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AD SIDERA.

OSSERVATORI ARCHEOASTRONOMICI IN UN CROCEVIA MEDITERRANEO.

L’ARCIPELAGO MALTESE E LO SGUARDO INSULARE

Autrice: Antonella Riotto

Tutor: Adriano Gaspani

e-mail: antonella.riotto@unirc.it;  adriano.gaspani@brera.inaf.it

 

1.  Premessa

L’obiettivo principale del lavoro è di analizzare e rappresentare alcuni monumenti di epoca preistorica, per i quali è stata ipotizzata una rilevanza di carattere astronomico.

La ricerca, condotta in ambito mediterraneo, coniuga il bagaglio classico degli strumenti operativi e di conoscenza, con le nuove tecniche di analisi dei dati e rappresentazione digitale mettendo in evidenza il legame tra architettura e astronomia.

Civiltà eterogenee, geograficamente e culturalmente distanti fra loro, hanno avvertito la comune esigenza di erigere monumenti per enfatizzare e sancire il legame tra uomo e cielo, con conseguenti connessioni religiose, architettoniche, sociali e filosofiche.

A prescindere dalla finalità della costruzione, le antiche popolazioni, (già a partire dal paleolitico) prestavano particolare attenzione alla disposizione e all’allineamento dei propri manufatti in relazione ai movimenti e ai cicli degli astri. Lo scopo era ingraziarsi le divinità associate ai corpi celesti, predire eventi ciclici (eclissi, solstizi), ottenere un calendario, determinare fenomeni di epifania e di ierofania. 

I siti oggetto di questo studio sono i megaliti delle isole Baleari, della Sardegna, della Puglia, della Calabria (per i quali è stato intrapreso un lavoro generale attraverso le ricerche già condotte  precedentemente da altri studiosi), mentre per i Megaliti di Malta è stata condotta una ricerca originale sul campo. I manufatti maltesi, infatti, hanno la caratteristica di essere degli esempi unici ed eccezionali per il megalitismo europeo, inoltre, la loro rappresentazione ad oggi è scarna e inefficace essendo i disegni risalenti ai primi scavi archeologici del secolo scorso o a piccole rielaborazioni moderne.

La ricerca si propone, quindi, di fornire gli strumenti necessari per una corretta conoscenza e lettura formale dei templi stessi, una nuova interpretazione archeoastronomica certificata da una puntuale e scientifica interpretazione dei dati ottenuti e di proporre una nuova fruizione di questi veri e propri capolavori archeologici, strepitosi esempi di architettura e tecnologia antica, purtroppo poco valorizzati e poco promossi.

                              01 d.jpg         02 d.jpg

                              Fig. 1-2:  Osservatori archeoastronomici mediterranei e maltesi. Tavole d’insieme

 

2.      Osservatori archeoastronomici maltesi.

L’arcipelago maltese è formato da Malta, che è l’isola principale e la più grande, dalla vicinissima Gozo e dalla più piccola Comino. La preistoria maltese comincia relativamente tardi rispetto agli altri paesi mediterranei. Malta è stata colonizzata solo intorno al 5200 a.C. da una popolazione con un’economia basata essenzialmente sull’agricoltura e sulla pesca e i cui interessi artistici e produttivi erano orientati alla realizzazione di ceramiche e piccole costruzioni in pietra e mattoni, simile a quella delle altre culture mediterranee ad essa coeve. Ad un certo punto però, la “normale” attività creativa si spense in favore di una nuova, molto singolare, produzione. Infatti, durante il periodo che intercorre pressappoco fra il 3500 e il 2500 a.C. questa popolazione intraprese un’attività edificatoria di maestose fabbriche, note tutt’oggi col nome di templi, caratterizzata dall’uso di enormi blocchi litici, ricchi di decorazioni a spirale e punti, sculture e raffinati dettagli. Dopo circa un millennio di costante attività, la società di questi arcani costruttori conobbe un improvviso collasso, del quale sono sconosciute le cause. Improvvisamente, la grande fase megalitica s’interrompe.

I templi maltesi sono ritenuti eccezionali nell’ambito del megalitismo mediterraneo: per le modalità costruttive, per la loro elevata concentrazione in un territorio così ristretto, per la morfologia, per la dimensione, per i decori e per le rifiniture utilizzate e soprattutto per il fatto di essere unici e in nessun altro luogo replicati o emulati. Essi rimangono un esempio esclusivo con sviluppo autoctono che riflette la cultura e le credenze religiose della popolazione locale. Molti caratteri di queste costruzioni come: la facciata monumentale, le stanze disposte su ciascun lato attorno ad una serie di cortili e corridoi, la presenza di nicchie alle quali si può accedere mediante piccole aperture, hanno permesso agli studiosi di ritenere che, in qualche modo, derivassero dalle tombe collettive, tanto diffuse nel Mediterraneo e presenti anche a Malta. John Evans ritiene che il piano su cui poggiano i templi derivi dall’architettura ipogea delle tombe scavate nella pietra tipiche della fase di Zebbuġ (in seguito, la tendenza verrà invertita poiché alcune parti dei templi verranno incorporate nell’Ipogeo di Hal Saflieni).

È certo però che non si tratti di tombe, poiché nei templi non sono stati mai ritrovate sepolture (tranne che a Tarxien dove tali tombe sono però di epoca molto successiva e nell’Ipogeo di Hal Saflieni) ma forse, almeno in origine, è possibile che avessero avuto una destinazione funeraria.

                                                  06 a Piante delle tombe 5-6 di Xemxija

                                                                   Fig. 3:  Piante delle tombe 5-6 di Xemxija

  È inoltre molto probabile che fossero dedicati al culto della Dea Madre, Dea della Fertilità o comunque ad una divinità femminile, vista la mole di reperti che a lei sono dedicati.          

Lo sviluppo formale, architettonico e decorativo di ogni tempio è certo che sia legato ad una evoluzione dello stile direttamente dipendente dalla successione cronologica dei templi stessi che, quindi, ne hanno determinato una evoluzione costruttiva ed estetica. Per questo, la datazione di ogni tempio è importante anche per capirne la modificazione stilistica. Per molti di essi è difficile dare una datazione certa, perché hanno subito manipolazioni postume nel corso dei secoli anche sull’organismo embrionale di epoca più antica.

Ogni edificio è composto da una doppia pianta, una interna ed una esterna e da una serie di ambienti lobati.  Lo spazio risultante fra le due piante veniva riempito con pietre di piccola taglia o materiale da risulta. La pianta interna pare avere avuto una certa evoluzione nel corso del tempo: restando immutato lo schema di base, sono state aggiunte una serie di ulteriori ambienti lobati che, molte volte, hanno dato vita ad altri templi affiancati ai preesistenti (come probabilmente è successo a Tarxien o Ħaġar Qim). Lo sviluppo del disegno interno dei templi è stato curiosamente affiancato alla replica della figura della Dea Madre, ma per molti studiosi questa supposizione è effettivamente troppo fantasiosa.

                                                                        71 a Mnajdra pianta est int copia.jpg

                                                                         Fig. 4:  Doppia pianta dei templi

Altre peculiarità tipiche dei templi maltesi hanno destato parecchi dibattiti, primo fra tutti la questione sulla “copertura” degli stessi. L’esterno, infatti, presenta una graduale rastremazione verso l’alto delle file di pietre, attraverso l’impiego di blocchi in aggetto a guisa di falsa cupola. Questa caratteristica, supportata anche dal ritrovamento di  numerosi reperti archeologici e rappresentazioni, come il petroglifo inciso a Mnajdra II che rappresenta un tempio completo di copertura, o il piccolo modellino di tempio rinvenuto a Tà Hagrat, ha sollevato numerose teorie sui tipi e sulle tecniche di copertura. I templi, purtroppo ne sono tutti privi, pertanto il dibattito è tuttora aperto.

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               Fig. 5:  Petroglifo di Mnajdra II                            Fig. 6:  Modellino di tempio rinvenuto a Tà Hagrat

 

Altri elementi che  destano incertezza sono gli strani fori presenti nei templi (sia sugli ortostati, sia sulle lastre del pavimento).

Sono sette i templi più grandi e importanti rinvenuti nell’arcipelago maltese, di cui uno ipogeo. Essi sono, in ordine cronologico: Ta Hagrat (3600-3000 a.C.); Skorba (3200-3000 a.C.); Gġantija (3600-3200) e che si trova nell’isola di Gozo; Ħaġar Qim (3000-2500 a.C.); Mnajdra (3600-2500); Ipogeo di Hal Saflieni (3600-2000 a.C,); Tarxien (3600-2500 a.C.).

Oltre alla evidente importanza storica e archeologica, i Megaliti di Malta rivestono un ruolo  straordinario poiché sembra che abbiano una valenza astronomica.

 

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                                 Fig. 7: Il Tempio di Tà Hagrat                                  Fig. 8: Il Te

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                                  Fig. 9: Il Tempio di Gġantija                   Fig. 10: Il Tempio di Ħaġar Qim

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                                    Fig. 11: Il Tempio di Mnajdra                       Fig. 12: Il Tempio di Tarxien

 

3.      L’interpretazione archeoastronomica precedente

L’interesse per il cielo dei costruttori dei templi maltesi è attestato, fra l’altro, da due importanti reperti archeologici che rappresentano simboli astronomici, entrambi custoditi al Museo Nazionale di Archeologia: la famosa “Pietra di Tal-Qadi” e la ruota solare di Ħaġar Qim. La prima è un frammento lapideo (probabilmente parte di un disco molto più grande) che raffigura una suddivisione in cinque segmenti, quattro dei quali sono incisi con simboli che sembrano simboleggiare stelle ed il quinto una Luna crescente. Tale frammento lapideo assume maggiore importanza in seguito agli ultimi studi condotti da John Cox negli scorsi anni. La ruota solare di Ħaġar Qim potrebbe rappresentare appunto il Sole oppure una sorta di calendario. È probabile che la Tal-Qadi fosse parte di una figura più grande a sedici settori mentre la ruota solare di Ħaġar Qim ne conta otto.

 

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                                                    Fig. 13: Pietra Tal Qadi                     Fig. 14: La ruota solare di Ħaġar Qim

 

Secondo Hoskin, dalla disposizione planimetrica dei templi maltesi, ci si rende conto che tutti hanno l’ingresso rivolto a Sud-Est, tranne Tarxien (rivolto a Sud-Ovest) e Mnajdra III orientato all’Est vero. Questa chiara tendenza dell’orientamento a Sud-Est, potrebbe far presagire la volontà di voler rivolgere i templi al sorgere del Sole al solstizio  d’inverno oppure alla stazione lunare Sud. Ma in realtà, egli sostiene che siano troppo a sud per contemplare questi obiettivi, mentre crede sia più probabile che osservassero delle costellazioni, in particolare la Croce del Sud e il Centauro. Tarxien orientato a Sud-Ovest sarebbe invece orientato al solstizio d’inverno e Mnajdra III alle Pleiadi.

Dagli ultimi studi archeoastronomici eseguiti da un’equipe di studiosi inglesi, John Cox e Tore Lomsdalen, pare che invece che i templi di Ta Hagrat,  Gġantija, Mnajdra e Ħaġar Qim siano orientati ai lunistizi alla declinazione 29° S.

 

4.      La nuova interpretazione archeoastronomica e i metodi di analisi dei dati

La mia ricerca è stata svolta a partire dalle teorie dei precedenti studiosi, come Hoskin o Cox, ma affrontando i rilievi e le analisi dei dati con un atteggiamento oggettivo, applicando le metodologie in maniera scientifica e sperimentando sul campo alcune tecniche moderne e sofisticate, escluse invece dalle indagini precedenti e direttamente messe a punto da Adriano Gaspani. È per questo che la disamina è stata svolta utilizzando un rilievo topografico accurato (eseguito mediante i dati acquisiti attraverso le più innovative tecniche del telerilevamento) in modo tale da stabilire con certezza l’esatta posizione dei punti identificativi l’asse di ogni tempio (i cui estremi individuano l’allineamento), ottenendone al contempo le coordinate relative ed escludendo il più possibile l’accumulo inevitabile di errori dovuto alle misure eseguite con un rilievo di campagna.

Ricavate le coordinate geografiche WGS84, sono stati calcolati gli azimut di ogni orientamento individuato. Quest’operazione ha un’importanza fondamentale, in quanto la misura dell’azimut ci fornisce la conoscenza dell’angolo che l’asse del tempio forma con la direzione N-S del meridiano astronomico locale, a partire dal quale è possibile applicare tutte le successive investigazioni di carattere astronomico e, attraverso la conoscenza della latitudine e longitudine di ogni punto, è possibile ricostruire la simulazione dell’antico cielo. I possibili target e la ricostruzione dell’antico cielo relativo ad ogni tempio, sono stati ottenuti mediante sofisticati software che utilizzano dispositivi matematici e test propri della disciplina statistica e probabilistica in grado di identificare un intervallo di confidenza entro cui far convergere i dati ottenuti e depurare questi risultati da tutti gli eventuali errori accumulati durante la fase di rilievo o elaborazione degli stessi.

È doveroso chiarire una tra le prime obiezioni che vengono opposte all'ipotesi astronomica di certi orientamenti, specialmente se questi sono stati trovati su strutture preistoriche. Spesso, infatti, si eccepisce che questi orientamenti possano essere casuali. Un solo allineamento individuato su una struttura, orientato su un punto dell'orizzonte particolarmente interessante dal punto di vista astronomico, potrebbe, in linea di principio, anche essere del tutto casuale. Nell'interpretazione dei dati delle misure eseguite su antiche strutture delle quali non esistono documenti scritti, è sempre d’obbligo usare il termine “probabilità” poiché di certezza difficilmente, ma solo in pochissimi casi, si può parlare. Un atteggiamento di grande cautela deve essere infatti la regola che tutti i ricercatori che lavorano in questo ed in molti altri campi della scienza dovrebbero seguire con rigore. Ogni interpretazione avanzata deve essere sempre considerata come un’ipotesi di lavoro, suscettibile di continue verifiche e di smentite. La certezza, specie in archeologia, in archeoastronomia e più in generale nelle discipline che riguardano il lontano passato, è un termine di cui è necessario fare un uso estremamente prudente poiché la quantità di informazioni diminuisce sempre con il trascorrere del tempo. In generale, per definire un sito astronomicamente rilevante è necessario verificare:

1.      L’esistenza stessa dell’orientamento

2.      Le prove archeologiche dei reperti rinvenuti coerentemente con epoca e cultura supposte

3.      Le eventuali prove etnografiche

4.      Le prove derivate dai test statistici e probabilistici a supporto delle teorie ricavate delle precedenti investigazioni

La statistica, considerando elementi provenienti da un certo numero di casi, può indicare il grado di attendibilità dell’interpretazione. Essa, naturalmente, deve essere applicata con le dovute accortezze e seguendo una metodologia rigorosa. Nelle ricerche di tipo archeoastronomico si possono utilizzare varie applicazioni. Il test statistico che è stato usato in questo lavoro è basato sulla distribuzione binomiale (Bernoulli e di Poisson)[1] e sul test statistico gaussiano (che stabilisce quale sia l’intervallo di confidenza per un determinato livello di probabilità stabilito a priori).

Sia n un certo numero di allineamenti misurati ed e (in gradi) l’incertezza dovuta allo stato della struttura; un solo orientamento ha la probabilità pari a p=e/360° di coincidere con uno che sia astronomicamente interessante. Se r  è il numero di allineamenti con orientamenti significativi allora la probabilità che r orientamenti sugli n misurati siano casuali, nella distribuzione considerata è:

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La significatività è tanto più alta quanto più piccolo è il valore di P.

Questo test postula sostanzialmente due ipotesi da provare per l’accertamento della rilevanza astronomica di un sito. La prima ipotesi è che le possibilità che il sito sia astronomicamente rilevante siano nulle, (A2 in figura, dunque la concordanza fra gli allineanti ritrovati in situ e i corrispondenti target astronomici è casuale). La seconda è che questa possibilità invece esiste e corrisponde alla deliberata materializzazione di essi da parte delle popolazione antica che costruì il sito archeologico (A1 in figura). La regola decisionale (quindi di accettazione o rigetto della ipotesi nulla/casuale rispetto a quella di positività astronomica del sito) è determinata dal valore del P critico=0,03 (livello di probabilità critica con valore ragionevole fissato al 3%). Siccome è assunto che gli errori σ sugli azimut (errori accidentali, errori insiti negli strumenti di misurazione, errori di calcolo o conversione, etc.) seguano una distribuzione normale, viene individuato un intervallo di confidenza che identifica i due valori estremi di accettazione (percentuali di errore consentito rispetto al grado di probabilità inizialmente stabilito) rispetto all’azimut misurato. Poiché A1 risulta interno all’intervallo di confidenza per una certa probabilità P allora il target astronomico cui si riferisce viene accettato come correlato all’allineamento osservato in situ, mentre A2 risultando esterno al suddetto intervallo viene rigettato, poiché la misura del suo azimut non rientra nei parametri appena espressi.

 

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                                        Fig. 15: Test statistico gaussiano di accettazione o rigetto dei target astronomici

 

Un test statistico molto più attendibile e rigoroso è quello di B.E. Schaefer. Esso è più affidabile perché restringe notevolmente l’intervallo di accettabilità dei dati ottenuti, fissando al 99,7% il livello di probabilità critica (3σ e oltre).

Specificato questo delicato passaggio, proseguiamo con l’esplicazione della nostra analisi.

Una volta assunti tutti i dati necessari attraverso specifici software è possibile simulare un complesso dinamico in cui sono codificati i movimenti da Sole, gli algoritmi di precessione per il calcolo indietro nel tempo delle coordinate equatoriali delle stelle, le equazioni inerenti alle proprietà ottiche dell'atmosfera terrestre e un modello matematico del comportamento del sistema visivo umano. Il tutto è ottimizzato da una rete neurale artificiale che gestisce le operazioni. Una volta inseriti opportuni input al sistema come il riferimento temporale (comunque entro il 4500 a.C.), le coordinate geografiche e l'azimut di orientamento degli allineamenti individuati, è possibile selezionare un insieme di stelle, tra la prima e la terza magnitudine, per un totale di circa 144 oggetti, che possono o meno ricadere entro l’intorno individuato. L’analisi deduttiva e storica ci consentono poi di identificazione della stella più coerente al monumento.[2] 

Il dato sorprendente è che non solo in molti casi alcune teorie precedenti sono state confutate, (anche quelle attualmente accettate e sfruttate turisticamente nell’arcipelago maltese) ma è stato possibile fornire una nuova interpretazione astronomica dei siti considerando non solo le stelle, il Sole e la Luna, ma anche i pianeti, estremamente valutati in antichità ed esclusi però dalle precedenti disamine.

Per i templi complessi (costituiti da più unità al loro interno) sono stati misurati e analizzati tutti gli assi presenti.

Possiamo dunque brevemente riassumere gli esiti per ogni tempio secondo quanto segue:

  • Tempio di Ta Hagrat: Orientamento S-E   ; target astronomico: Sorge la Luna a δ=(-ε-i); Levata eliaca di Sirio (+); sorge Venere alla sua minima declinazione.

Il tempio di Tà Hagrat  è fondamentalmente lunare. È presente un singolo allineamento astronomico di tipo lunistiziale lunare coincidente con l’asse di simmetria del monumento (PQ). Lo stesso allineamento potrebbe anche essere correlato con il punto di prima visibilità di Sirio alla  sua levata eliaca oppure verso i punti di levata e di tramonto di Venere alle sue declinazioni minime e massime e quindi alle sue digressioni massime settentrionali e meridionali.          

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                                                                       Fig. 16: Asse del Tempio di Tà Hagrat e relativi dati

  •   Tempio di Skorba: Orientamento S-E; target astronomico: Levata Eliaca della Costellazione della Croce del Sud

Il tempio di Skorba possiede un solo allineamento astronomico (RS), coincidente con il suo asse di simmetria e risulta diretto verso la levata eliaca della Costellazione della Croce del Sud.

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                                                                 Fig. 17: Asse del Tempio di Skorba e relativi dati

 

  •  Complesso di Gġantija:       
    Gġantija I: Orientamento S-E; target astronomico: Sorge la Luna a δ=(-ε-i); Levata eliaca di Sirio (+); sorge Venere alla sua minima declinazione.       
    Gġantija I: Orientamento S-E; target astronomico: Sorge la Luna a δ=(-ε-i); Levata eliaca di Sirio (+); sorge Venere alla sua minima declinazione.

Il complesso di Gġantija è sostanzialmente lunare poiché è presente una coppia  di allineamenti astronomici (rispettivamente TU per Gġantija I e VZ per Gġantija II) di tipo lunistiziale lunare coincidente con l’asse di simmetria di ogni tempio. Gli stessi allineamenti  potrebbero anche essere correlati con il punto di prima visibilità di Sirio alla  sua levata eliaca e verso i punti di levata e di tramonto di Venere alle sue declinazioni minime e massime e quindi alle sue digressioni massime settentrionali e meridionali.       

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                                                            Fig. 18: Assi del Complesso di Gġantija e relativi dati

 

  • Complesso di Ħaġar Qim: Orientamento S-E; target astronomico1: Sorge la Luna a δ=(-ε-i); Levata eliaca di Sirio (+); sorge Venere alla sua minima declinazione.

Il complesso di Ħaġar Qim è essenzialmente lunare; sono presenti due allineamenti astronomici di tipo lunistiziale lunare, coincidenti con l’asse principale del tempio nelle due direzioni LM/ML, avendo il tempio un doppio ingresso. Gli stessi potrebbero anche essere correlati con il punto di prima visibilità di Sirio alla  sua levata eliaca. Un’interessante ipotesi alternativa prevede l’allineamento verso i punti di levata e di tramonto di Venere alle sue declinazioni minime e massime e quindi alle sue digressioni massime settentrionali e meridionali. Gli altri assi indicati in figura (1-2; 3-4; 5-6), vista la complessità del tempio e la possibilità che anch’essi fossero stati edificati su base astronomica, sono stati presi comunque in considerazione. Sono stati infatti scelti gli assi di simmetria di ogni ambiente con accesso diretto all’esterno o attraverso possibili mire fra le pietre. È stato analizzato anche l’asse ON attraverso il quale si verifica attualmente la presunta manifestazione del solstizio d’estate. Nessuno di essi però ha mostrato alcuna linea astronomicamente significativa, neppure quello attualmente millantato come tale.

 

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                                           Fig. 19: Assi del Complesso di Ħaġar Qim e relativi dati

 

  • Complesso  di Mnajdra:         
    Mnajdra I (asse AB): Orientamento E; target astronomico: Levata eliaca delle Pleiadi
    Mnajdra I (asse FG); Orientamento S-E; target astronomico: Levata eliaca della Cintura di Orione
    Mnajdra I (asse HI) Orientamento N-E; target astronomico: Levata eliaca di Capella (Alpha Aurigae), sorge il Sole a D=+ε (solstizio d’estate).

Il tempio di Mnajdra I presenta tre allineamenti: il primo, AB, coincidente con l’asse di simmetria del tempio, gli altri FG e HI sono simmetrici fra di loro e rispetto all’asse AB. Tutti e tre costituiscono gli unici assi abitualmente presi in considerazione per l’intero complesso di Mnajdra (escludendo quindi gli assi di Mnajdra II e Mnajdra III) ma erroneamente interpretati. Sembra infatti che AB sia orientato agli equinozi, HI e FG rispettivamente al solstizio d’estate e a quello d’inverno. Dallo studio emerge che l’asse AB, coincidente con l’asse principale, non ha nessuna correlazione con i movimenti solari, bensì l’azimut di 92° potrebbe molto probabilmente avere una correlazione con la levata eliaca delle Pleiadi, l’ammasso aperto visibile nella costellazione del Toro, caratteristico per la riconoscibile forma. La previsione dell’equinozio, fra l’altro, è un’operazione molto complessa, difficilmente eseguibile con strumentazioni rudimentali.

L’asse FG identificato con la direzione del Sole al solstizio d’inverno è invece orientato verso la levata eliaca della Cintura di Orione identificata nelle sue tre stelle: δ Orionis o Mintaka, ε Orionis o Alnilam e ζ Orionis o Alnitak.

L’asse HI identificato con la direzione del Sole al solstizio d’estate è orientato verso la levata eliaca di Capella, la stella più brillante della costellazione dell’Auriga e la sesta stella più brillante del cielo. Esso però potrebbe effettivamente coincidere anche con la levata del Sole al solstizio d’estate.     
Mnajdra II: Orientamento S-E; target astronomico: Levata eliaca di Toliman (Alpha Centauri)

  •  Il tempio di Mnajdra II non viene abitualmente preso in considerazione. Esso possiede come gli altri un allineamento principale, CB, coincidente con l’asse di simmetria del tempio. Secondo i calcoli esso potrebbe essere stato diretto all’osservazione della levata eliaca di Toliman, più nota come Rigel Kentaurus, la terza stella più brillante del cielo (dopo Sirio e Canopo).

 

  •     Mnajdra III: Orientamento S-O; target astronomico: Levata eliaca di Arcturus (Alpha Boötis)

Mnajdra III possiede un unico allineamento, DE, coincidente con il suo asse di simmetria. Anche l’allineamento di Mnajdra III non viene abitualmente preso  in considerazione, ma dai nostri studi è emerso che era orientato verso la levata eliaca di Arturo (o Arcturus, α Boo o Alpha Boötis) è la stella più luminosa della costellazione di Boöte.

 

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                                                        Fig. 20: Assi del Complesso di Mnajdra e relativi dati

 

  • -   Complesso di Tarxien:        
    Tarxien I: Orientamento: NN-E; target astronomico: Levata eliaca di di Alphecca  (Alpha Coronae Borealis)

Tarxien I possiede un unico allineamento coincidente con il suo asse di simmetria e risulta essere orientato all’osservazione della stella Alphecca.

  • Tarxien II: Orientamento NN-E; target astronomico: Levata eliaca di Alphecca  (Alpha Coronae Borealis)

Tarxien II possiede un unico allineamento coincidente con il suo asse di simmetria e risulta essere orientato all’osservazione della stella Alphecca.

  • Tarxien III: Orientamento Nord; target astronomico: Tramonto eliaco di Alphecca  (Alpha Coronae Borealis)

Tarxien III possiede un unico allineamento coincidente con il suo asse di simmetria e risulta essere orientato all’osservazione della stella Alphecca.                 
Il complesso di Tarxien mostra un’orientazione connessa con i movimenti della stella Alphecca e del suo percorso precessionale nei secoli. Dalle nostre elucubrazioni, infatti, appare possibile come, la rotazione sistematica dell’asse dei templi I, II e III possa avere una correlazione con il movimento precessionale della stella medesima. È molto probabile che i costruttori di Tarxien abbiano utilizzato un orientamento simbolico verso Alphecca a partire dal III tempio, il più antico, per il quale venne utilizzato il tramonto eliaco dell’astro. A causa degli effetti della precessione, col trascorrere dei secoli, l’azimut della stella variò, dunque, per la costruzione dei templi successivi, fu necessario ruotare, in accordo con esso, l’asse di ognuno di loro, adeguandolo alle levate eliache di Aphecca.       

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                                                                    Fig. 21: Assi del Complesso di Tarxien e relativi dati

 

    Conclusioni

Le conclusioni finali sulle ipotesi del culto praticato nell’arcipelago maltese e sulle motivazioni dello stesso, derivano sia dai risultati dell’analisi archeoastronomica precedentemente brevemente descritta, sia da ipotesi formulate sulla base di congetture storiche, sociali, religiose ed economiche presenti nella cultura analizzata e in quelle coeve o delle quali ci è pervenuta una prova certa e con le quali si può operare un certo confronto. I monumenti maltesi esaminati, essendo risalenti per lo più al neolitico, non possiedono alcuna traccia scritta se non la loro stessa esistenza e quella delle decorazioni incise sulla pietra in essi contenute.     

In base agli esiti relativi ai target astronomici ottenuti per ciascun sito, è emerso che tre dei sei templi analizzati (Tà Hagrat, Gġantija e Ħaġar Qim) hanno come obiettivo astronomico la Luna e/o la levata-tramonto eliaco di Venere. Gli altri templi hanno invece target stellari e solo  Mnajdra III per l’asse HI potrebbe anche essere correlato alla levata del Sole al solstizio d’estate.     

La levata eliaca di un astro si riferisce al giorno di prima visibilità dello stesso poco prima del sorgere del Sole. Questo fenomeno avrebbe potuto costituire un utile riferimento calendariale, sia ai fini delle attività produttive (agricoltura, caccia, pesca) sia per scopi rituali. In molte civiltà antiche in concomitanza della levata eliaca della stella oggetto di culto veniva celebrata la festa ad essa connessa. Abbiamo ad esempio i dati provenienti dall’antico Egitto nel quale la levata eliaca di Sirio costituiva l’inizio del calendario agricolo e preludeva alla benefica inondazione del Nilo. I Maya dividevano il loro calendario rituale in quattro parti sulla base delle date di levata eliaca del pianeta Venere, fenomeno questo correntemente osservato anche a Babilonia, in India e in Cina. 

Le prove del culto di una qualche divinità femminile, Dea Madre, (estremamente diffuso in molte civiltà mediterranee), il fatto che in molti siti maltesi fosse presente la pratica del culto dei morti (seppelliti in cavità sotterranee) e il fatto stesso che la Luna (notoriamente identificata come divinità femminile) era un target molto probabile in almeno tre dei sei templi analizzati, avvalorano l’ipotesi che si praticasse una religione basata sul culto degli elementi naturali, sui cicli della fertilità della terra e sulla credenza di una vita ultraterrena che prevedesse la congiunzione degli uomini con la dea genitrice (essendo essi sepolti nel “ventre della Madre”). La Luna, inoltre, era un utile mezzo di orientamento e di scansione del tempo per molte popolazioni marittime dell’antichità, che la usavano per la navigazione.

Dobbiamo considerare che per le popolazioni preistoriche i fondamenti della società erano i culti religiosi (e le credenze in essi radicati) e le attività produttive, i primi intesi come elementi di aggregazione, di socializzazione e quindi di differenziazione dal mondo animale, le seconde come mezzi di sussistenza, vita e dignità individuale all’interno di un sistema più ampio. Si tratta ovviamente solo di illazioni di carattere deduttivo ricavate sulla base dei risultati scientifici ottenuti e supportate da ragionamenti fatti sulla civiltà maltese e sulle altre analoghe delle quali si possiedono più documenti certi, poiché nulla di sicuro può dirsi.           

 

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                                                                              Fig. 22: Modelli tridimensionali, rendering e ricostruzione

Degli antichi cieli dei Templi di Mnajdra, Gġantija e Ħaġar Qim

 (Autrice: d.ssa Antonella Riotto; Tutor: prof. Adriano Gaspani)

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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• Adriano Gaspani, Elementi di Archeoastronomia, dispense del corso di Archeoastronomia presso la Università Cardinal Colombo di Milano, 2008

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• Giulio Magli, I segreti delle antiche civiltà Megalitiche, Newton Compton Editore, Roma 2007

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• Themistocles Zammit, Karl Mayrhofer, The Prehistoric Temples of Malta and Gozo, 1995


[1] Il test statistico è stato derivato dalle distribuzioni Binomiali (Bernoulli) e dalle formule di Poisson. La legge statistica è data dalla formula: P(random)=   (1/5*Y) * e ^ (-2*Y2);   p=  2*e /360; Y=(1/2* √ np) (r-n*p-1/2). Dove:  r = numero linee astronomicamente significative; n = numero totale degli allineamenti considerati; p = probabilità di casualità del singolo allineamento; e = errore sull’allineamento. Se Y risulta maggiore o uguale a 1 allora il sito non può essere ritenuto astronomicamente corretto essendo la P (random) maggiore del limite di accettazione 3%.

[2] I programmi utilizzati per il calcolo astronomico degli astri correlati ai vari templi sono opera di Adriano Gaspani. Per la simulazione e riproduzione dell’antico cielo è stato utilizzato SkyMap Pro.

 

 

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                                                                                        Luglio  2012