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parte 3 di 1- 2 -3 -4 -5  LE AVVENTURE DI PINOCCHIO (DI COLLODI)-RIVISITAZIONE IN CHIAVE ALCHEMICA DI ERMANDO DANESE

Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono stanchi morti all’osteria del Gambero Rosso».

Fulcanelli insegna che «la seconda operazione è assolutamente simile alla prima, e la terza operazione, eseguita come le altre due, ci dà la Pietra Filosofale».

Così, i tre principii (gatto, volpe e Pinocchio), dopo aver camminato per tre volte durante la giornata filosofica, arrivarono alla sera dell’Opera alla realizzazione finale (stanchi morti): il Gambero Rosso, con il colore proprio della Pietra Filosofale.

Mentre Pinocchio dormiva all’osteria, «si trovò svegliato all’improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta della camera. Era l’oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata».

A questo brusco risveglio iniziatico nessuno neofita si è potuto sottrarre.

A mezzanotte nasce il Bambinello, la luce manifestata nella materia. La tradizione popolare insegna che i fantasmi sorgono a mezzanotte. I fantasmi simboleggiano coloro che “tornano” sempre, cioè che si reincarnano.

Friedrich Heiler cita un illuminante verso delle Upanishad:

«Anche chi è stanco del mondo dovrà tornarvi sempre di nuovo».
Friedrich Nietzsche aggiunge:

«Ahimè, l’uomo eternamente ritorna! L’uomo più vile ritorna eternamente».

Dante Alighieri[3] per bocca di Virgilio, chiede:

«Ma tu perché ritorni a tanta noia? Perché non sali il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

«Soltanto grazie alla Grande Opera» conferma Canseliet «è possibile sfuggire, quaggiù, al tracciato inesorabile della curva fatale, dapprima ascendente, poi discendente e regressivo, e sottrarsi al processo inevitabile della nascita, giovinezza, maturità, vecchiaia, concluso dalla decrepitezza e dalla morte».

La soluzione, quindi, è il risveglio iniziatico, o dell’intelligenza.

Così, aggiunge Dante[4] che «nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura».

È la stessa cosa accadde a Pinocchio, una volta fuori dell’osteria trovò il buio assoluto.

«Si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell’osteria c’era un buio così buio che non si vedeva da qui a lì».

Questo passo ricorda, come scrive Canseliet, «l’ingegnoso Hidalgo della Mancia — el ingenioso Hidalgo de la Mancha — La storia di Don Quijote ci racconta per trasparenza quella del mercurio dei saggi, il cui inizio si delinea molto singolarmente sin dal capitolo IV in cui Miguel Cervantes ci parla “di ciò che avveniva al nostro cavaliere quando uscì dall’albergo”.

Ciò che colpisce innanzitutto, in questa prima impresa del cavaliere appena armato tale, sta in ciò che precisano le due subordinate poste tra parentesi dall’autore:

 

(perché vi era anche una lancia appoggiata contro la quercia cui era attaccata la giumenta)».

 

L’osteria simboleggia il luogo di ogni appagamento psicologico che il neofita abbandona per atto d’intelligenza.

Quindi, fuori dall’albergo al neofita lo attende la giumenta e la lancia. Nel medioevo, scrive Fulcanelli, per «accedere alla pienezza del sapere, si inforcava metaforicamente la cavale, veicolo spirituale, la cui immagine tipo è il Pegaso alato dei poeti ellenici».

La lancia, invece, gli serve per combattere contro la rozza materia.

 

«Nella campagna all’intorno non si sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe all’altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il quale facendo un salto indietro per la paura, gridava: — Chi va là? — e l’eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza — Chi va là? Chi va là? Chi va là —

Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente

— Chi sei? — gli domandò Pinocchio.

— Sono l’ombra del grillo parlante — rispose l’animaletto, con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là».

Gli uccelli notturni rappresentano il volatile che si ripetono sul naso (fisso) di Pinocchio. Queste necessarie ripetizioni durante la seconda operazione filosofale, le ritroviamo pure nell’eco, fenomeno utilizzato sin dall’antichità.

Si narra che Narciso, non ricambiando l’amore della ninfa Eco, costei si strusse d’amore per lui fino alla morte; allora Nemesi, la dea della vendetta, fece innamorare Narciso della propria immagine riflessa in una pozza d’acqua di sorgente dove anche lui trovò la morte.

Il significato è che Eco, la psiche, rispondendo, trova la propria morte come la stessa illuminazione.

Fulcanelli insegna, pure, che «la materia prima, quella che serve a preparare l’Opera, è chiamata specchio dell’arte».

Bella pure la simbologia della lampada trasparente.

Fulcanelli segnala che «Senior Zadhit rinchiude, dentro una sfera trasparente, un agonizzante magrissimo. Henri de Linthaut disegna su di un foglio del manoscritto l’Auror, il corpo inanimato d’un re incoronato, steso sulla pietra tombale, mentre il suo spirito, sotto l’aspetto di un angelo, s’innalza verso una lanterna perduta tra le nubi. Ed anche noi, seguendo questi grandi Maestri, abbiamo sfruttato lo stesso tema nel frontespizio del Mistero delle Cattedrali».

Spicca, per la sua forza espressiva, il disegno di Henri de Linthaut. Qui si vede, infatti, la psiche rinnovata — perciò reso angelo — che tende verso la Lanterna o l’Illuminazione che, perduta tra le nubi, risulta totalmente e assolutamente lontana da qualsiasi azione terrena che voglia raggiungerla.

È lo stesso simbolismo che si ritrova nelle Cattedrali. Fulcanelli spiega che queste «presentano, all’interno, quelle ardite volte incrociate a sesto acuto, la cui invenzione appartiene totalmente ai Frimasons, gli Illuminati costruttori del medioevo. In tal modo i fedeli, nei templi medioevali, si trovavano posti tra due croci, l’una inferiore e terrestre, sulla quale camminano — immagine del loro calvario quotidiano — l’altra superiore e celeste, verso la quale aspirano, ma che possono raggiungere soltanto con lo sguardo».

Questa croce terrestre — risultato delle nostre passate azioni — scemerà man mano che si procede durante l’elaborazione dell’Opera.

Infatti, la Scienza antica rivela che sebbene abbiamo tutti il nostro scotto da pagare nel nostro Purgatorio, «dove l’umano spirito si purga e di salire al Cielo diventa degno», come scrive Dante (I, 5-6), tuttavia questo Iniziato ci assicura che le scale scavate nel sasso (XII, 97) diventano meno faticose quanto più si avanza verso l’alto (XII, 121 e segg.).

 

Arriviamo al punto in cui Pinocchio s’imbatte coi briganti, o assassini.

«Si voltò a guardare e vide nel buio due figuracce nere tutte imbacuccate in due sacchi di carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi».

Gli assassini inseguirono Pinocchio per lungo tempo, «e gli assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai.

Intanto cominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano sempre.

Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi a terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve…

Si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale, senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo:

— In questa casa non c’è più nessuno. Sono tutti morti.

— Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.

— Sono morta anch’io.

— Morta? E allora cosa fai costì alla finestra?

—Aspetto la bara che venga a portarmi via —

Appena detta così, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore».

Come si sa, Pinocchio fu raggiunto dal gatto e dalla volpe che, catturatolo, non riuscirono a rubargli le monete d’oro che si era messo in bocca. Allora «gli legarono le mani dietro le spalle e, passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande… e gli dissero sghignazzando:

— Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell’e morto e con la bocca spalancata».

«È il caso qui — scrive Canseliet — di avvicinare cabalisticamente la parola francese chêne (quercia) non sibilato in lingua d’öil, il termine greco chen, che indica l’oca e il cui radicale, chainô, significa aprirsi, schiudersi (la vecchia quercia cava di Nicolò Flamel) essere spalancato, avere la bocca spalancata».

Fulcanelli aggiunge che «la quercia è sempre stata scelta, dagli autori Antichi, per indicare il nome volgare del soggetto iniziale, come lo si trova in miniera».

Ricordiamo che pure il Vello d’Oro era appeso alla quercia ermetica. La quercia cava è una variante esoterica del vaso dei filosofi. Quindi, la bocca spalancata si traduce in mente aperta, intelligenza risvegliata.

Bella pure l’allegoria di Pinocchio che fugge inseguito da due figuracce nere. Egli interpreta il servus fugitivus dell’Opera, mentre le due nature primitive (nere o assimilate) sono intende sempre a catturarlo instancabilmente per tutto il lavoro del Magistero.

 

All’interno del bosco ermetico si trova la casina bianca. La fantasia del nostro Adepto è encomiabile. Il soggetto che ci interessa è puro e si trova in mezzo al “verde cupo”.

Fulcanelli, ricordandoci la purezza della donna dell’Opera, scrive che «il mercurio filosofico nasce solo da una sostanza pura, e Gesù nasce da una madre senza macchia».

E per essere più precisi, Fulcanelli spiega pure che il mercurio filosofico, il nostro bambino ermetico, «è proprio lui che occupa il ruolo della femmina nel lavoro». Infatti, è proprio questa sua natura che le permette di catturare il fuoco solare.

Il nostro Adepto, puntuale, ci dice che si tratta di una bella bambina dai capelli turchini o bluastri, geroglifici dei raggi solari condensati. Ella si trova nella sua morte mistica con le mani incrociate nel segno dell’illuminazione.

Tramite la bambina ermetica esiste una tradizione piuttosto curiosa legata alle capigliature delle nostre bambine. È, infatti, usanza farle un paio di trecce che ricordano il doppio mercurio dei saggi, ma il recondito significato sta nelle trecce.

Fulcanelli insegna che «le trecce della capigliatura è il geroglifico dell’irraggiamento solare, e indicano che l’Opera, sottomessa all’influenza dell’astro, non può venir eseguita senza la collaborazione dinamica del Sole. La treccia, chiamata in greco seirá, è adottata per raffigurare l’energia vibratoria, perché presso gli antichi popoli ellenici il sole si chiamava Seír».

 

Torniamo a Pinocchio appeso alla Quercia grande. San Paolo (Galati III, 13) scrive: «Maledetto chi pende dal legno».

Canseliet aggiunge: «Totus mundus in maligno (mali ligno) positus est; tutto il mondo è basato sul diavolo (sull’albero del male)».

La quercia è stato introdotto con diritto di cittadinanza fra le figure dell’iconografia ermetica per la durezza del suo legno, che traduce la durezza di comprendonio, infatti, la scure (simbolo d’illuminazione) spesso vi rimbalza.

Essere appeso, cioè essere sollevato da terra, indica il distacco dalle cose terrene. Nel rituale dei fuochi di san Giovanni, i rami che erano stati passati sul fuoco (illuminazione) venivano appesi alle travi perché dovevano, in conseguenza di questo fatto, senza terra, senza acqua, sospesi nell’aria, crescere, fiorire e fruttificare.

La corda dell’impiccagione è anche la cintura d’iride che separa la testa (emblema del mercurio filosofico) dal resto del corpo inferiore (grossolanità).

 

«In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva ormai più morto che vivo, la bella Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositosi alla vista di quell’infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di tramontana, batté per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi.

A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano con foga precipitosa, e un grosso falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.

— Che cosa comandate, mia graziosa fata? — disse il Falco abbassando il becco in atto di riverenza: (perché bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini non era altro in fin dei conti che una bonissima Fata che da più di mill’anni abitava nelle vicinanze di quel bosco).

Abbiamo visto che il grillo-parlante abitava da cent’anni nella casa, ora la fata da mill’anni. Questi numeri appartengono alla tradizione millenaristica. È un invito dell’Adepto a ciò che si osservi la favola soprattutto sotto questo insegnamento.

La fata ricorre in molte favole e leggende popolari.

Giovanni Pansa scrive che «una grotta che si trova tra le montagne gemelle di Campli e Civitella del Tronto (TE), è chiusa da un macigno chiamato “Porta di Ferro”. All’interno si trova una fata intenta a filare notte e giorno, e nello stesso tempo è posto a guardia di tre grossi mucchi di prezioso metallo: uno di rame, l’altro d’argento e il terzo d’oro.

Bisogna penetrare in questa grotta durante la notte profonda. Ogni tre anni. Nel primo anno prendi a tuo piacimento le monete di rame, nel secondo le monete d’argento e nel terzo quelle d’oro».

La fata, quindi, fila per tutte e tre le operazioni della Grande Opera.

 

La fata di Pinocchio ordinò al falco di togliere il burattino dalla quercia. Dopo che il falco ebbe eseguito il compito, «allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e apparve un magnifico Can-barbone».

Questo cane ebbe il compito di andare a prendere il burattino con una carrozza e lo trasportò dalla «Fata che stava aspettando sull’uscio di casa, prese in collo il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le parete di madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.

E i medici arrivarono subito, uno dopo l’altro: arrivò, cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante».

Il corvo fece la sua diagnosi:

«A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!».

Ritroviamo lo stesso tema del vive e non vive dei cicli del Graal.

Si noti pure la barba del cane, geroglifico d’illuminazione proiettato verso terra.

Fulcanelli ci fa comprendere la similitudine tra il cane e il corvo, scrivendo che «il Filosofo Artephius parla, infatti, del cane di Khorassan e della cagna di Armenia, emblemi dello zolfo e del mercurio genitori della pietra. Ma mentre la parola Armenos, che significa ciò di cui si ha bisogno, ciò che è preparato e convenientemente disposto, indica il principio passivo e femminile, il cane di Khorassan, o zolfo, ricava il suo appellativo dalla parola greca kórax, equivalente al nostro corvo».

 

Come abbiamo detto, questi particolari sono sufficienti per dimostrare sia l’alta istruzione nei misteri dell’Arte sacra posseduta dal nostro Adepto, sia la stessa conoscenza dei diversi geroglifici adottati dai suoi predecessori. È quanto insegna il Vangelo di Matteo (XIII, 52):

«Per questo ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Eliphas Levi scrive che «in Oriente, una setta di cristiani gioanniti, pretendevano che i fatti narrati nei Vangeli non fossero che delle allegorie di cui Giovanni (XXI, 25) dà la chiave dicendo che “si potrebbe riempire il mondo di libri, se si scrivessero le parole e gli atti di Gesù Cristo”; parole che, secondo essi, non sarebbero che una ridicola esagerazione, se non si trattasse, infatti, d’una allegoria che si può variare all’infinito».

 

«Appena i tre medici furono usciti dalla camera, la Fata si accostò a Pinocchio, e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un febbrone che non so dire.

Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d’acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:

— Bevila e in pochi giorni sarai guarito —

Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po’ la bocca, e poi dimandò con voce di piagnisteo:

— È dolce o amara?

— È amara, ma ti farà bene.

— Se è amara non la voglio.

— Da retta a me: bevila…

Pinocchio prese di malavoglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi se l’accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso: finalmente disse:

— È troppo amara! Troppo amara! Io non la posso bere.

— Come fai a dirlo, se non l’hai nemmeno assaggiata?».

Anche Dante[5] esclama: «Tanto è amara, che poco è più morte».

Questo è precisamente il libro dell’angelo dell’Apocalisse (X, 9) che tiene il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, e che invita a mangiarlo:

«Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele».

«Noi sappiamo quanto costa barattare i diplomi, i sigilli e le pergamene, in cambio dell’umile mantello del filosofo». Confida pure Fulcanelli «A ventiquattr’anni, abbiamo dovuto bere fino all’ultima goccia questo calice amaro. Col cuore in pena, vergognandoci degli errori commessi nei nostri anni giovanili, abbiamo dovuto bruciare libri e quaderni, confessare la nostra ignoranza e, modesti neofiti, abbiamo decifrato un’altra scienza sui banchi di un’altra scuola».

Siccome questa scienza in bocca è dolce come il miele, anche Pinocchio ricevette dalla fata una «pallina di zucchero», e dopo che ebbe bevuta la medicina, e rimessosi, «la Fata gli disse:

— Dunque la mia medicina t’ha fatto bene davvero?

— Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!…

— E allora come mai ti sei fatto tanto pregare per berla?

— Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male».

 

Dopo, a ogni domanda della fata, Pinocchio iniziò a rispondere con una bugia, e ad ogni bugia il suo naso, che ha reso famoso il burattino, si allungava sempre di più.

È l’immagine dell’egoismo esaltato dalla falsità. Collodi l’aveva già fatto notare da quando Geppetto, rappresentante dell’uomo comune, “costruiva il suo burattino per bene”.

«Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo».

«Saper di aver mentito e non giustificarsi, ma vedere la realtà del fatto, questo è onestà» spiega Krishnamurti «e in questa onestà c’è grande bellezza. La bellezza non urta nessuno. Dire di essere bugiardo è un riconoscimento della realtà; è riconoscere un errore come tale. Ma trovare ragioni, scuse o giustificazioni alla cosa è disonestà, e in questo c’è autocommiserazione. L’autocommiserazione è la tenebra della disonestà.

Uno dice una cosa che non pensa, forse per dare una parvenza di sicurezza, o perché è nervoso, timido, o si vergogna di dire una cosa che realmente è. Così l’apprensione nervosa e la paura ci fanno disonesti.

L’onestà non è l’opposto della disonestà. L’onestà non è un principio. Non è conformarsi, ma piuttosto la percezione totale di ciò che è. E la meditazione è il movimento di questa onestà nel silenzio».

 

Dopo che la fata ebbe fatto tornare il naso a dimensioni normali con l’aiuto degli uccelli — volatili — Pinocchio chiede di poter rivedere suo padre — il Padre Celeste — e la fata gli assicura che «prima che faccia notte sarà qui», alludendo alla sera dell’Opera, e per incontrarlo gli consigliò di non perdersi: «Prendi la via del bosco e sono sicura che lo incontrerai».

Durante il cammino nel bosco tornò a incontrare il gatto e la volpe, questa volta non mascherati, e gli raccontò come degli assassini l’avevano inseguito e impiccato.

«E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.

— Si può sentir di peggio? — disse la Volpe. — In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?».

Questo rifugio indica la zona di salvezza o di misericordia del millenarismo che, come abbiamo visto, è ormai alle porte; e l’Adepto ha cura di dire che la Quercia era lì a due passi…

Fulcanelli, descrivendo l’obelisco di Dammartin-sous-Tigeaux (Seine et Marne) scrive che «dalla parte meridionale si può vedere l’immagine d’una vecchia quercia scolpita in bassorilievo.

Se interroghiamo la quercia di pietra, ci può rispondere che i tempi sono vicini, perché essa ne è il presagio figurato. E l’Iniziato al quale dobbiamo l’obelisco, ebbe cura di scegliere la quercia come frontespizio della sua Opera, come prologo cabalistico di puntualizzare nel tempo l’epoca nefasta della fine del mondo».

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