagine del teatro mondiale dove gli uomini-burattini si trovano, da un
momento all’altro, pronti a scambiarsi un carico di schiaffi e di
bastonate. Ma all’alba della Nuova Era, o Età dell’Oro, riconosciuto
Pinocchio portatore della Verità, smettono di recitare il solito dramma
della vita e ballano ormai nella danza mistica della Grande Opera. Questa
umanità, l’Iniziato Charles Perrault, la fa interpretare dalla Bella
Addormentata: «Poiché
la fine dell’incantesimo era arrivata, la principessa si svegliò e
guardandolo con occhi teneri: “Siete
voi mio principe?” Gli chiese. “Vi siete fatto molto aspettare!”». «Chi
starà attento al minimo di queste cose» scrive Jean Cocteau «allora
questi si sentirà dire: “Ben
arrivato! Da quanto tempo ti aspettammo!”». Anche
Canseliet attendeva impaziente: «Da
dove verrà, sul suo grande cavallo bianco, l’inflessibile cavaliere
della giustizia? È
davvero un danno enorme, per l’insieme degli uomini, che non sia stato
pubblicato il terzo libro di Fulcanelli, che dipingeva la fine della
gloria del mondo conformemente al suo titolo latino: FINIS
GLORIAE MUNDI» Nel
Libro dei Morti (LXIV), il cavaliere atteso precisa la sua
venuta: «Calcolando
e tenendo in debito conto i giorni e le ore propizie delle stelle di
Orione e delle dodici divinità che le reggono, ecco che esse congiungono
le mani palmo a palmo, ma la sesta fra esse pende sull’orlo
dell’Abisso. Nell’ora della disfatta del demonio ecco che io giungo
quale trionfatore». Lo
stesso senso leggiamo nell’Apocalisse (X, 5 e segg.): «Allora
l’angelo alzò la destra verso il cielo e giurò per Colui che vive nei
secoli dei secoli: “Non vi sarà più dilazione di tempo! Ma quando il settimo
angelo farà udire il suono della sua tromba, allora si compirà il
mistero di Dio come egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti”». La
chiave di lettura è data dalla precessione degli equinozi. Alfredo
Cattabiani ricorda che «il nostro pianeta, il cui asse è inclinato
rispetto all’attrazione solare, si comporta come un giroscopio
gigantesco che compia una rivoluzione ogni 25.920 anni. L’inclinazione
provoca un continuo spostamento dell’equatore celeste che interseca il
cerchio inclinato dell’eclittica lungo una serie regolare di punti con
moto uniforme da est a ovest. I punti dove i due cerchi s’intersecano,
sono i punti equinoziali. Il sole, pertanto, percorrendo l’eclittica nel
corso dell’anno, incontra l’equatore in un punto che, col passare
degli anni, si sposta lungo la fascia dei segni zodiacali. Questo è
quanto s’intende per precessione degli equinozi: essi “precedono”
perché si muovono in senso contrario a quello dell’ordine progressivo
dei segni zodiacali che il sole stabilisce nel suo percorso annuale. Il
punto vernale, che indica per tradizione l’inizio della primavera e
dell’anno, si verificherà via via in un segno dopo l’altro. Il che
significa che il sole sorge assieme alla costellazione rendendola
invisibile. Da circa duemila anni si dice — per comodità — che il
sole equinoziale sorge nell’Ariete; ma è una convenzione perché in
realtà oggi il sole sorge nei Pesci e in futuro sarà nell’Acquario». Ora,
Giorgio Terzoli, grazie alla sua importante scoperta, ci fa comprendere i
passi profetici. «La
Sfinge, la famosa statua del leone dal volto umano, si trova accovacciata
ai piedi della rampa precessionale di Chefren. Essa è perfettamente
allineata all’est vero, dove il sole sorge nei due giorni equinoziali e
fissava direttamente il suo corrispettivo celeste, cioè la levata del
sole equinoziale nella costellazione del Leone nell’anno 10450 a.C.[1]
ed in quella precisa data, della costellazione del Leone si vedeva solo la
testa, il dorso e le spalle. Le stesse che appaiono guardando la Sfinge
dal suo profilo da sud. In
quella data si verificò una congiunzione particolarmente spettacolare,
una congiunzione che coinvolgeva il momento del sorgere del sole, la
costellazione del Leone e il punto di transito sul meridiano delle 3
stelle della cintura di Orione. La
Sfinge e le 3 piramidi di Giza rappresentano questa congiunzione celeste
unica che segnala l’inizio dell’era precesssionale del Leone e
l’inizio del ciclo precessionale ascendente delle 3 stelle della cintura
di Orione. Quindi
la Sfinge segnala l’ora precessionale e le 3 stelle della cintura di
Orione ci segnalano i minuti precessionali. Le
due lancette fermano l’ora di partenza del messaggio il 10450 a.C. La
partenza del messaggio era fissata in maniera unica ed irripetibile
dall’evento astronomico sopraccitato». Chiarito
questo importante punto, Terzoli passa a spiegare il passo profetico del Libro
dei Morti: «Le
12 divinità che reggono le stelle di Orione non sono altro che le 12
costellazioni che incontriamo per effetto della precessione. “Ecco
che esse congiungono le mani palmo a palmo”, con il simbolismo questa
immagine poetica ribadisce il lento incedere della precessione. “Ma la
Sesta fra esse pende sull’orlo dell’Abisso”. Quindi
partendo dalla data di partenza segnalataci dalla Sfinge e dalle tre
stelle della cintura di Orione, possiamo contare che ora precessionale ci
viene segnalata: la sesta. Partendo ovviamente dall’era del Leone
che è la prima, Cancro la seconda, Gemelli la terza, Toro la quarta,
Ariete la quinta e infine Pesci la sesta, ora precessionale partendo
dall’era del Leone. Quindi, l’orlo dell’abisso è alla fine della
sesta ora precessionale, partendo dall’era del Leone, quindi la fine
dell’era dei Pesci, il nostro tempo». È
così chiarito l’enigma della grande attesa della Sfinge. Lei ha atteso
per millenni l’equinozio di primavera dell’era dell’Acquario. Così,
nella nostra epoca, all’equinozio di primavera, fissando la
costellazione dell’Acquario, torna allegoricamente a guardare se stessa,
poiché riguarda l’era della sua rivelazione, come conferma San Matteo (XXIV,
14): «Quando
questo Vangelo del Regno sarà predicato in tutta la Terra abitata, come
testimonianza a tutte le genti, allora verrà la fine». «La
Sfinge protegge e domina la Scienza», si legge all’inizio de Il
mistero delle cattedrali di Fulcanelli. Terzoli
ci segnala, inoltre, che il messaggio delle piramidi e della Sfinge si
ritrova, pressoché identico, nei templi di Angkor in Cambogia. «Mentre
le tre stelle della cintura di Orione sono state riprodotte sul terreno
della piana di Giza, in Egitto nel punto più basso di culminazione, il
Nadir, le stelle della costellazione del Drago, sono state riprodotte
sulla terra con i templi di Angkor allo zenit, nel punto di culminazione
più alto, esattamente come esse si trovavano per effetto della
precessione degli equinozi nel 10450 a.C. Lo
stesso messaggio, gli stessi strumenti, la stessa data di partenza (il
10450 a.C. o l’era del Leone), la stessa data di arrivo (fra la fine
dell’era dei Pesci e l’inizio di quella dell’Acquario), le stesse
similitudini, gli stessi numeri per calcolare il fenomeno precessionale,
gli stessi miti e la stessa identica maniera di esprimersi tra due
popolazioni, che secondo la scienza ufficiale non hanno avuto nessun tipo
di contatto. Tutti
gli autori, sia antichi sia moderni, che trattano dell’argomento, non
l’anno fatto se non sotto il velo dei geroglifici, degli enigmi, delle
allegorie e delle favole». Infatti,
Terzoli fa notare che il messaggio è continuato nel tempo tra tutte le
civiltà. Ecco due punti fondamentali: «I
Sumeri si stabilirono in Mesopotamia nel 4000 a.C., cioè all’inizio
dell’era precessionale del Toro. In
una loro raffigurazione troviamo il dio solare Tesup, che indossa un
copricapo con corna e sta in piedi davanti ad un toro. Il
carattere solare della divinità è ribadito dai disegni del vestito e del
copricapo, interamente cosparsi di simboli solari. La
posizione precessionale del sole è indicata dal simbolo del toro, che
indica l’era precessionale del Toro. Per precisione i Sumeri ci
segnalano che il sole si trovava all’inizio dell’era precessionale del
Toro, (4320 a.C.) infatti, la divinità è sulla parte iniziale della
costellazione del toro, cioè le corna, indicandone così l’inizio. La
mano destra della divinità indica che sono già passate tre ere
precessionali (Leone, Cancro e Gemelli) e tre ne mancano alla fine del
messaggio (Toro, Ariete e Pesci). Praticamente
i Sumeri ci segnalano che la loro era precessionale (inizio dell’era
astronomica del Toro), è esattamente alla metà del lungo messaggio che
contempla ben sei ere precessionali. Vediamo
ora il messaggio aggiornato alla metà dell’era astronomica dei Pesci.
In una miniatura che si trova nella cattedrale di Burgo de Osma (Soria,
Spagna), realizzata attorno all’anno 1000 d.C. Il
soggetto della miniatura spagnola è quello dell’Apocalisse di San
Giovanni, infatti ritroviamo la bestia con le 7 teste, indicante le 7 ere
precessionali che il Sole deve attraversare per giungere dall’era
astronomica del Leone, all’inizio dell’era dell’Acquario. (Tutte le
teste della bestia hanno come diadema il simbolo solare.) I
6 pesci
sotto la bestia nera indicano il lento incedere precessionale che il sole
deve attraversare prima di arrivare all’abisso, in cui è atteso dal
grande serpente o Dragone, alla fine dell’era precessionale dei Pesci
(il settimo sigillo). Il
pesce nero, dove la bestia sta cavalcando, indica chiaramente che
nell’anno 1000 d.C. (epoca in cui è stata eseguita la miniatura) il
sole era all’incirca alla metà della costellazione dei Pesci. Gli
autori della miniatura sono perfettamente a conoscenza del messaggio
astronomico, infatti l’era astronomica precessionale, la metà della
costellazione dei Pesci è perfettamente in sintonia con la posizione del
sole, quando la miniatura è stata eseguita (il 1000 d.C.). Le
sette teste della bestia, con i simboli solari, indicano la partenza del
messaggio dall’era precessionale del Leone». Collodi,
lo spauracchio della “fine del mondo”, lo fa interpretare da
Mangiafuoco. «All’apparizione
inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti: nessuno fiatò più. Si
sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi e femmine,
tremavano come tante foglie. Il burattinaio era un omone così brutto, che
metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno
scarabocchio d’inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino
a terra: basta dire che, quando camminava, se la pestava con i piedi. La
sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di
vetro rosso col lume acceso di dietro, e con le mani schioccava una grossa
frusta, fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme». Spesso
la scienza ermetica è personificata in modo brutto e spaventoso, perché
reca la morte mistica. Ricordiamo la brutta strega che donò la mela —
simbolo di conoscenza — a Biancaneve, interprete dell’umanità. La
stessa popolare Befana non è meno brutta, anche se benevole perché reca
i doni… Fulcanelli ci insegna che si tratta della Madre pazza, «una
vecchia incappucciata e assai brutta. Ora la madre dei pazzi, la Madre
pazza, non è altro che la nostra scienza ermetica, considerata in tutta
l’estensione del suo insegnamento». L’aspetto
di Mangiafuoco ricorda quello del Baphomet dei templari. Fulcanelli
segnala che anche l’anonimo Adepto di Lisieux aveva scolpito, sul
pilastro centrale del primo piano della sua abitazione, «un’enorme
testa che fa una smorfia, provvista d’una barba a punta. Le gote, le
orecchie, la fronte sono stirate fino a prendere l’aspetto
d’estensioni infiammate. Questa maschera fiammeggiante, dal ghigno poco
simpatico, appare incoronata e provvista di appendici a forma di corna
infiocchettate. Con le sue corna e la sua corona, il simbolo solare assume
il significato di vero e proprio Baphomet. Figura parlante, gravida
d’insegnamento, nonostante la sua estetica rozza e primitiva. Se per
prima cosa si ritrova la fusione mistica delle nature dell’Opera, non si
è meno sorpresi dall’espressione strana, che rispecchia un ardore
struggente, espressa da questo viso inumano, spettro del giudizio
universale. E perfino la barba, geroglifico del fascio luminoso e igneo
proiettato verso terra, esprime sino a che punto il nostro Sapiente
possedesse la conoscenza esatta del nostro destino… La
teoria ciclica, parallelamente alla teoria di Ermes,
vi è esposta tanto chiaramente che, a meno d’essere ignoranti e in
malafede, non si potrebbe mettere in dubbio la scienza del nostro Adepto».
parte 1-2-3-4-5 (le note e la bibliografia nell'ultima parte)
Altre favole ermetiche:
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