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Il mistero del menhir di Finale (SV)

e il Museo Archeologico del Finale

                                                                (di Marisa Uberti)

 

Un dio Penn tra i boschi?

A circa 800 m di altitudine, in un bosco della Val Ponci (località Verzi) sopra l'importante borgo di Finale Ligure (SV) e poco distante dal Ponte delle Fate, è situato un curioso quanto enigmatico reperto: una scultura in forma antropomorfizzata, forse un personaggio divinizzato. Sicuramente fu modellato dall'Uomo in epoche remote e imprecisate: la base emerge direttamente dalla roccia, sottolineando il contatto eterno con la terra, mentre il voluminoso capo si protende verso il Cielo, fissando forse un evento astronomico significativo, oppure la levata del Sole. Il suo orientamento, infatti, è al punto cardinale N-E. Non escludo che la parte superiore del 'volto' possa essere stata concepita come sormontata da un copricapo (regale?)  modellato nella pietra.

Il pannello in loco lo definisce 'menhir', pietra che evoca 'seppur sommariamente', fattezze umane.

Numerosi studi sono stati condotti nel corso degli anni; anzitutto il curioso manufatto è situato proprio al di sopra della cosiddetta 'Grotta dell'Orso',  risalente al paleolitico, che fu esplorata a più riprese. Ha un'altezza di circa due metri e si trova all'inizio di una mulattiera che conduce nella val Ponci, il cui toponimo  deriva dalla presenza di cinque ponti che, nel II sec. d.C., costituivano la via Julia Augusta.

Molto prima dei Romani, però, altre Culture avrebbero scolpito la roccia, forse Celtico-Liguri, ed è arrivata incredibilmente fino a noi. Sculture del genere non hanno goduto di grossa simpatia durante l'epoca paleocristiana ed alto medievale, fino ad una vera e propria repressione anche in seguito. Le statue simboleggianti divinità pagane talvolta venivano riconsacrate apponendovi delle croci, oppure abbattute.

             

I Liguri pare adorassero un dio denominato Pen o Pennin, venerato sicuramente dal misterioso popolo dei Salassi, sul Gran San Bernardo (che probabilmente in antico si chiamava Montjou o Montjeu, derivante dall'antico Mons Jovis, cioè Monte Giove!). I Salassi lo ritenevano il signore del luogo, un protettore per i viandanti contro i pericoli della montagna. Quando i Romani conquistarono la zona, operarono un sincretismo religioso, identificando (o sostituendo) probabilmente Penn (che avevano ribattezzato Penninus) con Giove (Pennino), cui eressero un tempio (v. a questo link). Le Alpi Pennine, che dividono Francia ed Italia, è probabile abbiano attinto il loro nome da questo. Sul Gran San Bernardo venne scoperta un'iscrizione antichissima, pubblicata per la prima volta dallo Sponio (Miscell.et in Aris Ignotor):

LVCIVS. LVCILIVS

DEO. PENNINO

O.M.

DONVM. DEDIT

Il pannello in loco parla invece di "Giove Sabazio, in cui sono connesse la figura di Giove (re e padre degli dei, divinità della Triade Capitolina), e Sabazio, nume eponimo e tutelare del luogo. L'aspetto indigeno della divinità, indicato dal nome "Sabazio", riconduce al culto di Pen, divinità eponima dei Liguri, la cui religiosità tuttavia ben poco è nota, salvo il culto dei morti[...]", come è testimoniato dai numerosissimi reperti rivenuti nelle grotte del Finalese.

La parola 'Penn' significa appunto 'cima' ed è analogo al vocabolo 'alp' (alto, spiccato). Di quelle antiche origini, restano certamente i vocaboli Alpi, Appennini, Alpi Pennine, Penna, etc.

Secondo autori antichi come Catone, Penninus era una divinità femminile  (Pennina Dea). Potrebbe essere stata tale, in origine, a indicare la cima della montagna, la signora, dunque, la terra protesa verso il cielo, e in seguito maschilizzata per convenienza.

La divinità di Penn o Penninus non sembra comunque essere appannaggio della sola Italia settentrionale, come si legge in queste righe:

"Questo dio Pennino, ci fa sovvenire del famoso Tempio, consacrato a Giove Appennino presso Gubbio, nel bel mezzo di quella lunga catena di montagne onde Italia dall'un capo all'altro è divisa. Su che sono da riferire tanto i versi di Claudiano(Claudian, de Sexto Consul, Honor)che indicano il luogo del Tempio, quanto un'iscrizione trovata presso lo stesso luogo, nella quale vedesi attribuito a Giove l'epiteto di Apenino

IOVI

APENINO

T.VIVIS

COMO

GENES

SVLPICIA. EVFRO

SINE.CONIV

V.S.D.D.

Il Tempio di Gubbio si reputa così antico, che credonsi appartenente a quello, le celebratissime Tavole Eugubine scritte in lingua osca e ritrovate non dilungi dall'indicato luogo del Tempio" (1)

         

Grazie all'amico Umberto Cordier, preziosa guida alla scoperta del manufatto (ne ha scritto anche nella sua "Guida ai luoghi misteriosi d'Italia", Piemme, 2002, scheda n. 90, p.69), sappiamo che alcuni studiosi si sono interessati ad esso, ipotizzando che si possa trattare di una divinità celtica databile tra il 3.000- 2.000 a.C. Tito Livio (Libro XXI,38 cap. 14, dice-riferendosi ai Liguri- 'sed ab eo quod in summo sacratum vertice Peninum montani appellant') menziona l'esistenza di un dio di pietra che veniva adorato dai Liguri sulle vette più alte sottoforma di scheggione di roccia variamente lavorato, ma bastava anche - per dare l'idea- un cumulo di pietre.

Alla base della singolare sculture, si notano dei segni incisi, forse ritualmente; si dice che vengano anche ritrovati dei segni di offerta, il che vorrebbe dire che qualcuno nutre ancora una forma di 'venerazione' per questa divinità...

Avvicinandosi a questa scultura, ci si accorge che il volto non ha lineamenti, che potrebbero essere stati erosi dal tempo e dalle intemperie o scalpellati via intenzionalmente ma, ammesso che in origine ne avesse di definiti, oggi difficilmente si potrebbe- a distanza  ravvicinata - individuarvi delle caratteristiche antropomorfe (forse animalesche?).

                                      

Dunque non pare fosse importante la forma, quanto il luogo e la roccia, da sempre depositaria di segreti ancestrali cui le antiche civiltà affidarono i loro messaggi spirituali.

Il Museo Archeologico di Finale

Ridiscendendo dalla Val Ponci, è 'obbligatoria' una visita all'interessante raccolta del Museo, allestito ni chiostri dell'ex monastero di Santa Caterina nel centro storico di Finalborgo, dove si ripercorrono millenni di storia e di archeologia del territorio finalese, ricchissimo di testimonianze preistoriche e protostoriche. Le sue caratteristiche geologiche, infatti, caratterizzate da un elevato numero di caverne, grotte e ripari sotto roccia di origine carsica, hanno indotto l'Uomo preistorico ad abitarle, a seppellirvi i morti, permettendoci di ricostruire il loro Pensiero, le loro usanze e i culti funerari. Poco resta invece delle abitazioni, che erano capanne, le quali -essendo all'aperto- sono state cancellate dall'erosione, lasciando labili indizi della loro presenza.

Con tutte queste grotte e cavità misteriose, è logico che studiosi e appassionati si siano spinti alla loro scoperta, specialmente nell' Ottocento, quando il fervore per la conoscenza del passato era all'apice. Quanti ' passi nel mistero' devono aver fatto! Immaginiamo la loro avventura, le loro aspettative, il loro stupore e la soddisfazione nel venire ricompensati con reperti tanto abbondanti e fondamentali per lo studio delle civiltà antiche nel territorio ligure. Le grotte del finalese divennero per decenni una vera e propria fucina per la nascita di una nuova scienza, la Paletnologia, l'archeologia della Preistoria.

Dal punto di vista etico siamo sempre davanti ad una domanda cruciale:facciamo bene a musealizzare le sepolture o dovremmo -come umanità- lasciarle nei loro contesti dove furono concepite al fine di rendere al defunto quell'immortalità in cui quella cultura credeva? Chiaramente, questo vale per tutti (Egizi in primis). Personalmente preferirei che riposassero in pace. Ma a parte che la Ricerca attinge da questi studi ed analisi moderne importantissimi dati di conoscenza, lasciarli in situ significherebbe perderli irrimediabilmente, o farli disperdere da tombaroli senza troppi scrupoli. Certo, per millenni - i più fortunati- sono rimasti nei loro luoghi di deposizione, ma se pensiamo che la nostra società -dopo un certo numero di anni - estumula i defunti e li pone in ossari comuni...c'è da riflettere.Avvicinarsi agli scheletri dei nostri progenitori è comunque un'operazione da farsi con il massimo rispetto, al di là delle curiosità che suscita.

In particolare, un sito conosciuto a livello mondiale è quello delle Arene Candide, grande complesso ipogeo che si apre a 89 m di quota s.l.m., all'interno del promontorio della Caprazoppa che separa Finale da Borgio Verezzi. Il primo ad intraprenderne degli scavi fu il geologo Arturo Issel (1842-1922), nel 1864, che per quarant'anni della sua vita si dedicò a questa e ad altre grotte del finalese, con i suoi collaboratori, ritrovando migliaia di reperti e dando al mondo fondamentali pubblicazioni utilissime ancora oggi.

La caverna, scavata nelle acque del calcare giurassico, prende il nome dalle dune di sabbia quarzosa che fino agli anni '20 del secolo scorso si estendeva dalla riva del mare alle pendici della grotta, oggi purtroppo andata perduta per l'infelice idea di realizzare una cava estrattiva. L'importanza della grotta consiste nel fatto che racchiude la stratigrafia più completa della Preistoria mediterranea, sedimenti che contengono tracce di insediamenti umani ininterrotti, dal Paleolitico superiore (26.000 anni fa) al V- VI sec. d.C.

Questo mi ha ricordato la Grotta di Vela Spila, in Croazia, che ho visitato nel 2009 e di cui c'è una pagina dedicata in questo sito.

Nel Museo del Finale si possono ammirare -suddivisi per sale disposte cronologicamente- i resti scheletrici dell'Uomo di Neandertal, strumenti litici ed utensili paleolitici, mesolitici e neolitici; vi è poi l'Età dei Metalli, quella Romana e Bizantina, Altomedievale e Medievale. Una parte è in allestimento.

Risale a 24.000 anni fa la sepoltura nota come quella del 'Giovane Principe'(ritrovato nella caverna delle Arene Candide), ricoperto di ocra rossa e adornato di oggetti particolari, come una cuffia di conchiglie, i bastoni del comando (quattro bastoni d'osso forati, trovati in prossimità delle spalle,del torace e lungo il fianco sinistro), braccialetti e cavigliere. Straordinaria, oltre che per la sua integrità, cura ed antichità, anche per la considerevole altezza raggiunta dal ragazzo che era ancora in fase di crescita.

Molto ricca la documentazione del Neolitico, in particolare abbiamo ammirato le statuette femminli di Grande Madre, che sono state trovate soltanto nel Finalese, per quanto riguarda la Liguria, soprattutto nella Caverna delle Arene Candide e nella Grotta Pollera. Appartengono tutte alla cultura denominata 'Vasi a Bocca Quadrata' (5.000-4.200 anni fa).

                                     

Interessante la sepoltura IV rinvenuta nell'Arma dell'Aquila nei livelli del Neolitico medio, durante gli scavi condotti da C. Richard. Il corpo, femminile e di età avanzata, fu deposto in posizione fortemente contratta in un interstizio naturale di forma vagamente triangolare formato da due massi rocciosi ma la cosa sorprendente è che questa donna subì un intervento chirurgico al cranio, al quale sopravvisse benissimo. Lo evidenzia una depressione circolare sull'occiptale che, confrontata con altri casi simili, ha permesso di capire che era stata eseguita un'operazione di scarificazione con uno strumento litico, il quale produsse un abrasione senza arrivare alla perforazione (i fori presenti sono posteriori alla morte, e si sono prodotti per la fragilità della lamina ossea residua). Le pratiche di trapanazione cranica paiono noto nel Neolitico; in alcuni casi desunti dall'analisi degli scheletri pervenutici, si è documentata l'asportazione di una parte del tavolato osseo con sopravvivenza degli individui, dimostrando il livello di conoscenze mediche e terapeutiche raggiunte da quegli antichi progenitori. Lo scopo di tali tecniche, oltre a quelle a scopo curativo, potrebbe anche trovarsi nelle finalità magico-religiose. Rimane comunque ancora un bell'alone di mistero.

Il tratto toraco-lombo-sacrale della colonna vertebrale dell'individuo di 15 anni, della sepoltura V (provenienza Caverna delle Arene Candide), Neolitico Medio.Essa mostra il più antico caso (e meglio documentato) di tubercolosi ossea (Morbo di Pott), che costringeva l'individuo a camminare chino. All'altezza del petto fu rinvenuto un punteruolo in osso (perchè?).

Tenerissima la sepoltura di una donna di età giovanissima, risalente al Neolitico medio, che ha accanto i piccoli resti di un neonato, forse ancora un feto giunto a termine e che ella non riuscì a partorire, perchè podalico (ritrovamento fatto nella Grotta Pollera).

Ed ecco un pezzo forte del Museo (tra i tanti, ma dobbiamo sintetizzare...):un cosiddetto tokens. Così, almeno, è stata catalogato, sebbene permangano alcuni dubbi sul suo utilizzo. E' infatti un 'unicum' in Italia ed è stato ritrovato nel deposito neolotico del Riparo del Pian del Ciliegio. Si presenta come un cilindretto di terracotta del diametro di 2,2 cm, e con altezza pari ad 8 cm. Su tutta la superficie laterale è stato inciso, prima della cottura, un reticolo formato da 12 linee verticali e 13 orizzontali. Su un lato questo reticolo è incompleto per frattura del reperto. In totale abbiamo 60 riquadri (5 file di 12 elementi): a cosa servivano? Nella foto si nota come otto riquadri siano stati incisi profondamente con una punta triangolare; sono presenti altri segni ma vengono interpretati come scalfitture casuali. Gli studiosi ritengono sia un'antica forma di conteggio, simile a quella in uso presso i popoli del Vicino Oriente (dove sono stati rinvenuti 'gettoni' di terracotta, appunto chiamati tokens), dove sono attestati a partire dall' 8.000 a.C., assumendo forme sempre più complesse nel corso dei millenni. Vengono considerate proto-scritture. Ma nel territorio ligure non sono documentati, nè in altre zone d'Italia (tuttavia è noto che alcune piastrine in ceramica ritrovate in contesti neolitici del centro-sud, fin'ora considerate 'fusaiole', potrebbero essere in realtà dei tokens). C'è un altro mistero che riguarda il piccolo e solitario reperto: il computo sarebbe stato sessagesimale, metodo di calcolo impiegato  presso i Sumeri a partire dal IV millennio a.C. (che forse lo acquisirono da Culture ancora più antiche?). Normalmente venivano usati per conteggi di animali o prodotti agricoli. A Pian del Ciliego era fiorente invece l'attività ceramica, forse il computo si riferiva a recipienti prodotti o da produrre. Ma resta un interrogativo: perchè ce n'è solo uno, di esemplare? Forse il proseguo di studi e ricerche faranno luce sui tanti lati oscuri che ancora avvolgono il nostro passato.

Infine, una 'chicca' per gli appassionati di giochi antichi: abbiamo trovato anche il 'nostro' filetto tra le numerose esposizioni, pedine e astragali, e altri giochi romani come quello delle 'nove fossette'. E tra le lapidi ritrovate nel vicino Castel Gavone, sull'altura di Finale, che sono conservate nel magazzino del Museo, ci dovrebbe essere anche quella che reca incisa una Triplice Cinta.

La Ricerca continua...

 

Si ringrazia la d.ssa Manuela Saccone, resp. delle attività didattiche del Museo.
Il sito ufficiale del Museo Archeologico del Finale è: www.museoarcheofinale.it

NOTA:

1)-Tratto da "Dissertazioni della Pontifica Accademia romana di archeologia di Pontificia Accademia romana di archeologia "  (p.167, Tomo I, Parte I), 1821, in Roma, nella Stamperia de Romanis (digitalizzato da Google libri)

Sezioni correlate in questo sito:

Antiche Civiltà
Italia da conoscere (misteri italiani)
Vela Spila, la Grande Grotta

 

 

 

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                                                                                       Ottobre 2010