www.duepassinelmistero.com

 

 

TEMATICHE:

Aggiornamenti

Alchimia

Antiche Civiltà

Archeoastronomia

Architetture

Colonne e Nodi

Due passi nell'Italia nascosta

Due passi nei misteri esteri

Fenomeni Insoliti

Interviste

L'Uomo e Dio

Maestri Comacini

Medioevo e...

Mistero o Mito?

Personaggi

Simbolismo

Simbologia e Cultura Orientale

Storia e dintorni...

Templari "magazine

Ultimi Reports

UTILITY:

Archivio reports

Bacheca

Collaboratori

Extra sito

Libri del mese

Links amici

Ricerca veloce titoli per argomento

SERVIZI:

FORUM

CHAT

Newsletter

Avvertenze/ disclaimer

 

Contatore Sito
Bpath Contatore

 

 

 

 

 

  Tour in Calabria

                                            alla ricerca di una terra insolita...

II parte                                                         (di Marisa Uberti)                                    Vai alla I parte

 

REGGIO CALABRIA

Su questa città, non più capoluogo della regione, ci sarebbe da scrivere una cascata di notizie, note e meno note, ma nell'impossibilità di farlo, ci limiteremo a darne soltanto alcune. Sprofondando nel mito, andiamo nel lontano mondo omerico. Ulisse, nell' Odissea, tra le diverse località che avrebbe incontrato, sarebbe naufragato nell'Agro Reggino, prima a Scilla e poi a Reggio. Domenico Rotundo nel suo libro "Atlantide in Italia"(Ursini Edizioni), riporta l'originale tesi del tedesco Armin Wolf che in un volume ancora inedito in Italia, sostiene che Ulisse, "dopo che la furiosa tempesta scatenata da Nettuno nel Tirreno distrusse la sua zattera, naufragò nel Golfo di Sant'Eufemia, alla foce del fiume Lamato; da qui venne accompagnato da Nausicaa nella capitale dei Feaci, Tiriolo, sede della reggia del re Alcinoo e forse prima capitale d'Italia (probabilmente fondata da quell'Italo, figlio di Ulisse che, come vuole la tradizione antica, fu il primo a dare il nome Italia alla Calabria". Andando ancora più indietro, la città di Reggio sarebbe stata fondata niente meno che dal pronipote di Noè, Ascanio o Ausonio; un'antica tradizione dice che la città avesse fondato moltissime colonie... Infatti ci è venuto pure un sospetto: che siano stati i nostri italici Reggini a colonizzare l'Ellade, non il contrario! Come mai, ad esempio, la chiamarono Magna Grecia? E perchè in Calabria vi sono ancora etnie che parlano il greco antico, perso perfino in Grecia? Come ci hanno detto localmente, studiosi greci vengono qui nei paesi cosiddetti 'grecanici' per apprenderlo e analizzarlo. Ma lasciamo i tempi arcaici con i loro tanti misteri, e veniamo a tempi più vicini, anche se non di molto.

Tutti sanno che a Reggio Calabria sono custoditi i Bronzi di Riace (località sulla costa ionica), che abbiamo potuto vedere anche noi. Non si trovano, attualmente, nel Museo Archeologico Nazionale perchè questo è in restauro, ma sono momentaneamente accolti in un piccolo laboratorio di restauro (anche loro ne hanno evidentemente bisogno), presso il Palazzo Campanella (della Provincia), nel bell'edificio circondato da palme. Distesi su cavalletti, non rendono forse al meglio la loro possanza fisica, ma ci siamo dovuti accontentare. Tra l'altro, vi sono anche due 'teste' bronzee accanto (il 'filosofo' è splendido), il Kouros, ripescate sui fondali e una visita delle altre sale- in cui sono allestiti diversi reperti-  si è rivelata molto interessante. Che i Bronzi di Riace fossero di una bellezza sconvolgente lo sapevamo, ma la questione di chi siano veramente e da dove provengano non ci è affatto chiara. Documentandoci un po', pare che la sicurezza mostrata dagli esperti circa il fatto che si tratti di statue bronzee greche, realizzate da un valente scultore greco, cadute in mare in seguito ad un naufragio, sia da mettere in discussione. In realtà, pare che possano essere state eseguite in ambiente italo-pitagorico della Magna Grecia e che potrebbero essere state collocate sul fondale marino apposta. La popolazione ravvide in loro i santi gemelli Cosma e Damiano (i cosiddetti Santi Medici) , il cui culto in zona è fortissimo. Questi due santi hanno i loro epigoni 'pagani' nei Dioscuri, Castore e Polluce. E pare proprio che la postura dei Bronzi di Riace e i loro caratteri fisici siano identici a quelli raffigurati nell'ara Giuturna dell'Antiquarium forense di Roma, o sul Campidoglio. La presenza di una percentuale elevata di piombo, li differenzia dalla manifattura greca, e fa pensare alle miniere di Stilo e Reggio, invece. Perchè dunque sarebbero stati messi in fondo al mare? Probabilmente per una forma di protezione o di ringraziamento: bisogna ricordare che in quel luogo dove furono ritrovati si svolse nell'antichità una cruenta battaglia tra Reggini (appoggiati dai Locresi) e Crotoniati, vinta dai primi con l'aiuto dei Dioscuri. Adagiati lì, dunque, non caduti da una nave, in attesa di essere recuperati; cosa che avvenne soltanto nel 1972. 'Una tradizione riacese narra che i Bronzi furono gettati in quel punto dal pretore Verre il quale, come attesta Cicerone, depredò il tempio della Sagra delle statue dei Dioscuri e di altri tesori, e poi li nascose in attesa di tempi migliori, come fanno ritenere anche alcuni pezzi pertinenti le statue e mai ritrovati'(1).

Spostiamoci ancora cronologicamente e anche topograficamente; dal Palazzo della Provincia al duomo di Reggio. Fermiamoci ai tempi del cristianesimo nascente. La Chiesa reggina ha sempre avuto un legame speciale con uno dei suoi protagonisti maggiori:San Paolo. Egli sarebbe arrivato a Reggio attorno al 61 d. C., provenendo da Siracusa -durante il viaggio da Cesarea a Roma -fermandosi un giorno. Gli Atti degli Apostoli (28,13) narrano infatti che 'Circumlegentes devenimus Rhegium' (costeggiando giungemmo a Reggio). La frase è riportata sulla fascia superiore del protiro della cattedrale di Maria SS.Assunta. San Paolo dunque avrebbe fondato la prima comunità cristiana sul suolo calabro proprio qui a Reggio, dando incarico- alla sua partenza diretto a Pozzuoli- a Stefano da Nicea di essere il primo vescovo. Una tradizione antichissima ci tramanda che sul lungomare della città, sulla spiaggia all'altezza del 'Cippo', si venerava la dea Diana Fascelide. Nessuno pareva curarsi di lui ma egli chiese la parola a quella folla 'pagana', che acconsentì ad ascoltarlo soltanto fino a che la fiamma di un moccolo di candela posto su una colonna si sarebbe spenta, cosa che erano convinti avvenisse a breve. Invece, miracolosamente, consumatasi la candela, cominciò ad ardere la colonna di pietra e con la sua luce consentì a San Paolo di predicare fino al mattino, riuscendo a convertire il popolo. San Paolo, nel 1980, è stato decretato da papa Giovanni Paolo II, patrono principale dell'Arcidiocesi di Reggio Calabria; la festa ricorre il 2 maggio (giorno del suo approdo). Nella cattedrale si conserva il frammento di colonna prodigiosa, nella cappella laterale destra del presbiterio; sulla parete un'iscrizione latina ricorda l'evento prodigioso, e sono diverse le opere all'interno del Duomo che lo ricordano. La cattedrale vale una visita accurata:è l'edificio sacro più vasto di tutta la Calabria (internamente lungo 94 m, largo 22 m, alto 21 m). Vincolata alla chiesa latina, originariamente, poi a quella greco-bizantina e poi normanna (1061), fino a ritornare alla prima. Più volte rovinata, ha subito enormi danni con il terremoto del 1908, come molti altri edifici cittadini. Venne riconsacrata nel 1928; l'attuale campanile è del 1929. E' stata elevata a Basilica minore nel 1978 da papa Paolo VI. Una scenografica scalinata con ai lati le statue di San Paolo e di S. Stefano da Nicea conduce all'interno, a tre navate. Belle le vetrate istoriate, con motivi geometrici, l'insieme è interessante. Particolarissima la colonna che regge l'ambone, sul lato destro guardando l'altare: alla sua base c'è un enorme serpente attorcigliato, con una mela accanto. Numerose svastike adornano la fascia superiore della controfacciata...

Spostandoci sul lungomare, che Gabriele d'Annunzio definì ' il più bel chilometro d'Italia' (ed è veramente splendido); ammiriamo l'Arco monumentale eretto in onore di Vittorio Emanuele III, nel punto in cui sbarcò dopo l'assassinio del padre e dove fu chiamato per la prima volta re d'Italia. Al centro si trova una statua di Athena combattente...Pare che anticamente vi fosse qui una statua dedicata ad Esculapio, abbattuta nel 402 da Costanzo III su sollecitazione di Galla Placidia(2). L'area è molto particolare, con un disegno pavimentale a cerchi concentrici e raggi, ed un piccolo anfiteatro moderno. Al tramonto Reggio offre uno spettacolo magnifico, quando il sole scende nel mare e accende l'orizzonte di colori ineguagliabili. Prima di andare via, dopo aver percorso le vie commerciali della città e aver adocchiato il castello lassù in alto, notiamo una curiosa scultura sulla passeggiata: una piramide a tre facce, ognuna delle quali mostra una meridiana, segni zodiacali e astronomici.

                     

                     

 

 

GERACE (RC)

"...E' certo che grazie alla decadenza di Locri, Gerace ha potuto godere di almeno dieci secoli di splendore, per poi tornare tristemente nell'ombra. Oggi tre distinti insediamenti insistono sul medesimo territorio:la città greca sulla costa; la Gerace medievale una decina di chilometri all'interno; la Locri contemporanea, nuovamente costiera. Ciascuna di esse si è staccata dall'altra; vive di vita o di ricordi propri"(3). Indubbiamente si dovrebbe visitarle tutte insieme, vista la storia che le accomuna, ma purtroppo il nostro tour ha previsto soltanto la Gerace medievale, che abbiamo trovato interessantissima e sorprendente. Accoccolata su uno sperone roccioso, quasi un miraggio intoccabile, la raggiungiamo con un simpatico trenino fino ad una delle quattro Porte o Archi ancora presenti in città. In origine, la cittadina ne possedeva ben 12, a sostegno di possenti mura di cinta, ed erano state erette a scopi difensivi contro le incursioni dei pirati  Vi sono ancora le botteghe dei vasai scavate nella roccia, mute testimoni di un'antica e fiorente attività artigianale. Raggiungiamo il cosiddetto Borghetto, una compatta unità insediativa fortificata, raccolta intorno alla strada principale, via Roma. Giunti sulla bellissima 'passeggiata delle Bombarde', con vista panoramica che comprende anche il mare Ionio in lontananza, si oltrepassa la Porta del Sole, e ci si inerpica fino a raggiungere la Piazza del Tocco, termine greco che significa seggio, assemblea, da cui si raggiunge piazza Tribona o Tribuna, avendo cura di osservare i bei palazzi dai ricchi portali lungo il percorso. La piazza è uno slargo triangolare situato a ridosso dell'apparato absidale della Cattedrale, luogo magico, dalle origini antichissime, merita una visita prolungata, iniziando dalla parte inferiore, custode di segreti millenari. Eretta in parte sulla nuda roccia e in parte su una cripta, fu consacrata una prima volta nel 1045 e poi, secondo la tradizione, nel 1222 alla presenza di Federico II, lo Stupor Mundi. La cripta è a croce greca, di notevoli dimensioni; risale ad un primo impianto basiliano dell'VIII sec. d.C., e si è sovrapposta certamente ad un tempio 'pagano', in quanto le colonne che sostengono le navate (anche della chiesa superiore) provengono dal Tempio di Persefone Locrese. La cripta è carica di misticismo e si respira un'atmosfera quasi magica, surreale. Colonne e capitelli scombinati tentano di raccontare le misteriose vicissitudini subite da questo luogo particolare. E'chiusa in fondo da tre cappelle: nella centrale un pavimento a mosaico testimonia la sua antichità, e accoglie sepolture; a destra di questa vi è un 'ammasso calcareo' che gli studiosi non hanno tuttora identificato: altare pagano pertinente una chiesa rupestre o altare di un culto pre-ellenico? Un bel dilemma. E' molto interessante ed enigmatico. Nell'ala sinistra, è allestito un museo che espone reperti notevoli, come una croce-reliquiario che venne portata qui probabilmente da Costantinopoli, dai Cavalieri Crociati (Templari) nel XII secolo. Prima di salire nella chiesa superiore, si dia un'occhiata alla Croce di Polsi (località dell'Aspromonte poco distante), riproduzione di quella originale che è conservata-appunto- nel Santuario della Madonna del Monte di Polsi. A parte la fattura che è davvero insolita, più somigliante ad uno spadino che ad una croce, è realizzata in ferro.

Particolarità risiede nel fatto che la cripta ha le absidi rivolte a levante e l'ingresso ad occidente, mentre la chiesa superiore il contrario! In quest'ultima, troviamo colonne di reimpiego, come già accennato, tre navate e un impianto basilicale. Residui di affreschi e qualche simbolo ancora presente del vecchio impianto medievale se ne trovano, anche se in misura ridotta. Curiose le due colonne, una di colore verde e una di colore rosso (ormai sbiadito), antistanti l'altare. La cattedrale ha anche un ingresso medievale, a nord, costituito da una piccola corte che racchiude la tozza torre campanaria e il magnifico portale ad archi concentrici, di stile romanico- lombardo. A destra della cattedrale si trova invece l'imponente Arco dei Vescovi, anche detto della Meridiana, che è attestato dal 1624, ma molto probabilmente anteriore. Questa Porta non fu costruita a scopi difensivi ma come chiusura voluta e scenografica della piazza Tribuna. Vescovo e popolo vollero infatti riorganizzare l'intero complesso costituito dalla cattedrale, dall'Episcopio e dal Seminario, delimitando l'isolato. L'Arco dei Vescovi è sormontato dallo stemma vescovile e rappresenta la meta finale del lungo percorso che compie ogni nuovo vescovo al suo ingresso in citta, cavalcando un'asina bianca in segno di umiltà, partendo -nelle epoche più remote- dalla chiesa di san Michele (detta de Protopodio) e successivamente dalla chiesa di san Martino al Borghetto (4). Utile un veloce sopralluogo alla interessante chiesa normanna di san Teodoro, che versa in apparente abbandono. Attraverso via Cavour, salendo ancora, si raggiunge la piazza delle Tre Chiese, poichè vi prospettando tre chiese: quella bizantina di San Giovannello, quella settecentesca del Sacro Cuore e il complesso di San Francesco d'Assisi (1227). In quest'ultima balza subito all'occhio la magnificenza del portale ogivale di ispirazione arabo-normanna (epoca sveva, XIII sec.), in pietra locale, con un triplice archivolto intagliato a raffigurare delicati fregi e motivi geometrici (si noti un pomolo su cui è scolpita una svastika, a sinistra).I l complesso era dotato di un convento, oggi andato quasi totalmente distrutto (rimane una piccola parte del chiostro. sulla sinistra); a destra vi sono i resti della cappella di S. Maria de Jesu, che un tempo era parte della chiesa di S. Lorenzo. L'interno della chiesa francescana è molto sobrio, spoglio, ad unica navata, alleggerito da alte monofore strombate a sesto acuto, impreziosito da un altare maggiore del primo Barocco calabrese in marmi policromi a intarsio. Fu realizzato da un monaco, che vi dedicò gran parte della propria vita, inserendo nel manufatto dettagli particolari. Dietro l'altare, è situato il ricco sarcofago marmoreo di Nicola Ruffo (XIV sec.). Sul fianco meridionale si innalza la chiesa di S. Giovannello, di origine basiliana; fu edificata intorno al X sec. ed era la chiesa del monastero femminile di san Giovanni Crisostomo (scomparso per un terremoto). Questo edificio è veramente particolare: le sue dimensioni sono esigue, ad aula unica rettangolare, tipicamente bizantina, con abside semicircolare (il bema) con monofora rivolta ad oriente; accanto ha due più piccole absidiole contenute nello spessore del muro che costituiscono la pròthesis (per il rito preparatorio del pane e del vino) e il diakònikon (per la vestizione dei ministri del culto e gli arredi sacri). Residui di affreschi murari spuntano qui e là lungo le pareti longitudinali e nella parte inferiore dell'abside. Diverse invece le icone, e tipico l'arredo complementare al rito greco. Gerace è dotata anche di un Castello, in posizione spettacolare, ma noi ci siamo dovuti fermare qui.

 

                                     

                                     

 

STILO (RC)

E' una piccola città (in calabrese Stilu e in greco-calabro Stylon), situata ai piedi del monte Consolino, che ha dato i natali al filosofo Tommaso Campanella (5 settembre 1568). Non raggiunge i 3.000 abitanti ma si narra che avesse ben 400 monasteri! Ancora oggi le chiese a Stilo sono numerose, ma certamente la più intrigante è la cosiddetta Cattolica. E' probabile che le origini di Stilo siano da ricercarsi nell'antica Kaulon, una colonia magno-greca i cui resti si trovano oggi a Punta Stilo (comune di Monasterace, RC). In seguito a distruzioni e saccheggi, gli abitanti furono deportati a Siracusa e il territorio ceduto a Locri Epipheziri. Ricostruita nel III sec. a.C., venne soggiogata a Roma nel secolo seguente. Nel VII sec. d.C. giunsero i Bizantini, cui si deve la Cattolica (X sec. d.C.), un gioiello architettonico che ha saputo mantenersi incredibilmente integro. Perfino i musulmani la rispettarono e non la distrussero. L'edificio costituiva  la chiesa madre tra le cinque parrocchie del paese, retta da un vicario perpetuo (succeduto al protopapa di epoca bizantina), che aveva diritto di sepoltura al suo interno (ne sono testimonianza i resti umani rinvenuti in un sepolcro marmoreo con un anello di valore (5). Il termine 'katholikì' spettava solo alle chiese munite di battistero; era una chiesa privilegiata e importante, come dimostra l'accuratezza della sua architettura, e gli affreschi interni. Purtroppo non è possibile scattare fotografie internamente. L'edificio è appena individuabile dal basso dell'abitato, addossata e incastrata alle pendici del Monte Consolino; curiosamente, il Campanella non ne fece mai menzione nei suoi scritti, eppure la conosceva senz'altro molto bene. Perchè? Sappiamo da fonti scritte che, tra l'altro, al suo tempo era ancora in uso. L'incontro con questo piccolo tempio è un'emozione ed una gioia per i sensi, ci parla di armonia e di elevato gusto artistico. Lasciamo il campo ad una descrizione che più di tutte ci sembra possa rendere il giusto merito a questo monumento(6):"Incastonata alle falde del monte Consolino, addossata, ad incastro, alla parete rocciosa, quasi sospesa e staccata (“per sentire, circonfusa di maestosa vecchiezza, la sinfonia patetica della leggenda”) in un tutt’uno con le ultime case della cittadina, dalle quali emerge, a guisa di conchiglia, la piccola chiesa che i Basiliani spinsero, come vedetta, sulle rupi del mons pinguis libertatis[...], mantiene ancora intatto il suo fascino orientale di costruzione nettamente bizantina, unico esempio del genere, con la gemella di S. Marco di Rossano, ad occidente dell’Adriatico. [...]questo rosso gioiello lucente al sole, dalle cinque cupolette decorate in stile arabo e sormontate da cerchi di tegole – che sembrano rose in procinto di sbocciare e luminose corolle -, è senza dubbio il monumento medievale più famoso della Calabria ed una delle più alte espressioni artistiche del Meridione d’Italia. La sua presenza riporta indietro nel tempo, in una dimensione soprannaturale, che si esplica soprattutto nel silenzio solenne e profondo, nella quiete infinita e nel linguaggio misterioso di un luogo che fu un immenso altare di preghiera e di un edificio, che è una vera icona, un monumento di fede, oltre che un gioiello architettonico (p. Kosmas Andreas Papapetrou, monaco atonita del monastero di S. Giovanni Terista di Bivongi). Pur “minuto in mezzo a tanta lussureggiante natura”, il tempietto, che per la scrittrice Carmelina Sicari ha “una grandezza diversa e ugualmente sublime”, merita di essere custodito – come suggerì l’Orsi per la chiesetta di S. Giovannello di Gerace (v. sopra, n.d.r.) – “sotto una campana di cristallo e toccato solo con mano guantata”. Da queste note si può evincere quale bellezza sprigioni la Cattolica di Stilo, con il suo mistero secolare, poichè le sue origini - in verità- si perdono nell'oblio del tempo e la sua esistenza attuale sa di prodigioso: "A proteggerlo, per quasi mille anni (o, almeno, fino ai primi restauri sistematici e globali del 1914 e del 1927), forse è stata la sua intima unione con uno spazio in cui il mistero trova giustificazione, in cui predomina l’armonia, degnamente rappresentata da questo parallelepipedo di mattoni rossastri, congiunzione di terra e cielo, piantagione di Dio, sistemata ai piedi dell’acropoli stilese (Cristina di Lagopesole). Non si spiega altrimenti la sua resistenza accanita, propria di “un’ostrica attaccata allo scoglio”, alle offese del tempo e degli uomini nonché ai danni provocati dai numerosi terremotiche nei secoli hanno devastato l’intera Calabria"(v.n. 6). "La Cattolica è una piccola costruzione chiesastica a pianta approssimativamente quadrata e centrale, che esprime un modello planimetrico con croce inscritta, tipico del periodo mediobizantino, in cui la profonda evoluzione nell’architettura religiosa (dal tipo basilicale alla chiesa a croce greca ad una o più cupole) intrapresa sotto le dinastie macedoni e dei Comneni (IX – XII secolo) fu particolarmente avvertita con l’elaborazione di sistemi raffinati e originali. E’ divisa all’interno da quattro colonne in nove spazi uguali di m. 1,90 di lato: il quadrato centrale e quelli angolari sono coperti con cupole su tamburi cilindrici di diametro uguale. Solo la cupola mediana, che è leggermente più alta, ha un diametro maggiore di appena 15 cm., inavvertibile in una visione d’insieme dell’edificio, a meno che non si osservino con attenzione le forme di apertura e lo sviluppo decorativo dell’elemento centrale e il posizionamento delle testate delle volte a botte. Le strutture murarie della chiesetta si adagiano per buona parte sulla nuda roccia, mentre il peso dell’altra metà di levante (che ha una terminazione triabsidata) è sopportato da tre contrafforti costruiti in pietra e materiale laterizio. L’edificio ha la forma di un cubo e risulta realizzato con un particolare intreccio lavorativo di grossi mattoni irregolari, uniti da abbondanti letti di malta. [...]
Il ristretto ambiente del tempietto è munito di tre absidette poste ad oriente: quella centrale (corrispondente al bema) era destinata a ricevere l’altarino, l’abside a nord (prothesis) era titolata ad accogliere il rito preparatorio del pane e del vino, mentre quella a sud (diakonikon) era programmata per la custodia degli arredi sacri e la vestizione dei sacerdoti e dei diaconi prima dei riti liturgici". Non si conosce, veramente, la reale destinazione d'uso originaria di questi ambienti; che forse erano rialzati di circa 70 cm. "Il baldacchino delle cupolette è sostenuto da quattro colonne, di cui tre in marmo (due in cipollino, una in lunense) e una in granito. La prima colonna a sinistra poggia su una base ionica capovolta, che è innestata, a sua volta, sopra un capitello corinzio rovesciato in pietra calcarea (del III – IV sec. d. C.); la prima a destra poggia invece su un capitello ionico capovolto". Un ulteriore mistero si nasconde nell'enigmatica croce gemmata con lettere di forma onciale (di epoca incerta, qualche studioso le pone al VI sec. d. C, altri al X - XI sec.), scolpite sulla prima colonna entrando, a destra, poggiante sul pavimento, suddiviso in 9 quadrati uguali. "L’iscrizione – opera di un basiliano, forse lo ieromonaco Paolo, il cui nome sembra essere inciso sullo stipite di sinistra della porta d’ingresso – è stata più volte pubblicata e interpretata, ma non sempre con precisione in ogni particolare. Molti studiosi hanno visto nella scritta, che è analoga a quella che si trovava nella distrutta cattedrale di Mileto e ripete un noto testo biblico ( salmo 118, versetto 27, relativo all’Epifania: Theos Kurios epephanem emin, Deus Dominus – Christus – nobis apparuit, Dio il Signore apparve a noi) un’allusione all’invenzione o apparizione della croce alle falde di Aspromonte nell’anno LV del XII secolo" (v.n. 6).  Nel tempio, sono state scoperte (da Francesco A. Cuteri) anche delle iscrizioni in lingua araba, nel 1997, sulla prima colonna a sinistra, che nessuno aveva mai visto nè documentato. Le due iscrizioni, per distinguerle, sono state chiamate 'A' e 'B'; la prima è posta nella parte alta, a circa 1 metro dalla base, vergata rozzamente e senza andamento lineare, e fu probabilmente incisa da un fedele come 'professione di fede' (shadada) e recita:

La¯  ¢ Ila¯ ha ¢ Illa¯  Alla¯ h wahdahu (?)…

Non c’è Dio all’infuori di Dio solo(?)

(Non c’è Dio all’infuori del Dio unico)

La seconda iscrizione (iscrizione B) è posta nella parte inferiore a cm. 65 dalla base; molto più lineare rispetto alla precedente, è realizzata con un tratto più netto ottenuto, forse, mediante l’impiego di un rudimentale scalpello:

 

Lilla¯  hi al Hamdu

A Dio la lode

Un'altra iscrizione è stata scoperta da Claudio Stillitano (Autore dal quale traiamo queste note) sulla prima colonna posta a destra dell’ingresso, quella in marmo bianco. L’iscrizione, posta più in basso rispetto alla già nota epigrafe in greco disposta intorno alla croce gemmata, non è al momento leggibile (7). L'ipotesi, per queste scritte in arabo, è che per un certo periodo di tempo, il tempio fu usato come oratorio musulmano: " Gli Arabi, il cui scopo era “non tanto la conquista della regione quanto il suo saccheggio”, non distrussero inspiegabilmente la piccola chiesa bizantina. Forse attratti dalla sua bellezza, dal suo particolare posizionamento, decisero anche di stabilirvi dimora, innalzandola a propria sede di culto e di preghiera".

     

 

SANTA SEVERINA (KR)

Saliamo ancora e ci portiamo nella provincia di Crotone, l'antichissima e potente Kroton. La nostra prossima meta è Santa Severina, che dal capoluogo dista 26 km e si pone a metà strada tra il mare Ionio e l'altopiano della Sila. La cittadina, di appena duemila abitanti, appare a noi visitatori come una nave di pietra, accoccolata su uno sperone roccioso dominante la valle del fiume Neto. Mentre saliamo verso la sommità del sito, notiamo una chiesa, che veniamo a sapere essere di origini normanne, intitolata a Santa Filomena. Il piccolo edificio è chiuso, e proseguiamo verso l'alto.
E' innegabile il fascino sprigionato dal monumento più caratteristico e in vista di S.Severina: il castello. Un maniero straordinariamente bello e inespugnabile, che nemmeno i terremoti hanno scalfito e sulle cui origini -per secoli- è aleggiato il mistero. Solo scavi recenti e la ricerca dei documenti, hanno potuto attestare che, su questo sito, doveva trovarsi l'acropoli  "circondata da muraglie di sbarramento, riservata agli eletti e, all'accorrenza, usata anche da altre genti che popolavano tutto l'acrocoro, dimorando in case di murature (ceto agiato) ed in ampli grottoni artificiali, capanni ed altri tuguri, scavati e/o parzialmente murati (plebe)"(8). Nel 1800, il fortilizio versava in grave degrado; nel 1905 venne acquistato dal Comune ma soltanto lavori di restauro compiuti tra il 1991 e il 1998 gli hanno restituito l'antico splendore. Antiche genti abitarono la zona, che venne in seguito (IX sec.d. C.) occupata dagli Arabi. Sicuramente ne presero possesso Bizantini e Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e Spagnoli. Visitandolo, si ha l'impressione che la storia della città sia transitata di qui, per la complessità e varietà di strutture che vi si sovrappongono. Scrive F. de Luca: ""Necropoli, affreschi di complessi ecclesiali, fornaci, camini, silos, cisterne, monete ed utensili, terraglie, palle di bombarde e tutto quanto consentiva la vita nel Castello, la sua storia, che è poi quella dell'intero paese nell'arco di tanti secoli, sono venuti alla luce per consentire, finalmente, una lettura aggiornata,anche se forse non definitiva, del Monumento restaurato in tutto il suo splendore". All’interno è presente il Museo Archeologico organizzato in due sezioni specifiche, fisicamente distinte, riguardanti gli scavi nel castello e i materiali del territorio di Santa Severina e di altre località del Marchesato. Ospite del Castello è il Centro Documentazione Studi Castelli e Fortificazioni Calabresi che, grazie a numerosi pannelli illustrativi, aiuta il visitatore nella comprensione delle diverse fasi costruttive e la funzione degli ambienti riportati alla luce.

Molto interessante è una croce incisa sul muro di un ambiente che si ritiene dovesse essere una chiesa di culto bizantino; nei pressi si vedono tombe terragne, tra cui quella presumibilmente di un vescovo, visto il corredo piuttosto ricco che fu trovato. Non tutti i misteri sono stati svelati: i documenti che venivano fino a poco tempo fa accettati, indicavano l'intera ristrutturazione del castello ad opera di Andrea Carafa, mentre secondo nuove tesi sarebbero stati gli Angioini (per approfondimenti si invita a leggere l'articolo del dr. Francesco de Luca al link della nota 8). Ad un certo punto, perse le sue funzioni difensive, il castello divenne dimora signorile, di proprietà dei Grutther. L'intera struttura si sviluppa su di un'area di circa diecimila mq. ed è visitata da 50.000 persone ogni anno. La visita permette di fare un tuffo tra i segreti del suo passato, che ha ancora molto da dire. Dalle merlature del maniero si può già apprezzare il panorama che confluisce sul sagrato della cattedrale, in piazza Campo, il cuore pulsante della cittadina, dove un interessantissimo e recente lavoro di ristrutturazione pavimentale ci ha fatto aguzzare la vista. Si nota una meridiana ma, tra le lastre di porfido, spicca una serie di incisioni su travertino. Incisioni non qualsiasi, ma chiaramente di matrice alchemica. Perchè?

Prendiamo a prestito quanto dice in merito il sito ufficiale del Comune (9): "L'elemento strutturale è una grande ellisse orientata con l'asse maggiore nord-sud. L'interno dell'ellisse è diviso in 12 quadrati dagli assi maggiore e minore e di 4 radiali convergenti in un sistema centrale che forma una rosa dei venti, il cui nucleo è costituito da un disegno che  rappresenta un occhio. Da questo partono 8 aghi triangolari orientati secondo i punti cardinali che seguono la direzione dei venti, rappresentati da altrettanti volti incorniciati in piccole ellissi. Dall'ellisse, figura bifocale, si irradiano al suo esterno, generati da un centro unico, degli archi di cerchio realizzati con cubetti di marmo bianco intercalati ogni 4 metri nel porfido, quasi a ridisegnare, all'esterno della grande figura ellittica la forma della piazza, a ridefinirne i confini. All'esterno dell'ellisse sono tracciati, sempre con cubetti di marmo bianco, due assi. Il primo, con direzione nord-sud, è il prolungamento dell'asse maggiore. All'intersezione con gli archi di cerchio sono posti dei bolli quadrati di travertino di 40 cm. di lato su cui sono incisi i simboli astrologici del Sole e dei pianeti. Il secondo asse unisce il Castello e la Cattedrale e, alla mezzeria tra gli archi di cerchio, è formato da bolli circolari di 40 cm. di diametro su cui sono disegnati i simboli alchemici delle materie. I due assi hanno in testata 4 grandi lastre su cui sono rappresentate le quattro stagioni a nord, i simboli del tempo a sud, il ciclo dell'oro e lo spirito dei metalli sull'asse Chiesa-Castello. Altre due lastre, tangenti all'ellisse in corrispondenza dell'asse minore, rappresentano il Sole a est e la Luna a ovest". La curiosità sul perchè si trovino queste simbologie è acuita dal fatto che anche nella vicina Villa Comunale si ritrovano degli orientamenti archeo-astronomici non casuali.
La cattedrale, anzi concattedrale,  è dedicata alla Patrona Santa Anastasia. Fu eretta dall’arcivescovo Ruggiero di Stefanunzia (1274-1295). Modificata e abbellita da vari arcivescovi (Pisani, Ganini, Pujia, ecc) ma, principalmente, dal Berlingieri, si presenta attualmente nelle forme settecentesche. Il portale, opera di scalpellini meridionali, è originale, del XIII sec. Appena svoltato il lato sinistro dell'edificio, si incontra uno degli edifici più enigmatici ed importanti della cittadina: il battistero bizantino(10). E' considerato il più antico monumento religioso aperto al culto della regione, potendo risalire ad un periodo compreso tra il VII e il IX sec. d.C. Insieme alla Cattolica di Stilo, rappresenta uno dei pochi esempi bizantini anteriori al Mille conservatisi integralmente. La sua pianta è circolare ma con croce greca inscritta, che delimita quindi quattro appendici. E' dotato di un tamburo ottagonale sormontato da una lanterna cieca cilindrica.
Numerosi studi e ricerche sono stati condotti, nel corso del tempo, su di esso, per risalire alle sue reali origini e alla sua funzione: chiesa o battistero? Quale nacque prima e con quale scopo? Pare che non sia mai stata rinvenuta una vasca battesimale ma solo la roccia di fondazione, e dunque questo farebbe decadere l'ipotesi che l'edificio sia nato come battistero. In più, si deve ricordare che l'attuale concattedrale che gli è accanto, non esisteva prima del XIII secolo, e pertanto il 'battistero' doveva essere isolato (la primitiva cattedrale di S. Severina era l'attuale chiesa dell'Addolorata, situata distante. Alcuni Autori sostengono che prima della concattedrale poteva esservi un edificio precedente, ma comunque ciò non spiega come mai il 'battistero' non fosse dotato di una vasca battesimale! Soltanto dopo il XIII secolo esso ne avrebbe avuta una... Misteri, quindi, che andrebbero sondati e svelati, magari con ulteriori scavi delle aree non ancora esplorate. L'interno è assai suggestivo, con otto colonne di reimpiego, che provengono da vetusti edifici della zona. Solo una pare sia originale del luogo medesimo. La cupola ha una notevole volta a crociera, e alcuni capitelli istoriati sono senz'altro degni di interesse. Al centro è visibile un fonte battesimale, mentre sulle pareti sono visibili i resti di affreschi bizantini risalenti al X - XII secolo. Un motivo in più per addentrarsi tra le pieghe della storia di questa incantevole città calabrese!


 
    

 

                            


L'altopiano della SILA

Da S. Severina è quasi d'obbligo visitare uno dei luoghi più magici della regione Calabria: l'Altopiano della Sila, che si estende per 1700 Kmq, costituiti da foreste (in massima parte conifere e faggeti) e da laghi artificiali creati a partire dal 1920, di cui abbiamo potuto ammirare quello di Cecita, splendido specchio d'acqua tranquilla, 'nato' per ultimo (nel 1951). Il lago è situato a 1143 m di altitudine ed ha una diga alta 55 m. La Sila si suddivide in tre 'parti': la Sila Grande, la Sila Piccola e la Sila Greca, memoria di antiche suddivisioni amministrative. Noi abbiamo visitato la prima, in cui appunto si trova anche il lago di Cecita. Abbiamo potuto vedere i 'giganti' silani, alberi altissimi che sfidano il cielo, e l'ormai tramontata tecnica della 'resinatura', che ha lasciato sui tronchi tracce indelebili. L'altopiano è compreso in tre province: Catanzaro, Cosenza e Crotone, ed è costituito da un massiccio granitico-cristallino confinante a nord con la piana di Sibari, ad ovest con la valle del Crati, a sud con la Piana di Lamezia e ad est con le colline del Marchesato(11).  All'interno del Parco Nazionale, oltre all'immenso ambiente naturalistico, vi è un Centro Accoglienza Visitatori, una fauna specifica, un museo, e un punto ristoro attrezzato.

             

Ed ora addentriamoci nella famosa 'piana di Sibari', la più grande pianura della Calabria, solcata da due fiumi, Crati e Coscile, che sfociano nel mar Ionio. Ritorniamo, come chiudendo un cerchio virtuale, ma non troppo, nella provincia di Cosenza, da cui siamo partiti per la visita della regione. La Piana si colloca nella Calabria ionica settentrionale, fungendo da confine tra il massiccio del Pollino e quello della Sila. Abbiamo dunque 'circumnavigato' questa regione, dalla costa tirrenica, a quella mediterranea, per risalire da quella ionica. Ora stiamo per terminare il nostro viaggio, ma prima abbiamo l'occasione di visitare due splendidi gioielli che appartengono alla Piana di Sibari: la città che le dà il nome, l'attica Sybaris appunto, e Rossano, custode di quel 'Codex Purpureus' di antica memoria...

 

ROSSANO (CS)
 

Fa parte della Comunità Montana Sila Greca e ne ospita la sede. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi; storicamente pare accertato che il sito sia stato fondato dagli Enotri intorno al XI secolo a.C., dopodichè passò sotto il controllo magno-greco (VII-II sec. a.C.). Venne dominata dai Romani, dai Bizantini, ambita dai Visigoti, dai Longobardi e dai Saraceni. La sua epoca di maggiore splendore la visse sotto Bisanzio, e ciò le valse il soprannome 'La Bizantina', paragonata ad una 'Ravenna del Sud'. Conobbe poi Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Borboni, divenendo un feudo di numerose famiglie aristocratiche locali e non. Interessante il suo toponimo: "Rossano trae il suo nome dal greco "rusion" (che salva) e "acron" (promontorio, altura) da cui derivano le versioni medioevali “Ruskia” o “Ruskiané” o “Rusiànon”; dal nome della famiglia romana alla quale potrebbe essere stato affidato il governo del “Castrum” e che avrebbe dato il nome di “Roscianum” al centro urbano". Diversi i motivi per visitare questa cittadina, di oltre 38.000 abitanti. Ne elencheremo soltanto tre:- il Codex Purpureus, -la sua cattedrale, che custodisce la celebre 'Madonna Achiropita', cioè 'non fatta da mano umana'; -la chiesa bizantina di San Marco. Il resto, purtroppo, non ci è stato possibile visitarlo.

Eravamo molto interessati a vedere 'de visu' il celeberrimo reperto pergamenaceo, considerato -sotto diversi aspetti- un 'unicum'. Il Codex Purpureus Rossanensis, noto anche solo come Rossanensis, è uno dei sette codici miniati orientali esistenti al mondo. Tre sono in siriaco e quattro in greco(di cui questo); pare che un quinto codice greco, il cosiddetto "Codice o frammento «N»" (contenente una miniatura sulla lavanda dei piedi), esista nella città russa di S. Pietroburgo, ex Leningrado (13).  Quello conservato da tempo immemorabile a Rossano Calabro è il più ampio, prezioso ed importante di tutti gli altri. L'autore è anonimo; consta di 188 fogli, pari a 376 pagine, e contiene il Nuovo Testamento, in formato 200 x 307 mm, in pergamena colore porpora (da qui il nome "Purpureus"), di straordinario interesse dal punto di vista biblico e religioso, artistico, paleografico e storico, nonchè documentario. Con il tempo, il colore originario si è tramutato in marroncino. Il prezioso Codice dovette subire un incendio tre o quattro secoli or sono; doveva avere molti più fogli, forse 400 e conteneva tutti e quattro i Vangeli canonici, mentre oggi restano solamente quello di Matteo (intero) e quello di Marco (fino al versetto 14 dell'ultimo capitolo). Nel corpo del volume si trova anche una parte della lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei Vangeli. ed è una pagina estranea al "Codex", appartenente certamente ad un altro codice andato perduto. La legatura in pelle scura risale al sec. XVII o XVIII. Gli ignoti autori di questa mirabile opera, la corredarono di splendide miniature, di cui ne restano 15. Il Codex è visibile nel Museo Diocesano di Arte Sacra di Rossano, all'interno di un'apposita teca; è vietato fotografarlo e non viene più ceduto nemmeno per mostre o studio. Sono state eseguite delle copie fotografiche ad alta risoluzione, per tutti i ricercatori che vengono autorizzati a studiarlo (14). Da dove provenga esattamente questo Codice nessuno lo sa con certezza: la teoria più accreditata è che provenga da uno "Scriptorium" monastico dell' Oriente bizantino, forse dalla Siria(Antiochia), oppure da un centro dell' Asia Minore (Cappadocia o Efeso); ma una tesi accreditata lo vorrebbe proveniente da Cesarea in Palestina. Perchè giunse a Rossano? Pare che ciò si debba collocare al tempo della lotta iconoclasta, quando cioè in Oriente non furono più ammesse iconografie di alcun genere (VIII sec.d.C.), e i monaci perseguiti. Essi trovarono rifugio in Italia, specialmente in quella del Sud e qualcuno di loro potrebbe averlo recato con sè. Rossano, in particolare, era ricca di grotte dove monaci eremiti fondarono cenobi, tanto che la cittadina divenne sede dell' "Aghion Oros" o "Montagna Santa".  Rossano, in quell'epoca e fino all'arrivo dei Normanni, dal 540 al 1059, fu una città-fortezza (Frùrion) sicura ed inespugnabile, un centro politico-amministrativo importantissimo, tanto che, nel corso del secolo X, divenne la capitale della dominazione bizantina in Italia. Sulla committenza del prezioso manoscritto è mistero ma si ritiene che fosse stato un personaggio abbiente, orbitante nella cerchia dell'imperatore.

Il resto del Museo Diocesano di Arte Sacra è pure interessante. La vicina cattedrale, nella zona detta "Acqua Molle", sorge su un antichissimo sito eremitico, un oratorio frequentato dal monaco Efrem (VI sec.); i resti di questo edificio sono venuti alla luce in occasione di recenti restauri, sotto l'altare maggiore e il coro ligneo. Già ai tempi dell'eremita si aveva notizia della misteriosa Achiropita (=non fatta da mano umana), che nel 1193 venne visitata dal re Tancredi, il quale diede del denaro affinchè venisse sempre lasciata una lampada perpetua accesa. Pur avendo numerose opere d'arte, la cattedrale di Rossano richiama i pellegrini soprattutto per l'altare dell'Achiropita, posto al centro della navata. Si tratta di un'icona bizantina, forse dell'VIII sec., raffigurante la Madonna con il Bambino. Tale datazione è in realtà da retrodatarsi, poichè sondaggi più mirati e operazioni di ripulizia dell'affresco, hanno messo in evidenza come  -al di sotto -vi sarebbe un più antico strato pittorico, che riporterebbe al monaco Efrem, padre e promotore del culto della Madre di Dio a Rossano. In antico il manufatto era protetto da 7 vetri, mentre oggi è completamente libera, sebbene contornata da marmi policromi risalenti al XVIII sec. Cosa possiamo dire su questo tipo di manufatti, non infrequenti da trovare? Vi abbiamo anche dedicato una precedente sezione; la fede è l'unico parametro che fa la differenza. Sicuramente l'alone di mistero contribuisce a rendere la cattedrale di Rossano carica di potere spirituale. Il monumento ha subito danni per il terremoto del 1836 e la sua facciata è stata completamente rifatta, unitamente al campanile, che presenta sul davanti un enorme San Cristoforo, patrono dei viandanti e dei pellegrini. Inutile aggiungere che a Rossano, questi ultimi, non mancano mai...

La vetusta chiesa di San Marco, nel quartiere Grecia, il più antico di Rossano (IX sec.), fu voluto da San Nilo, un santo molto venerato localmente, ed era dedicato all'ascesi comunitaria dei monaci (preghiera, lettura dei testi sacri, meditazione, contemplazione, canto corale) che vivevano nelle sottostanti grotte ricavate dal tufo. Il piccolo edificio sacro, svettante sopra un piccolo culmine di roccia, costruito con materiale povero, semplice nel suo impianto, guarda con le sue absidi all’oriente bizantino - greco e di questo ripropone i motivi architettonici tipici: la pianta quadrangolare a croce greca, l’altare al centro bema, la copertura costituita da cinque cupole cilindriche con monofore laterali e sorretto da sei pilastri in muratura, le tre absidi con bifore, un’acquasantiera, gli affreschi parietali (15).

                 

                                             

 

SIBARI (CS)

L'ultima tappa del nostro viaggio ha come meta Sibari, in greco greco: Συβαρις, Sybaris, la più antica colonia achea dell'Italia meridionale. In realtà, l'odierna cittadina omonima è collocata a qualche chilometro di distanza dai siti archeologici, verso nord. Noi visitiamo il Parco  Archeologico di Sibari e sprofondiamo quindi in un passato remoto, avvolto dalle nebbie del tempo e del mistero. Ci troviamo sul Golfo di Taranto, a circa 5 Km dal mar Ionio. Sibari è una frazione del comune di Cassano allo Ionio ed è posta tra i fiumi Crati e Coscile, anticamente chiamato Sybaris. Le fonti attestano la città dall'VIII sec. a.C., la quale crebbe fecondamente per almeno due secoli. Ma ricerche condotte nel 1879 e ancora nel 1887 misero in luce testimonianze databili all' età del ferro, con ricchi materiali anche precedenti l'età della colonizzazione greca, ai piedi della collina. Venne scoperto, in cima ad essa, pure un santuario dedicato ad una divinità femminile ancora da chiarire (Hera, Athena?), appartenente al tipo greco arcaico, o forse apparteneva a quelle genti che -ancor prima dei Greci- abitavano la zona?  La piana di Sibari era fertile, a quel tempo; la colonia achea assunse potenza straordinaria, fondando a sua volta numerose colonie, intrattenendo rapporti commerciali intensi e prosperosi. I sibariti si 'trattavano bene', il territorio da loro gestito era assai popoloso, la cittadinanza pare venisse elargita volentieri. "Dal punto di vista politico Sibari era un'oligarchia che, proprio per il carattere competitivo che caratterizzava gli aristocratici al potere, entrò in crisi, sperimentando nella seconda metà del VI secolo a.C. sia la tirannide, sia la diffusione di alcune dottrine politico-filosofiche che miravano alla riforma dello Stato, come quelle di Pitagora" (16). Forse a discredito, iniziarono a circolare voci dello stile di vita dei suoi abitanti, ricco e ozioso, ma a fare invidia doveva essere la sua ricchezza e la sua bellezza. "Furono proprio questi due fattori, e in particolare la cacciata di un gruppo di aristocratici pitagorici nella vicina città di Crotone (Kroton), sede di Pitagora e dei suoi seguaci, a causare una guerra con quest'ultima. La vittoria arrise a Crotone, nonostante il numero inferiore delle sue forze e la città di Sibari venne distrutta nel 510 a.C., mentre il fiume Crati venne deviato per coprirne le rovine"(v.n.16). Della città non rimase che la memoria nei discendenti i quali, due secoli dopo, ottennero l'aiuto di Atene per fondare nuovamente la città, che venne costruita con l'aiuto di diverse città greche, da qui il nome di 'panellenica', denominata Thurii o Thourioi (il cui simbolo era il toro, il cui emblema pare essere il bellissimo 'toro cozzante' ritrovato tra le sue rovine). Anch'essa venne probabilmente distrutta e - all'arrivo dei Romani nel II sec. a.C.- sullo stesso luogo venne fondata una nuova città, sovrapposta alle precedenti, chiamata Copia. Tra alterne vicende, il luogo sopravvisse fino al Medioevo, finchè perse del tutto importanza e venne dimenticato, anche per il sopraggiungere di impaludamenti, con conseguente insalubrità.

Ci vollero secoli e secoli prima che di queste città si ricominciasse a parlare. Durante il periodo fascista, un archeologo venne esiliato in questa piana, si trattava di Umberto Zanotti Bianco che, a proprie spese, iniziò gli scavi per cercare le città sepolte, in quanto gli abitanti gli avevano fatto notare degli affioramenti sospetti in alcuni punti dell'area pianeggiante. In seguito, si unì agli scavi anche Paola Zancani Montuoro(17), ma -a distanza di sessant'anni- non sono ancora finiti. Reperti e strati archeologici continuano ad affiorare, permettendo di aggiungere tasselli al mosaico che, progressivamente, si va delineando, consentendo agli studiosi di ricostruire la storia del sito. E' stato rimesso in luce completamente il piano romano, con strade, lastricati, muri, mosaici pavimentali, le terme e il teatro, le domus, planimetrie edilizie, le tabernae i confini; anche numerosi oggetti sono stati scoperti, appartenenti alle diverse fasi cronologiche e sono conservati nel Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide.

La visita al Parco Archeologico è decisamente interessante e permette di visionare l'area rimessa in luce. Attualmente esso si estende per 168 ettari, sulla riva sinistra del fiume Crati, sotto il livello della faglia acquifera, cosa che grossi problemi dovuti alle infiltrazioni d'acqua, che vengono trattate con un complesso sistema a pompe. Naturalmente abbiamo visitato soltanto una parte del complesso, in quanto ulteriori scavi sono in essere verso il mare, presso il Parco del Cavallo, dove è stato rinvenuto un intero quartiere artigianale della Sybaris arcaica denominato Parco dei Tori. "Il rinvenimento di pozzi e fornaci fa pensare ad una destinazione produttiva di questo quartiere periferico della antica colonia achea, abbondanti sono i materiali ceramici databili tra il VII° e VI° secolo a.C., mentre i 4 metri di strato alluvionale che ricoprivano il quartiere ha fatto subito pensare alla distruzione del 510 a.C. operata dai crotoniati deviando il corso del fiume Sybaris, l'odierno Coscile"(18).

Un dettaglio degno di nota lo abbiamo potuto vedere -purtroppo al di qua delle transenne- su un frammento di pavimento musivo datato al periodo romano: si tratta di due 'duplici cinte' con all'interno uno swastika. Per noi che stiamo portando avanti il censimento della 'Triplice Cinta' in Italia (e non), ciò costituisce un elemento importante. In Calabria, infatti, non abbiamo mai ricevuto segnalazioni della presenza di questo schema (di gioco per un verso e simbolico per un altro), e nemmeno il nostro sopralluogo ha fornito indizi in merito. Pare quindi che in questa regione non si giocasse a filetto? Invitiamo a farcelo sapere, naturalmente. Dal punto di vista simbolico, però, numerose sono state le opportunità di documentare la presenza di strutture a triplice cinta in vari luoghi, menzionati in questo report di viaggio, ma non incise su pietra. Ora, questo mosaico antico, realizzato in bianco su sfondo scuro, forse originariamente costituito da 4 pannelli (ne restano integri due e un piccolissimo lembo di un terzo) che ricalca pienamente la forma di una TC, ci permette di inserire anche la Calabria nel censimento. Perchè qualcuno, a quell'epoca, conosceva bene lo schema. La presenza dello swastika, simbolo solare per eccellezza, collocato al centro dello schema al posto del quadrato interno, lascia spazio a debite considerazioni in campo simbolico e alle influenze orientali presenti sul territorio.

Un mondo perduto riprende a vivere, seppure soltanto attraverso la pietra, e conclude -con una nota di speranza per il futuro- questo nostro tour. Che l'Uomo sappia trarre dal passato insegnamenti per il presente, ma soprattutto che riesca a comprendere sempre di più il Pensiero e le Capacità di coloro che ci hanno preceduto. Questo mondo calabrese così vario e così antico, questi panorami, questi paesaggi di mare e di montagna, questi angoli d'Italia troppo spesso dimenticati, aspettano tutti coloro che desiderano uscire dai soliti itinerari turistici e vogliano scoprire il fascino della cultura storica indagando tra le sue pieghe sgualcite, dell'arte, del mito e del mistero.

               

 

Note:

1)- D. Rotundo, "Atlantide in Italia", Ursini Edizioni, p.198

2)- Ibid, p.57

3)- 'Italia da scoprire. Viaggio nei centri minori', Touring Club Italiano, 1996, p. 442

4)-Fonte: pannello in loco

5)-http://it.wikipedia.org/wiki/Stilo

6)- Claudio Stillitano, "La Cattolica di Stilo" , informatizzazione del testo a cura di Dora de Lumia, 2002, reperibile al link: http://www.bibliotelematica.org/cattolica-stilo.htm, Biblioteca Telematica, Sistema Bibliotecario Territoriale Ionico, www.sbti.it

7)- Per un approfondimento vedasi http://www.bibliotelematica.org/cattolica-cap3.htm

8)-  http://www.comune.santaseverina.kr.it/index.php?action=index&p=234

9)-  http://www.comune.santaseverina.kr.it/index.php?action=index&p=235

10)- Per approfondire. http://www.comune.santaseverina.kr.it/index.php?action=index&p=236

11)- http://www.silaonline.it/ . Il sito ufficiale del Parco Nazionale della Sila è http://www.parcosila.it/web/

12)- http://it.wikipedia.org/wiki/Rossano

13)- http://www.comune.rossano.cs.it/storia-e-cultura/il-codex-purpureus-rossanensis.html

14)- Per vedere le 15 miniature consultare il sito: http://www.calabria.org.uk/calabria/arte-cultura/CodexPurpureusRossanensis/CodexPurpureusRossanensis.htm

15)- http://www.comune.rossano.cs.it/san-marco.pdf

16)- http://it.wikipedia.org/wiki/Sibari

17)- Abbiamo parlato di lei e della sua attività di scavo in 'Le Donne nell'Archeologia' al link: http://www.duepassinelmistero.com/archeologiafemminile.htm

18)- http://www.calabriatours.org/siti_archeologici/parco_sibari.htm

 

 

Sezioni correlate in questo sito:

bulletI parte Tour Calabria
bullet Italia da scoprire

 

 

www.duepassinelmistero.com                                                                                           Avvertenze/Disclaimer

                                                                           Agosto 2010