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TEMATICHE: Due passi nell'Italia nascosta Simbologia e Cultura Orientale UTILITY: Ricerca veloce titoli per argomento SERVIZI:
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CERIMONIE NUZIALI di Ermando Danese
La filosofia conferisce a chi la sposa una grande capacità d’investigazione e una notevole e chiara visione delle cose[1]. Nei Vangeli leggiamo[2]: Petite, et dabitur vobis; quaerite, et invenietis; pulsate, et aperietur vobis. Omnis enim qui petit, accipit; et, qui quaerit, invenit; et pulsanti aperietur. (Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Infatti, chiunque chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto). In questo modo consigliano e assicurano il ricercatore. Tuttavia, con ben più dure parole, San Luca (VIII, 18) ricorda all’uomo il modo fondamentale con cui si deve accostare alla scienza antica: Videte ergo quomodo audiatis: qui enim habet, dabitur illi; et, quicumque non habet, etiam quod putat se habere, auferetur ab illo. (Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere). A questo proposito Fulcanelli proclama solennemente che «la scienza ermetica non s’insegna, ciascuno deve imparare da sé, e non in maniera speculativa, ma con l’ausilio di un lavoro perseverante, moltiplicando le prove e i tentativi, in modo da sottoporre i prodotti del pensiero al controllo dell’esperienza». «La meditazione è una delle grandi arti della vita» fa eco Krishnamurti, forse la più grande. E non si può imparare da alcun maestro, in questo è la sua bellezza. Non vi può essere alcuna tecnica e, quindi, alcuna autorità. Qual è la funzione di un maestro? Se conosce una materia come la medicina, la scienza, ecc., la sua funzione è d’insegnare ad altri la conoscenza che possiede. La cosa è abbastanza semplice. Ma se parliamo del maestro che dice di sapere e vuole istruire il suo discepolo, allora state attenti, perché chi dice di sapere non sa, perché la Verità, la bellezza dell’Illuminazione, comunque la chiamate, è impossibile descriverla, è. È una cosa viva, una cosa che si muove e vive, è attiva, è senza peso. Solo di una cosa morta si può dire che cosa sia; e il maestro che insegna cose morte, non è un Maestro».
Sappiamo, ormai, che scavare nelle nostre usanze significa scavare direttamente in quella scienza che gli Antichi designavano col nome di Eterna Saggezza. La stessa credenza popolare avvertiva il ricercatore, come ricorda Giovanni Pansa: «Esistono due possibilità di trovare il tesoro nascosto; la prima da chi ha la pazienza di cercare e di scavare; la seconda per chi ne conosce la speciale formula magica». Questa speciale formula era la cabala ermetica, ma se difficile era possedere questa chiave, sempre più difficile sta diventando scavare nelle nostre usanze che inesorabilmente stanno sparendo dalla scena. Già sul finire del XIX secolo Tommaso Bruno Stoppa scriveva: «…ma la trasformazione già si avverte, già succede, già si compie; e ciò che non fecero i secoli, ora fanno gli anni e i nuovi tempi. Sia almeno a noi dato di ricordare, in una pagina della storia dei popoli, un tempo bellissimo, che inesorabilmente passa, come passa il pensiero, come passano le cose».
Le cerimonie nuziali costituivano un vero tesoro per il decifratore di enigmi ermetici, tanto erano pieni di saggezza e di profondo insegnamento. Particolare degno di rilievo riguarda il fatto che i Filosofi, tenendo conto della notevole sensibilità della donna, hanno fatto sì che, tradizionalmente, debba essere l’uomo a dichiarare il suo amore, a chiedere la sua mano. I Saggi, dunque, con la loro solita abilità, hanno nascosto in quest’usanza il punto fondamentale del Magistero: è l’uomo che, spinto dal desiderio, muove verso la sposa. È l’artista che, innamoratosi della verità o filosofia, viene rapito verso di lei. Ed è precisamente per questo motivo che la tradizione voleva che fosse la donna ad andare in sposa in casa di lui, perché l’individuo deve ricevere nella sua casa la sua sposa. Tuttavia le usanze per chiedere la mano della fanciulla erano diverse. «Nell’Abruzzo Ultra Primo[3]» scriveva Angelo De Gubernatis «il giovane porta la notte, all’uscio della ragazza, un ceppo di quercia, detto tecchio; se il ceppo è messo in casa, il pretendente può entrarvi anch’esso; se, invece, il ceppo è lasciato dove egli lo lasciò, al giovane non resta altro che ripigliarsi, in modo che nessuno lo veda, il ceppo, e ritentare, se gli piace, la prova ad altri usci. Un uso simile incontrò il prof. Ferraro a Serra San Bruno, in Calabria: “L’amante usa di notte mettere davanti alla casa della ragazza, da lui presa ad amare, un ceppo vestito di nastri, fazzoletti, ecc., se il ceppo è ritirato, la ragazza accetta l’amor suo; se no i parenti dicono: ‘Non abbiamo figlie da marito e allontanano il ceppo’”». In realtà quest’usanza si ritrovava ovunque. «In Piemonte» segnala Riccardo Savoi «in certi paesi di montagna, era usanza che l’innamorato si dichiarasse lasciando, davanti alla porta di casa dell’amata, un ceppo. Se questa introduceva il ceppo in casa si andava verso il matrimonio, se lo lasciava fuori significava che l’innamorato era respinto». Nicolò Flamel al figlio di scienza consigliava semplicemente: «Nota quella quercia». Geroglifico della materia vergine dei filosofi, la quercia la ritroviamo in diverse simbologie. Quel ceppo di quercia doveva essere presentato il più decorato possibile, e il pretendente doveva incidervi, o farvi incidere, il proprio nome, affinché venisse accettata dalla sposa (filosofia). Purtroppo, se il ceppo veniva lasciato fuori, significava che il nostro eroe non aveva i pregi adatti per conseguire il fidanzamento con la propria donna. Affinché potesse interpretare il soggetto dell’arte in grado di accogliere l’illuminazione, la quercia fu definita cava. È il ricettacolo di madre Natura. «La quercia» scrive Eugène Canseliet «quando è vecchia e cava, è designata in greco antico con il vocabolo saronis, molto prossimo a sarôn che indica il sesso della donna». Ricordiamo che il fisso (la psiche) simboleggia la donna dell’Opera. Tuttavia dobbiamo sempre tenere presente che spesso i due principii cambiano di ruolo, sia la donna sia l’uomo: ora interpretano il fisso ora il volatile. Perché sono state inventate tante simbologie? Per coprire l’assoluta semplicità della Grande Opera. «Cosmopolita fa osservare» scrive Canseliet «che la Grande Opera è di una tale semplicità, che i Filosofi furono sempre costretti, per velarla il più possibile, a sommergerla di dettagli che sono come la ganga della miniera filosofica. Alexandre Sethon consiglia al discepolo di non stupirsi troppo se ha scritto così tanti trattati: “In verità, tutto sarebbe potuto essere riunito in poche righe, meglio ancora, in poche parole”». Tuttavia il ruolo fondamentale della simbologia è quello d’illuminare secondo il principio che dove uno non riuscirà a farlo, un altro, forse, potrà riuscirci. Fulcanelli definisce tante allegorie «i molteplici segreti della saggezza, e non possiamo esserne sorpresi in altro modo perché, una volta noti perfettamente i principii dell’Opera, l’analogia ci conduce direttamente alla scoperta della verità e dei fatti connessi».
Un’altra usanza di dichiarazione d’amore era quella del ricorso all’intermediario. Nelle Marche, alcune persone, prosegue Mattioni, «ricorrevano ad una donna anziana, alla quale, se l’affare si concludeva, veniva regalata una camicia». «Nella campagna di Pistoia» scriveva De Gubernatis «invece della sposa, conducono prima al giovane la più vecchia donna della casa. Poi la fanciulla fa dono allo sposo di una camicia. La fanciulla mette gran cura a ben cucire la camicia ch’ella regala allo sposo anche nel Piemonte, nel milanese, nel pesarese, nel perugino, nell’Arpinate, nell’Abruzzo Ultra Primo e nel Lago Maggiore. Un canto illirico parla di una elegante camicia, donata dalla sposa allo sposo, che non era stata né filata, né tessuta, ma che la fanciulla stessa aveva per tre anni, giorno e notte, con le proprie mani, lavorata e contesta d’oro finissimo». Cosa rappresentava quella donna anziana? Proprio lei, la Madre pazza o la madre dei pazzi, la vecchia scienza ermetica, considerata in tutta l’estensione del suo insegnamento. La camicia non era di stoffa comune, erano occorse tutte e tre le operazioni filosofali (tre anni) per realizzarla. È quel seme del Regno di Dio che cresce di notte e di giorno. La camicia deriva dall’antica tunica. Una tunica fu regalata a Ercole dalla sua sposa Deianira, dopo essere stata tinta col sangue del centauro Nesso; «ma non appena l’eroe l’ebbe indossata» scrive Fulcanelli «provò degli atroci dolori. Non potendo resistere a una così grande sofferenza, si gettò in mezzo alle fiamme d’una pira eretta sul Monte Eta (dal greco Aíto, bruciare, fiammeggiare, essere ardente) e accesa con le proprie mani. Deianira, avendo saputo la fatale notizia, si uccise per disperazione». L’intelligenza la si deve risvegliare (accendere) da soli (con le proprie mani). Anche Romeo e Giulietta morirono tutti e due. Ricordiamo che le due nature devono morire entrambi, grazie al sangue del centauro, variante del sangue di Cristo o illuminazione spirituale. C’era pure l’usanza della serenata, in cui l’innamorato faceva ascoltare una canzone d’amore alla persona del cuore. Renato Mattioni, trattando dei costumi marchigiani, scrive che «il pretendente si accordava con due amici che sapevano cantare e suonare (il mandolino, il violino, la chitarra, l’organetto) per sistemarsi sotto casa dell’amata. Se il padrone di casa accendeva la candela allora i tre (cantante, suonatore e innamorato) venivano accolti in casa». Sappiamo che la scienza antica era denominata anche Arte della musica. Il cantante, il suonatore e l’innamorato incarnavano le proporzioni filosofiche, cioè due parti di volatile (cantante suonatore) per una di corpo fisso (innamorato). Il padre della sposa, invece, interpretava l’artista. Egli accendeva la candela con le proprie mani, compiendo, in pratica, lo stesso gesto di Ercole. Da qui deriva la locuzione popolare “reggere la candela”, col significato di favorire una relazione amorosa. La cera bianca della candela simboleggia la psiche purificata della superficiale grossolanità, che si digrosserà inesorabilmente grazie al fuoco segreto. Il nome candela deriva dal latino candeo — candens, candentis — candido, biancheggiante, infuocato, incandescente, radioso.
«Presso i pugliesi» scrive De Gubernatis «la domanda della sposa è fatta da alcuni delegati dello sposo. Siedono a tavola, bevono tre volte; quindi il capo dei delegati offre da bere alla fanciulla. Se essa accetta è segno che i parenti consentono. Allora il rappresentante dello sposo le dona una mela, nella quale è conficcata una moneta, che la fanciulla consegna al padre, al fratello o, insomma, al capo di casa». I delegati bevono tre volte, facendo intendere al ricercatore le tre operazioni filosofali. Questi delegati interpretano lo stesso ruolo dei compari dei quali parleremo più avanti. La mela con la moneta esprime chiaramente la materia preparata o fecondata, poiché la fanciulla ha accettato. Questa poi passerà nelle mani del padre interprete del fisso. Anche chi non era corrisposto in amore aveva la possibilità di poter avere l’oggetto dei suoi sogni. Antonio Frascaro segnala che «nel Gargano, se il giovane non era corrisposto in amore, ricorreva ad un espediente: entrava nella casa dell’amata quando questa era sola, le strappava di testa il fazzoletto e le snodava i capelli. Si dice che così la ragazza non potesse più trovare marito». Il fazzoletto da testa (foulard) ricopre diversi significati a secondo del ruolo che la donna interpreta: vergine, vergine madre, e la vergine celeste o filosofia. «È quanto intendono insegnare Filalete e D’Espagnet» scrive Fulcanelli «quando dicono che “la nostra vergine può essere maritata due volte senza per questo perdere la sua verginità”. La terra (psiche) vergine che dovrà essere ancora lavorata, o rianimata dai raggi del sole, è personificata dalla vergine nel più stretto senso etimologico. In questo caso il suo fazzoletto da testa simboleggia la grossolanità superficiale che avvolge lo spirito. «Noi abbiamo detto» aggiunge Fulcanelli «che la qualità dello spirito, poiché è una qualità aerea e volatile, lo obbliga sempre ad innalzarsi, e che la sua natura è una natura che risplende non appena si trova separa dalla grossolana opacità corporale che l’avvolge. Tuttavia, questo spirito pronto a liberarsi non appena gli vengono forniti i mezzi, non può abbandonare completamente il corpo, ma si riveste con un abito più consono alla sua natura». Qui troviamo pure il motivo segreto per cui, un tempo, per saluto si faceva tanto di cappello, cioè ci si scappellava davanti a un superiore. Perché, in effetti, la grossolanità non può fare altro che accettare l’indiscutibile superiorità dell’intelligenza o della spiritualità. Il fazzoletto sul capo della madre dell’Opera, invece, simboleggia la chiusura ermetica, cioè significa che il filosofo è morto alle luci di questo mondo. Per questo motivo, quando ci si recava in chiesa, gli uomini erano obbligati a togliersi il cappello e le donne a coprirsi il capo col velo da messa. I capelli sciolti della ragazza indica che ella, ormai, segue la Natura. È la traduzione allegorica dell’Uomo dei Boschi: la psiche tornata al suo stato originale che si è liberata dal condizionamento, avendo avuto il coraggio di dimenticare tutto ciò che aveva imparato. In questo caso la ragazza non potrà più trovare marito (attrazioni mondane), ma resterà fedele solo al principe celeste che le ha sciolto i capelli. Per quanto riguarda la filosofia, questa era interpretata da Minerva, la dea della sapienza. «Nell’antichità romana» scrive Fulcanelli si chiamava peplum (in greco péplos o pépla) un velo ornato di ricami con cui si adornava la statua di Minerva figlia di Giove, la sola dea dalla nascita meravigliosa. Infatti, la favola dice ch’ella uscì tutta armata dal cervello del padre, al quale Vulcano, per ordine del Signore dell’Olimpo, aveva spaccato la testa. Da ciò deriva il suo nome ellenico di Atena — Athena, formato da a privativo, e tithéne, nutrice, madre — che significa nata senza madre. Personificazione della saggezza o conoscenza delle cose, Minerva dev’essere considerata come il pensiero Divino e Creatore, materializzato in tutta la natura, latente in noi e in tutto ciò che ci circonda».
La sposa metteva alla prova lo sposo: questi doveva superare delle difficoltà per averla. «Al Capo di Leuca, distretto di Gallipoli» scriveva De Gubernatis «la sposa prova lo sposo. Un giovane non merita d’impalmare alcuna ragazza, finch’egli non abbia almeno portato lo stendardo (cacciatu lu stennardu) nella processione, che si fa nella festa del santo del luogo». Il neofita deve dare prova di essere in grado di comprendere queste cose. In India, prosegue De Gubernatis, «sulla Costa del Coromandel, secondo la relazione del nostro viaggiatore Ludovico Barthema, vigeva, nel sedicesimo secolo, quest’uso: “Un giovine che parla con una donna d’amore prende una pezza ben bagnata nell’olio, vi appicca il fuoco e so lo pone sopra il braccio a carne nuda, e mentre che quella brucia egli sta a parlare quietamente con quella donna, senza una minima perturbazione, non si curando che s’abbruci il braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene, che per lei è apparecchiato a fare ogni gran cosa”». «Il braccio che brucia» scrive Fulcanelli «non è forse un simbolo espressivo del sacrificio, della rinuncia richiesta dalla scienza? Alla prova del fuoco si dovevano sottoporre i futuri iniziati di Tebe e di Emopoli». Altre volte era la sposa ad essere provata. «Nella campagna di Perugia» aggiunge De Gubernatis «lo sposo prova la sposa; le si presenta una polpetta; la sposa dovrà ingoiarla intera o sana, come dicono nell’Umbria; se, invece, ella stenta a mandarla giù, se ne levano sinistri augurii. Nell’ascolano, per la festa di Sant’Emidio, gli sposi arrivano alla piazza dell’Arringo in Ascoli. La sposa si mette in mezzo; suonatori che strimpellano, mimi che fanno smorfie d’ogni maniera ridicole, si mettono attorno alla sposa per provocarne il riso. Guai se la sposa ride, ella non sarà una donna prudente e lo sposo, perciò, l’abbandona al suo destino». Nella prima prova viene insegnata che la dottrina deve essere assimilata interamente per evitare comprensioni frammentarie. «La cosa più pericolosa e distruttiva che ci sia» sosteneva Krishnamurti «è una comprensione frammentaria». Nella seconda prova si mette in evidenza l’assoluta serietà che si chiede per compiere la Grande Opera, senza essere sviati dai superficiali rumori del mondo. Krishnamurti, all’inizio del suo ultimo discorso a Saanen, in Svizzera, nell’estate del 1985, disse: «Se ci è concesso, vorremmo far notare che questa è una riunione di persone serie che si occupano della vita quotidiana. Non siamo, mi auguro, frivoli, ma ci occupiamo insieme di ciò che avviene nel mondo — tutte le tragedie, l’estrema sofferenza, la povertà — e della nostra responsabilità in tutto questo. Ecco che cosa accade nel mondo: divisione economica, politica, religiosa, e tutte le divisioni settarie all’interno delle religioni. È una situazione molto pericolosa, rischiosa». Cosa potrà cambiare tutto questo? La serietà, la comprensione, l’intelligenza. È l’unica soluzione che permette il cambiamento interiore e, di conseguenza, quello esteriore. «Dobbiamo occuparci» dice Krishnamurti «non solo della povertà esteriore ma anche di quella interiore». L’antico rituale nuziale nella sua semplicità è lampante: serietà. Le persone dicono una cosa e ne fanno un’altra. Qui si applica il famoso motto dell’Iniziato Ovidio, messo in bocca a Medea (Metamorfosi, VII, 20): Video meliora proboque, deteriora sequor. (Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori). «Una persona seria non sarà facilmente distratta» aggiunge Krishnamurti «potrà divertirsi, ma la sua strada è stabilita. È la mente seria che vive realmente e si gode la vita, non la mente che si limita a cercare svago, soddisfazione e appagamento. Solo chi è veramente serio vive, gli altri sprecano la loro vita e dissipano l’esistenza. La libertà implica la totale rinunzia e il rifiuto di ogni autorità psicologica interiore».
Il patto di fidanzamento era assai importante nel mondo antico. «Un giuramento o una promessa di matrimonio» scrive Evan Hadingham «acquisivano una particolare serietà se il patto veniva sigillato stringendosi le mani attraverso un foro in una pietra. Nel 1781 un giovane che era venuto meno ad un accordo stipato attraverso il foro esistente nella Pietra di Odino, nelle vicinanze dell’Anello di Brogar, fu severamente rimproverato dagli anziani del consiglio delle Orcadi per “aver rotto la promessa di Odino”». «Il menhir di Draché era forato» segnala Françoise D’Eaubonne «e attraverso la cruna di quest’enorme ago, gli innamorati si scambiavano la promessa tenendosi per mano». «Una pietra molto suggestiva per un grosso foro nel centro» aggiunge Aldo Tavolaro «sorge in un remoto campo in contrada S. Croce, a Bisceglie, e somiglia a una pietra, pure bucata, che si trova nella Contea di Antrim in Inghilterra, e che i fidanzati del luogo usano per sancire la loro promessa di matrimonio dandosi la mano attraverso il foro». «Nelle tradizioni della Calabria» scrive Mario Obole «prima di stringere i legami, il padre di lui ricordava che per un calabrese la parola data è sacra. Ma se un fidanzamento si scioglieva, allora grosse inimicizie sorgevano tra le due famiglie, e duravano per generazioni». La pietra forata è la variante ermetica della vecchia quercia cava: la nostra materia preparata. Il patto, poi, che i due sposi vi fanno stringendosi la mano, ricorda il patto che si stabiliva tra l’Iniziatore e il neofita. Nella tradizione calabrese il padre dello sposo interpreta il ruolo dell’Iniziatore. Egli dona la sua parola, il segreto, e ne chiede l’assoluto rispetto. Lo stesso senso ha voluto riportare l’anonimo Adepto di Dampierre, decorando il cassettone numero otto della quinta serie sempre descritto da Fulcanelli: «Due avambracci, le cui mani si stringono, escono da un cordone di nubi. Essi hanno come motto:
.ACCIPE. DAQVE. FIDEM.
Ricevi la mia parola e dammi la tua. Questo motivo, insomma, non è altro che la traduzione del segno utilizzato dagli alchimisti per tradurre l’elemento acqua. Nubi e braccia formano un triangolo dal vertice verso il basso, geroglifico dell’acqua, opposto al fuoco, simbolizzato da un triangolo simile ma capovolto. È questo un emblema d’unione, perché le due mani strette nel patto di fedeltà e dell’attaccamento appartengono a due individualità distinte. È il nostro composto noto sotto il nome di rebis, materia prima del Magistero. In questo sta il mistero della parola nascosta o verbum dimissum, che il nostro Adepto ha ricevuto dai suoi predecessori e ci trasmette sotto il velo del simbolo, e per la cui conservazione ci chiede la nostra parola, cioè il giuramento di non svelare ciò che ha ritenuto mantenere segreto: accipe dacque fidem». Il segreto dell’Opera è il rebis, il mercurio filosofico. Qui troviamo pure il motivo nascosto dell’usanza tradizionale di stringersi entrambi la mano destra, sia per suggellare un accordo, sia per amichevole saluto.
Il patto di fidanzamento era suggellato dagli anelli. Vito Petrucci e Mario Boero scrivono che «in Toscana l’anello di fidanzamento era detto “anello celato”; quello di matrimonio “anello scoperto”». L’anello celato è una variante della prima stella, che precede il miracoloso Avvento del Bambinello, qui indicato dall’anello scoperto, giacché prima il grande fenomeno della Natura era celato all’occhio del filosofo. Per questo stesso motivo la tradizione vietava alla sposa di far visita alla casa dello sposo prima del matrimonio. L’Illuminazione non poteva avvenire in quella casa prima del tempo stabilito da madre Natura. L’anello era anche il simbolo di riconoscimento del compimento dell’Opera tra gli Adepti. Canseliet racconta che una volta, mentre insegnava, Fulcanelli, «con tutta la benevolenza del suo sorriso buono, con la mano alzata nel gesto abituale, sulla quale brillava, quella sera, l’anello bafometico, d’oro di trasmutazione e cesellato. Giunto sino a lui dal padre abate del monastero cistercense che nel XII secolo era era vicino alla Commanderia dei Templari di Hennebont in Bretagna». Senza dubbio, nella filosofia antica, questo era uno dei maggiori atti di misericordia, poiché fungeva da conferma e da conforto per tutti coloro che si trovavano ancora sulla grande via della fatica dei filosofi. «Per il fatto» scrive Fulcanelli «che questa professione di fede consideri le ricchezze guadagnate come un presente di Dio». Il dito che permette di distinguere la persona impegnata[4], è il quarto della mano sinistra detto, appunto, anulare, dal latino anularis, dell’anello, (anulus pronubus, che presiede ai matrimoni, pro, ‘avanti’ e tema di nubere, ‘sposare’). Indica i quattro elementi. La parte sinistra tradizionalmente simboleggia qualcosa di malvagio, grossolano, laido che bisognava nobilitare. «A proposito di anello nuziale » scrive Martino Campagnoni «riportiamo quanto scrive G. Ronchetti all’anno 1372: “Volendo l’uomo obbligar la sua fede di prender moglie, e similmente, la donna verso l’uomo, riempiti un bicchier di vino, bevendo l’uno e l’altra dal medesimo vaso, e l’uomo metteva alla donna l’anello in dito”». Le due nature bevono dal medesimo vaso perché qui, come sappiamo, vi zampilla contemporaneamente il latte della Vergine e il sangue di Cristo. Dopodiché l’anello diventa il sigillo della Scienza e della Fede. «Chiamano questo anello nuziale la fede» scriveva De Gubernatis «e nel Veneto la vera; ora vera è parola slava che vale precisamente la fede».
Un tempo i ricercatori erano definiti gli Innamorati della Dottrina. Tutti i cavalieri erranti cercavano la loro sposa. Era la sacré quête (sacra cerca). Nella fiaba di Don Chisciotte si legge: «Un cavaliere errante senza amore è come un albero spoglio di fronde e privo di frutti, è come un corpo senz’anima». Il cavaliere, quindi, deve amare sopra ogni cosa la Filosofia. «Teniamo presente che l’Alchimia» scrive Canseliet «è, per l’eternità, una donna giovane e bella, innamorata e molto esigente, che non si compiace se non nel lusso (lux, lucis), cioè della luce». «Si deve dedicare tutta la vita per scoprire che cosa sia l’amore» dice Krishnamurti «esattamente come si deve dedicare tutta la vita per scoprire che cosa sia la verità». Lo sposo, quindi, deve avere la massima premura per la sua sposa.
La grande attesa per il compimento dell’Opera si rispecchiava nel periodo di fidanzamento. In Liguria era ancora più espressivo. Petrucci e Boero scrivono che i due fidanzati «si dicevano più semplicemente, “si parlano”. I due che si parlavano non avevano il permesso di frequentarsi da soli. Occasioni per vedersi erano i quaresimali ai quali partecipavano le due famiglie al completo. Il futuro sposo raggiungeva la chiesa in anticipo per occupare una fila di sedie sotto il pulpito: in mezzo stava il parentado, agli estremi i fidanzati. Al termine della funzione il giovanotto si affrettava a porgere alla ragazza l’acqua santa, e questo era l’unico contatto fisico che si stabiliva tra i due che “si parlavano”». Lo stato d’attesa era esaltato dallo stesso periodo quaresimale che lo era per eccellenza, dove bisogna effondere l’acqua rara sulla terra filosofale. De Gubernatis riporta quanto descrive «il Fanfani, nel suo Dizionario dell’uso Toscano. Nella Quaresima è costume che i due innamorati spiccano ciascuno una foglia verde e la custodiscono gelosamente, guardando di non perderla. Ciò si chiama fuori il verde, e ogni volta che i due si trovano insieme, l’uno dice tosto all’altro: fuori il verde». Questo era così importante che, narra De Gubernatis, «gli amanti s’adirano, si allontanano talvolta, per la sola cagione del verde dimenticato». Sempre nel periodo di Quaresima, in Abruzzo anche i bambini giocavano a fuori il verde. È Luigi Braccili a segnalarcelo: «Ogni volta che i bambini s’incontrano dietro l’invito di fuori il verde, ognuno deve trarre dalle proprie tasche qualcosa di verde: una foglia, dei fili verdi, o il gambo di un fiore, e deve fare un segno sul muro per dimostrare che si tratta d’un verde vero, non secco». «Ricordatevi» scrive Fulcanelli «che il mercurio dei filosofi, cioè la loro materia preparata, deve avere la capacità di tingere, e che acquista questa capacità soltanto per mezzo delle prime preparazioni». Questo spiega la grande importanza del fuori il verde. Se il verde non è vivo, se si è seccato, si è trattato soltanto di ciò che Krishnamurti definiva una comprensione verbale. Fulcanelli avverte che «nella via lunga, anche soltanto un rallentamento della sua energia, sono degli incidenti pregiudizievoli per il procedere regolare dell’operazione; perché, anche se nulla è perduto, il tempo da impiegare, già notevole, diventa ancora maggiore».
«I doni per augurio di fecondità» scriveva De Gubernatis «volano per tutte le parti, ne hanno gli stretti parenti, i convitati, i compagni, le compagne; ma in tutti è gara di render più che non si è ricevuto. Uno dei doni nuziali più caratteristici è il cinto, onde le nostre spose si cingono la vita mentre vanno pomposamente vestite al tempio. E la cintura non mancava alle spose indiane, greche, romane, celtiche. In Francia è il consueto dono dello sposo. E alla cintura nuziale allude pure un canto popolare dell’Estonia, ove la leggendaria Salma va dicendo allo sposo da lei eletto: “Caro giovane, caro fidanzato, tu m’hai dato il tempo di crescere, dammi ancora quello di vestirmi. L’orfanella si veste con fatica; essa è lenta, la povera, a cingersi la cintura”». Fulcanelli ci riporta una graziosa leggenda allegorica. Si tratta di una povera fanciulla orfana che «alla vigilia della Candelora, festa della Purificazione, fu svegliata in piena notte da una voce segreta che la invitava ad andare al monastero, per seguire l’uffizio del mattino. Temendo d’aver dormito più che d’abitudine, ella si vestì in fretta, uscì, e poiché la neve, stendendo un bianco mantello sul suolo, rifletteva un certo chiarore, credette che l’alba fosse prossima». È caratteristica di quasi tutti i neofiti quando, svegliati dall’iniziazione, pensano di essere stati troppo a lungo addormentati, e nello stesso tempo s’illudono che, ormai, la Grande Alba sia prossima. Poi, la fanciulla «raggiunse la soglia del monastero la cui porta era aperta». Si ricorda la necessità della mente aperta. Una volta entrata, «essendo priva di soldi, fece scivolare dal suo dito un modesto anello d’oro — la sua unica fortuna — e lo pose, a guisa d’offerta, sotto un candeliere d’altare. Non appena cominciò la messa, quale non fu la sorpresa della fanciulla nel vedere la cera bianca delle candele diventare verde, d’un verde celeste. Quando l’Ite missa est venne, alfine, a strapparla dall’estasi del prodigio, quando ritrovò all’aperto il senso della realtà familiare, si rese conto che la notte non era ancora finita: il campanile di Saint-Victor stava appena suonando la prima ora del giorno». Una volta che il neofita supera il caos bianco, che riacquista la realtà delle cose, si rende conto che la sua notte non è ancora finita, e che il campanile della Santa Vittoria ha suonato solo la prima ora del giorno ermetico, ma quello che è fondamentale è che egli ha realizzato il colore verde, base tangibile della nostra Pietra. Così, è al suo sposo, all’Illuminazione, che si rivolge l’orfanella. Graziosa espressione della scintilla Divina decaduta che attende di ricongiungersi al Padre. Lei ha avuto il tempo di crescere, ossia, di essere in grado di compiere la Grande Opera. Ora dovrà vestirsi con fatica prima di cingere la vera cintura, variante ermetica dell’anello scoperto. «La giovane sposa» continua De Gubernatis «cresce nelle tenebre. Il giovane sposo sottrae alle tenebre la giovane principessa, ossia la rapisce ai draghi, ai demoni; e in altre parole più brevi e intelligibili, il sole sposa l’aurora, la figlia della notte. L’aurora versa la rugiada; la sposa deve necessariamente piangere. Ma il sole rasciuga la rugiada; lo sposo non piange, ma rasciuga il pianto della sposa». La psiche a questo punto, leggiamo pure nell’Apocalisse (XXI, 2) è paratam sicut sponsam ornatam viro suo (pronta come una sposa adorna per il suo sposo), e a queste persone, leggiamo ancora (XXI, 4), il Signore absterget omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit, neque luctus neque clamor neque dolor erit ultra, quia prima abierunt (tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate).
Quando, finalmente, era prossimo il giorno delle nozze, in ogni luogo si preparava l’esposizione della dote. Mario Simeone scrive che in Campania «la madre della sposa esponeva in più stanze il corredo della figlia». È l’immagine della psiche che si arricchisce, spiritualizzando ogni forma di grossolanità eterogenea. C’era pure «la cerimonia del pianto della sposa» scriveva De Gubernatis «È viva in Sardegna, presso il Lago Maggiore, nella valle d’Andorno, nell’Abruzzo Ultra Primo, nell’Arpinate, in Calabria, in Sicilia, nel bolognese, nel fanese, nell’Osimano, nel tudertino. A Monte Crestese, nell’Ossola, avviene il finto piagnisteo in casa della sposa. Una vecchia, alla quale danno nome di Landa, prende il grembiule della sposa all’ingiù, e fa con lei, che piange o finge di piangere, un giro davanti a tutti i parenti e amici, i quali gettano i loro doni nel grembiule». La sposa qui interpreta l’immagine della Mater Dolorosa, la donna dell’Opera, la cui grossolanità si strugge per la spiritualità. È guidata dalla vecchia scienza (filosofia) a ricevere doni (illuminazioni) che ella raccoglie nel suo seno, poiché il grembiule nel latino volgare era chiamato sinalis, senale e, nel nostro caso, sta a indicare che porta qualcosa nel suo seno.
Non poteva mancare pure il rituale della purificazione. «I bagni, che ordinariamente gli sposi fanno un giorno prima delle nozze» narra De Gubernatis «a Roma avevano un carattere sacro, come lo conferma un passo di Servio: “Si porta l’acqua attinta da una limpida fonte per mezzo di un fanciullo assortito, o di una fanciulla che prende parte alle nozze, con la quale solevansi lavare i piedi agli sposi”. Ora quest’uso di lavare i piedi agli sposi, e di levar l’acqua da una fonte particolare, non era solo romano ma greco e indiano. In Grecia, l’acqua destinata al bagno nuziale dev’essere di fonte o di fiume, essere acqua viva insomma». Conosciamo il significato dell’azione dell’acqua viva sulla rozza materia. Di quell’acqua viva che si parla tanto nei Vangeli. Il fanciullo o la fanciulla, il nostro bambino ermetico, cioè il fuoco segreto, produrrà il lavacro della restante grossolanità dopo il primitivo lavaggio superficiale, come assicura lo stesso Cristo secondo San Giovanni (XIII, 10): Qui lotus est, non indiget nisi ut pedes lavet, sed est mundus totus. (Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno che di lavarsi i piedi ed è tutto mondo). Sempre secondo San Giovanni (XIII, 8) troviamo anche il discorso allegorico tra Pietro (materia grezza) e il Cristo-Luce: Dicit ei Petrus: “Non lavabis mihi pedes in aeternum!”. Respondit Iesus ei: “Si non lavero te, non habes partem mecum”. (Gli disse Pietro: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” Gli rispose Gesù: “Se Io non ti lavo, non avrai parte con Me”).
Dopo l’esposizione della dote, tutto il corredo nuziale veniva caricato su dei carri bardati a festa e trainati da buoi infiocchettati. In Sardegna si costumava un ricco quanto grazioso cerimoniale. «La cerimonia dello sposalizio» segnala Giuliano Santus «ha il suo esordio il giorno di vigilia. Un corteo di carri esce dalla casa dello sposo e si dirige verso quella della ragazza. Lo precedono — a piedi — la madre del giovane e delle sorelle o due parenti prossimi: requisito fondamentale, per loro, essere giovani e non sposate [vergini]. Chiude — sempre a piedi — il padre dell’uomo. Solo. Arrivati in casa della futura sposa, vengono caricati sui carri — trainati dai buoi più belli presi a prestito in paese — i cassettoni di legno massiccio nei quali la ragazza ha deposto ordinatamente il corredo. Il corteo, quindi, si ricompone e va nella casa della nuova coppia. La ragazza rimane nella casa paterna: solo dopo le nozze le sarà consentito entrare nella casa maritale. Qui le due madri e le giovani non sposate — sotto le direttive dell’uomo — dispongono il corredo nelle stanze». Il padre dello sposo personifica il neofita che avanza nella necessaria solitudine richiesta dalla scienza. Egli prosegue a piedi, cioè cammina con le proprie gambe dirigendosi verso la casa della filosofia, al santuario. Dovrà scoprire il significato delle due vergini tradizionali (materia primitiva e filosofia) che producono la madre dell’Opera. Una volta ricevuta la dote (illuminazione), egli torna a casa. Qui è necessario interpretare il significato delle due madri. La prima madre è la vergine celeste, la filosofia, e la seconda madre la psiche aperta o incinta. Alla vergine celeste viene data pure il nome di madre poiché è lei che, illuminando, porta il bambino. «Esiste dunque un’altra madre, figlia della prima» insegna Fulcanelli «la distinzione tra queste due, l’una agente di rinnovamento, l’altra di procreazione, costituisce lo studio più arduo che la scienza abbia riservato al filosofo[5]. I Filosofi insegnano che il mercurio, una volta effettuata la soluzione, porta il bambino, il figlio del Sole, il piccolo re (reuccio) come una vera e propria madre, perché in effetti l’oro, nel suo seno, rinasce. “Il vento — cioè il mercurio alato e volatile — l’ha portato nel suo ventre”, ci dice Ermes nella sua Tavola Smeraldina». Queste due madri sono indicate ermeticamente con «il segreto dei due mercuri» rivela ancora Fulcanelli, assicurandoci pure che questo segreto «la chiesa l’ha velata nel dogma, tutto spirituale e rigorosamente vero della Visitazione». Infatti, San Luca (I, 41) ci dice che quando Maria era già incinta, andò a trovare Elisabetta. Et factum est, ut audivit salutationem Mariae Elisabeth, exsultavit infans in utero eius, et repleta est Spiritu Sancto Elisabeth (E appena Elisabetta udì il saluto[6] di Maria, il bambino le sobbalzò nel grembo, ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo). Così, nel cerimoniale che stiamo studiando, le due madri dell’Opera — le cui nature sempre vergini restano simboleggiate dalla presenza delle fanciulle — si preoccupano di sistemare le ricchezze nelle varie stanze, ossia parti ancora grossolani della psiche. Ciò deve avvenire sotto la prudente vigilanza dell’artista. Particolare curioso del cerimoniale sardo, era la chiusura del corteo nuziale fatto da un asino bardato a festa. De Gubernatis cita Lamarmora che, scrive, «finalmente il paziente molentu [asino] attaccato ad una lunga fune al carro che lo precede. Con la coda e le orecchie ornate di mirto e di nastri, questo pacifico animale attrae sopra di sé gli ultimi sguardi della moltitudine, già stanco dello spettacolo che ha contemplato; l’ilarità che esso eccita forma allora un piacevole diversivo alla serietà della pompa precedente». Si tratta di una variante della medievale festa dell’asino. Ormai, sappiamo di quanto i Saggi si divertissero a prendere bellamente in giro le persone. In questa parodia schietta e gioconda, sembrava che l’asino chiedesse se ridessero per lui o per se stessi, giacché possiamo essere certi che gran parte di loro non sospettasse nemmeno l’esistenza di un profondo significato nascosto nel cerimoniale. A coloro che intravedeva qualcosa, poi, si rivolgeva il Saggio di Dampierre decorando il cassettone numero due della quinta serie. Fulcanelli così scrive: «Una corona fatta di foglie e di frutta: mele, pere, mele cotogne, ecc., è legata con dei nastri i cui nodi stringono anche quattro piccoli rametti d’alloro. L’epigrafe che l’incornicia c’insegna che nessuno potrà ottenerlo se non avrà combattuto secondo le regole:
.NEMO. ACCIPIT. QVI. NON LEGITIME. CERTAVERIT.
Qui è raffigurata la corona fruttifera dei saggi. I suoi frutti indicano l’abbondanza dei beni terrestri, acquisita mediante l’abile pratica dell’agricoltura celeste: questo è per quanto riguarda il profitto e l’utilità; alcuni ramoscelli d’alloro, poi, dal rilievo così discreto che si distinguono appena, si riferiscono all’onore reso al laborioso. Eppure questa ghirlanda rustica, proposta dalla Saggezza agli investigatori dotti e virtuosi, non si lascia guadagnare facilmente. Il nostro Filosofo lo dice senza ambagi: il combattimento che l’artista deve ingaggiare con gli elementi è aspro, se vuole trionfare in questa grande prova».
Caratteristico era pure il trasporto che avveniva a Celano (AQ). «È ancora vivo nella campagna di Celano» scrive Braccili «il rito della partenza, dove, alla vigilia delle nozze, si organizzano i cosiddetti canestri scoperti. Grossi canestri di vimini, colmati di masserie d’ogni sorta, e caricati sui muli, accompagnati dal suono del ddù botte, vengono portati alla casa dello sposo». Questi canestri scoperti sono una variante degli anelli scoperti. Essi vanno alla casa dello sposo che, in tal modo, riceverà il grande Dono dalle mani della Natura. «A Monrupino (TS)» scrive Alberto Di Graci «l’ultima domenica di Agosto si celebrano le “nozze carsiche”, la kràska-ohcet, in lingua slovena. Nella notte del sabato, vigilia delle nozze, avviene l’avvio nel nome di Dio (Hodi-z-hogom) verso la nuova vita, simboleggiata dal viaggio della promessa sposa, verso la casa dello sposo, in un carro trainato da un bue, dove è collegata la dote, con ruote ricoperti di stracci, perché la gente del borgo, un tempo, non doveva né sentire né vedere». Le ruote ricoperte indicano l’esoterismo che cammina nel silenzio, come quelle del carro dell’omino del Paese dei balocchi. Una variante di questo rituale si trovava in Abruzzo, dov’era fatto assolutamente divieto, alla sposa, di salutare alcuno lungo la strada che la conduceva alla casa dello sposo. L’esoterismo era assolutamente rigoroso. Era vietato salutare, cioè iniziare o illuminare chicchessia. Giuliano Santus, parlando della tradizione sarda, scrive che «quando il marito condurrà la moglie nella nuova abitazione, lei non può avere alcuna facoltà di spostare qualcosa della sistemazione che le è stata data». Qui la sposa interpretava l’artista. Egli doveva sapere che l’ordine della filosofia naturale è assolutamente rigoroso nella sua semplicità, e che non può piegarsi ad alcun capriccio umano.
Anche l’arredamento era sottoposto all’usanza. Nelle Marche, segnala Mattioni, «al marito spettava l’acquisto del letto e della toletta (specchiera) che veniva sistemata sopra il comò. Questo a tre tirate (cassetti), era di competenza della sposa, unitamente alla biancheria tessuta al telaio. Il corredo, quindi, veniva trasportato in un carro trainato da buoi infiocchettati, dalla casa della sposa a quella dello sposo». In Abruzzo, invece, il letto nuziale veniva portato dalla casa della sposa già rifatto e riccamente addobbato, sempre su un carro trainato da buoi infiocchettati. Così, la sposa (psiche) preparava il comò per tutte e tre le operazioni del Magistero. Lo sposo (illuminazione) vi fissava sopra lo specchio che era pure chiamato luce. Anche Ulisse[7], sposo di Penelope, realizzò il talamo nuziale da un «tronco ricche fronde, d’olivo florido, rigoroso. “Letto ben fatto, che io fabbricai, e nessun altro». La tradizione vuole che tre donne debbono preparare il letto matrimoniale, e non è concesso alla sposa essere presente. Cioè il Dono di Dio potrà apparire solo dopo le tre operazioni dell’Opera. La biancheria, la sposa, l’aveva dovuta tessere con le proprie mani, e non poteva essere colorata, ma bianca, cioè pura. Anche la mitica Penelope tesseva la sua tela. Tela che tesseva di giorno e disfaceva di notte. Lo stesso senso ha voluto riportare l’anonimo Adepto di Dampierre scolpendo il cassettone numero uno della seconda serie. Fulcanelli così lo descrive: «Delle spesse nubi intercettano la luce del sole e coprono d’ombra un fiore agreste che è accompagnato dal motto:
.REVERTERE. ET. REVERTAR.
Ritorna e io ritornerò. Questa pianta erbacea, completamente mitica, era chiamata dagli Antichi, Baraas. Si diceva che la si poteva trovare sulle pendici del Monte Libano, sopra la strada che conduce a Damasco[8] (cioè, cabalisticamente, il mercurio principio femminile: Dàmar, donna sposa). Ritorna, dice il fisso, e io ritornerò. Per sette volte successive le nubi nascondono agli sguardi ora il sole, e ora il fiore, secondo le fasi dell’operazione, in modo che l’artista non può mai, durante il lavoro, intravedere simultaneamente i due elementi dell’amalgama». Questa singolare concezione dell’ignoto Filosofo (l’ombra e la luce), è una variante simbolica del giorno e della notte ermetici: illuminazione e assimilazione, che l’artista vedrà susseguirsi alternativamente durante l’elaborazione dell’Opera.
Nell’antica Roma, segnala Ugo Enrico Paoli, «si formava un corteo diretto alla casa dello sposo. La sposa avanzava portando il fuso e la conocchia, ed era accompagnato da tre fanciulli che avessero vivi il padre e la madre; due ne teneva per mano, un terzo li precedeva agitando una fiaccola di biancospino accesa nel focolare della casa della sposa. Gli avanzi di questa fiaccola erano divisi fra gli intervenuti, perché, così si credeva, era di buon augurio, seguiva una folla schiamazzante». La chiave di questo cerimoniale ci viene data dal fanciullo che precedeva, o che apriva il corteo. Lui aveva accesa la fiaccola nella casa della filosofia, compiendo lo stesso gesto di Prometeo che accese una torcia dal carro del Sole grazie alla dea Atena (Minerva). Quindi, il fanciullo è la personificazione dell’intelligenza risvegliata. È lui che inizia, mantiene, perfeziona e compie l’Opera. Per questo è definito mediatore e leale servitore del filosofo. A questo fanciullo, nelle vesti di Cupido, l’anonimo Adepto di Dampierre ha dedicato il cassettone numero sette della settima serie. Fulcanelli scrive che «il filatterio che sottolinea questo motivo indica che Eros è qui l’eterno padrone.
.AETERNVS. HIC. DOMINUS.
Del resto, niente è più vero di questa massima, e altri cassettoni ce lo hanno insegnato. Eros, personificazione mitica della concordia e dell’amore, è il signore per eccellenza, il padrone eterno dell’Opera. Intermediario, in greco, si dice mesítes, radice mésos, chi sta nel mezzo, che sta tra due estremi. È il nostro Messia che adempie nell’Opera alla funzione mediatrice del Cristo tra il Creatore e la sua creatura, tra Dio e l’uomo». «Cos’è la Verità?» Chiede Krishnamurti «Qual è l’anello di congiunzione tra la realtà e la Verità? È l’intelligenza. C’è una intelligenza dell’amore e della comprensione che non ha nulla a che fare con il pensiero». È Minerva, la sapienza latente in noi e in tutto ciò che ci circonda. Lo stesso dio Mercurio, aggiunge Fulcanelli, «messaggero alato degli dei, fungeva da intermediario tra le potenze dell’Olimpo e rivestiva, nella mitologia, un ruolo analogo a quello del mercurio nelle tradizioni ermetiche. Questo mercurio, riconosciuto come il più importante, è anche il più difficile da ottenere nella pratica dell’Opera. La sua utilità è tale che la scienza gli deve il proprio nome, perché la filosofia ermetica è fondata sulla conoscenza perfetta del mercurio, in greco Hermês». In altre parole, la conoscenza perfetta di sé stesso, cioè secondo l’antico motto: conosci te stesso. «Non c’è comprensione senza autoconoscenza» aggiunge Krishnamurti «e l’autoconoscenza è l’inizio della saggezza». Il resto del corteo del cerimoniale, quindi, è il risultato del primo fanciullo. Così, la sposa interpretava la madre dell’Opera, identificabile dai suoi classici attributi, mentre i fanciulli che teneva per mano indicava i due volatili. Infine, ricordiamo che gli avanzi non arsi della fiaccola insegnano che della psiche resta sempre il suo carattere personale.
Pure la data delle nozze subiva un’influenza tradizionale. Braccili scrive che «rimangono immutate le date e i periodi proibiti agli sponsali. Non ci si sposa, infatti, di martedì e di venerdì, forse in omaggio al vecchio proverbio che recita: “Né di Venere né di Marte, non si sposa e non si parte, né si dà principio all’arte”; tanto meno nel mese di novembre, considerato il mese dei morti, o nel periodo di Quaresima, quando cioè le croci si coprono di panni viola[9]». «I poeti ci raccontano che Vulcano» scrive Fulcanelli «avendo sorpreso in adulterio Marte e Venere, si affrettò ad avvolgerli con una rete, affinché non potessero sfuggire alla sua vendetta». Vulcano interpreta il nostro intermediario, la cui rete, simbolo d’illuminazione, permette di superare il secondo stadio del Magistero personificati da Marte e Venere. Queste divinità, quindi, non sono in grado di fungere da base per l’Opera e, per estensione, di qualsiasi inizio profano. Tommaso Bruno Stoppa scriveva che «si suole sposare di giovedì». Giove era il nome latino dello Zeus greco, Fulcanelli insegna che «Zeüs è prossimo a Zeüksis, che indica l’atto di congiungere, unire, comporre, sposare». «A Monrupino» segnala ancora De Graci «al ballo della scopa del giovedì, le ragazze del paese se la passano velocemente di mano, perché chi non è riuscito a sbarazzarsene quando le note cessano di colpo, rimarrà nubile, mentre alla domenica seguente, alla fine della festa, la stessa scopa verrà lanciata dalla sposa verso le ragazze del paese e chi riuscirà a prenderla si sposerà certamente». La scopa, attributo tradizionale della vecchia befana, rivela qui il suo duplice significato. Essa dapprima simboleggia l’albero secco ermetico, che le fanciulle devono sbarazzare o rinverdire. Nel caso della scopa donata dalla sposa, rappresenta l’antico ventilabro posseduto dal nostro fuoco segreto. In questo caso la sposa interpreta il ruolo dell’Adeptato. Infatti, anticamente il suo velo era di colore rosso. «Il velo che ora vediamo per lo più bianco sul capo delle spose» scriveva De Gubernatis «in origine era di color rosso fuoco, e flammeum lo chiamavano i latini. I cristiani adottarono l’uso del velo nuziale solamente verso il terzo o quarto secolo dell’era volgare, poiché in odio del flammeum pagano, ne mutò il color rosso in bianco[10]. Durò l’uso del velo nuziale per tutto il medioevo in chiesa, né solo per la sposa, ma anche per lo sposo. Quattro uomini tenevano i quattro angoli del velo sospeso sopra le due teste incoronate degli sposi. E un testimonio oculare mi scrive aver notato in una cerimonia nuziale a Parigi, nel tempio della Madeleine, or sono pochi anni, come, ad un certo punto della messa, si distendesse da due parenti, sul capo degli sposi, un velo oblungo. Le greche dell’Armenia, scrive il signor Zecchini, per il giorno delle loro nozze portano un velo di color rosso e giallo, col quale si coprono la testa e tutto il corpo». «Il colore rosso, simbolo del fuoco» insegna Fulcanelli «indica l’esaltazione, il predominio dello spirito sulla materia, la sovranità, la forza e l’apostolato». Il giallo e il rosso indicano i due frutti del Magistero: l’oro filosofico (giallo) portato al massimo grado di perfezione, e il Dono di Dio (rosso-fuoco) propriamente detto.
«La notte del sabato si canta la partenza» scriveva Stoppa «e si strimpella finché non viene aperta la porta. Una donna e un uomo ricevono la comitiva, e l’uomo bacia tutti gli uomini e la donna tutte le donne. E c’è da ridere, forse anche da gioire, perché poco dopo si scopre che la donna è uomo e l’uomo è donna». «L’antica formula tedesca» scriveva De Gubernatis «diceva: “Dove io sono l’uomo, là tu sei la donna, e dove tu sei la donna, là io sono l’uomo». Questo particolare era d’estrema importanza per un ricercatore, in modo che potesse individuare la dualità di significato dei due protagonisti della Grande Opera.
«Se non è una corona, sarà una ghirlanda» prosegue De Gubernatis «se la corona non è d’oro, sarà di un altro metallo; se non si adopera corona, saranno fiori; ma sempre usò e sempre usa recingere di un serto il capo degli sposi». Questa corona la interpretiamo come simbolo del compimento del Magistero. Lo stesso significato lo assumeva il vestito da sposa, che essendo il coronamento dell’amore, diplomaticamente diventa lo splendore e il coronamento della Grande Opera. La psiche perfettamente sublimata e posseditrice del Dono di Dio, indicato da un ricco gioiello che la sposa portava al petto, simbolo del suo valore inestimabile. Si tratta, come scrive Fulcanelli, di «quel cuore sanguinante, raggiante e glorioso di Cristo-materia». Il gioiello portato al petto nel giorno delle nozze dalla bisnonna di chi scrive era d’oro e raffigurava il sole che invia raggi. Simboleggiava, per usare ancora le parole di Fulcanelli, «la Pietra Filosofale della Grande Opera, il sole brillante del nostro microcosmo e l’astro dell’eterna sapienza». Il gioiello in Abruzzo si chiamava «brillocche», ci fa sapere Lido Panzone, e brilloccarsi era l’azione di farsi bella, adornarsi. E l’abito da sposa era pure guarnita di perle e, per chi non poteva permetterselo, con perle finte. Tale era la guarnizione dell’abito da sposa della nonna di chi scrive, eppure dignitosamente splendida. «In tal modo» scrive Fulcanelli «è facile cogliere il rapporto esistente tra l’espressione del velo[11] e quella delle perle, perché la Pietra Filosofale è anche chiamata Perla preziosa (Margarita pretiosa)». Per esprimere la dualità di significato, l’abito da sposa era munito d’una lunga coda che dei bambini, vestiti da cherubini, dovevano reggere in mano. La coda, espressione della restante grossolanità, verrà inesorabilmente eliminata dal bambino ermetico o nostro fuoco segreto. L’ornamento di stoffe increspate del vestito da sposa si chiama gala, dal francese antico gale, e in greco gála significa latte. È il nostro latte di vergine. Lo stesso abito deriva dalla tunica romana (alba), come la tunica del prete, e simboleggia il primitivo chiarore del mattino ermetico. Sempre in Abruzzo, e forse anche in altri luoghi, sotto l’abito nuziale la sposa doveva indossare un indumento usato, uno prestato e uno donato. Così, sotto al velo esoterico si nascondeva gli arcani della nostra filosofia. L’indumento usato rappresenta il fisso, ciò che si ha: la propria psiche. Quello prestato simboleggia il volatile: la rivelazione, l’illuminazione. Questi due “indumenti” permetteranno di ricevere il terzo, quello donato o Donum Dei. Naturalmente quello ricevuto in prestito bisogna ridarlo, ossia rivelando agli altri, cosa che poi l’Adepto farà con l’iniziazione tra Maestro e discepolo. Un’istruttiva credenza afferma che porta male indossare il vestito da sposa prima del tempo stabilito. Si consiglia la prudenza nel realizzare il mercurio filosofico e base del Magistero: cioè quello di essere e non cercare di essere. Qui il peso di natura è determinante rispetto al peso dell’arte, e il tempo potrebbe essere piuttosto lungo. A chi scrive sta molto a cuore far comprendere queste cose, al ricordo della sua incerta e lunghissima seconda operazione… «L’artista» insiste ancora Fulcanelli su questo punto «deve dirigere in maniera conveniente la cottura o seconda operazione del Magistero. Compiendo questo lavoro bisogna temere di affrettarsi troppo nella vana speranza d’abbreviare il tempo talvolta assai lungo. I vecchi Maestri consigliano la prudenza e mettono in guardia gli apprendisti contro qualsiasi pregiudizievole impazienza; essi dicono loro: precipitatio a diabolo; perché cercando di raggiungere troppo presto lo scopo, essi riuscirebbero soltanto a provocare la perdita irrimediabile del lavoro. Quindi è preferibile seguire un’operazione regolare, con pazienza e perseveranza, per tutto il tempo di cui la natura può aver bisogno». Lasciamo lavorare, quindi, quel seme che spunta e cresce senza che si sappia come. Quell’artifex in opere, il Cristo che, secondo San Giovanni (XV, 5), dice: Qui manet in me, et ego in eo, hic fert fructum multum, quia sine me nihil potestis facere (Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla). «Ciò significa che Dio è nell’uomo» conferma Krishnamurti «e Dio può operare soltanto se il cervello è calmo. Persuadersi che è necessario non lottare è la più intelligente delle azioni. Ciò che conta è l’intelligenza. Conta molto di più comprendere; essere intelligenti. Questa intelligenza è cosa sacra, da toccare con le mani monde, da non sfruttare per frivoli giochetti. In sua presenza la vostra abitudine diviene estremamente insignificante». «Sull’abito da sposa erano nate alcune superstizioni» scrivono Petrucci e Boero «portava male se esso era cucito in casa, se qualcuno lo vedeva prima della cerimonia, e se si staccava un bottone non doveva essere riattaccato, altrimenti erano dolori per tutta la vita». Queste credenze che appartengono alla Tradizione filosofale, sono una variante di quei piccoli oggetti che si ritrovano in alcuni edifici. Fulcanelli scrive che «essi sono stati messi al loro posto più con la caritatevole intenzione d’illuminare coloro che ad essi s’interessano piuttosto che a scopo decorativo. Per quel che ci riguarda, non ci siamo mai pentiti d’aver consacrato troppo tempo o attenzione all’analisi di geroglifici di questo tipo. Spesso, questi, ci hanno portato la soluzione d’astrusi problemi e, nell’applicazione, il successo che cercavamo invano d’ottenere senza l’aiuto del loro insegnamento». Nella prima credenza ritroviamo ancora lo stesso importante consiglio: l’abito non bisogna realizzarlo con la propria volontà (in casa). Nella seconda si tornava a consigliare la necessità dell’esoterismo. La terza contiene un significato assai importante che non abbiamo trovato altrove, e che fa onore all’Adepto che lo concepì. Una volta realizzato il vestito da sposa, potrebbe accadere che possa apparentemente traviare rispetto alla filosofia naturale. A questo proposito la massima latina sentenzia solennemente: De gustibus non est disputandum (sui gusti non si discute), Parafrasi dell’aforisma di San Paolo[12]: «Ogni cosa è pura per i puri». Pertanto, viene imperativamente consigliato al discepolo della filosofia, di non mettersi contro la propria natura, attaccando un bottone in una dolorosa resistenza per tutta la vita.
Giuliano Santus, trattando ancora del corteo sardo, scrive che «il giorno delle nozze il corteo si ricompone. Davanti, a piedi, due ragazze nubili. In seconda fila lo sposo con i suoi genitori, quindi gli invitati da parte di lui. Seguono i carri con i regali che la coppia ha ricevuto e con tutto quanto è necessario per il pranzo di gala. Arrivato alla casa della futura sposa, il corteo si ferma. Il padre dell’uomo se ne allontana per entrare nell’abitazione della nuora e, rivolgendosi al padre di lei, gli dice di esser venuto a portar via, per incarico del figlio, il gioiello di famiglia del casato, va quindi dalla madre e ne riceve la benedizione con l’acqua della fonte o del pozzo domestico». Le due vergini simboleggiano le due nature prima del combattimento primitivo. Il padre dello sposo interpreta sempre l’artista, ora si rivolge al padre della sposa, qui nel ruolo dell’Iniziatore, al quale chiede il gioiello del casato (filosofia). L’allegoria è arricchita dalla madre della sposa che personifica madre Natura, la cui benedizione — dire bene, rivelare la buona novella — sarà suggellata dall’acqua viva (illuminazione). In Puglia, scrive Antonio Frascaro, «il giorno delle nozze si aveva una particolare composizione del corteo nuziale: in prima fila era la sposa tra la comare e la cognata anziana; in seconda fila il sacerdote tra il compare e lo sposo; in terzo i parenti più intimi a tre a tre». Dobbiamo qui interpretare il significato del compare (cum patre), cioè “come il padre” e della comare (cum matre), “come la madre”. Questi personificano i secondi genitori ermetici che sono sorti dal combattimento delle due nature primitive (sposo e sposa). Infatti, con la comare si trova la cognata anziana che impersona la vecchia scienza, e con il compare il prete simbolo d’illuminazione. Questo significa che sono ancora separati e non ancora uniti radicalmente. Notiamo di sfuggita pure i parenti a tre a tre che simboleggiano le tre operazioni principali. «A Calimera» continua Antonio Frascaro «il corteo nuziale deve fermarsi spesso, perché le amiche più intime della sposa improvvisano degli ostacoli per impedire il transito a chi si porta via la loro compagna. Basta, però, che lo sposo getti loro delle monete perché si possa procedere liberamente per un altro tratto di strada». Queste amiche più intime interpretavano i demoni più duri della psiche che, grazie alle illuminazioni (monete) del principe azzurro, cedono il passo; però poco alla volta, soltanto per un tratto di strada, cioè gradualmente nel lungo tempo del lavoro filosofale. Lo stesso significato si aveva nel cerimoniale che si svolgeva in Val d’Aosta. «All’alba del giorno delle nozze» scrive Riccardo Savoi «tutti gli abitanti del villaggio si davano il rendez-vous davanti alla casa della sposa per sbarrare la strada di uscita con tronchi o altro. A liberare la strada, ovviamente, interveniva lo sposo con i suoi amici, quando veniva incontro alla sposa che attendeva nella propria casa, unitamente alle amiche e ai familiari». Naturalmente gli amici dello sposo sono una variante delle monete del precedente cerimoniale, mentre resta invariato il significato delle amiche della sposa. «Quando lo sposo» scriveva De Gubernatis «nell’Heideboden in Ungheria, conduce via la sposa, la gioventù del villaggio con un nastro di seta impedisce la via; gli sposi si riscattano con un bicchiere di vino e un po’ di pane, sebbene, alla prima, il procuratore della brigata demandi assai di più. Questa cerimonia è chiamata generalmente in Italia fare il serraglio. Ordinariamente è la sposa quella che con le forbici taglia il serraglio, se pur questo serraglio è solamente un nastro o cordoncino da potersi tagliare con le forbici». La sposa qui interpreta l’artista che dà l’inizio ai lavori filosofali, tagliando il serraglio dà un taglio alla sua primitiva esistenza, mentre la nuova è simboleggiata da quel vino e da quel pane che conosciamo assai bene. In Val d’Aosta, prosegue Riccardo Savoi «gli sposi si recavano in corteo sino al portone d’ingresso della chiesa, dove avveniva, da parte del prete, la benedizione degli anelli nuziali. Lo sposo, quindi, avvicinava l’anello alla mano della sposa e, iniziando dal pollice per arrivare all’anulare, nel quale veniva inserito, proferiva, lentamente, la formula della croce, e cioè: “In nomine Patris et Filii et Spiritus Sanctis — Amen”. Al termine della cerimonia, gli sposi entravano in chiesa per assistere alla messa alla cui conclusione, tutti quanti, si recavano nell’attiguo cimitero, e il parroco cantava il Libera me Domine[13]». Nel bergamasco e, per la precisione, nella cittadina di Carenno, Campagnoni segnala che «il matrimonio viene frequentemente celebrato in una chiesetta dedicata ai morti della peste dove sono affreschi che raffigurano scheletri». Queste due tradizioni — la visita al cimitero e il matrimonio celebrato in una chiesetta del tutto particolare — forse non saranno unici ma sicuramente rari, tuttavia nascondono due segreti fondamentali della scienza antica: la morte e la putrefazione del rebis ermetico. «I genitori del bambino ermetico muoiono insieme» insegna Fulcanelli «non soltanto per dargli l’esistenza ma anche per assicurargli la crescita e per sviluppare la sua vitalità. Essi muoiono tutti i giorni, cioè in ciascuno dei sei giorni dell’Opera che regolano la crescita e la moltiplicazione della pietra. Il bambino nasce dalla loro morte e si nutre dei loro cadaveri». Stoppa, trattando di quanto si costumava in Abruzzo, scrive che «la sposa viene accompagnata all’altare da due sue parenti, le quali, dopo la benedizione del prete, vanno via per essere surrogate da due parenti dello sposo». La sposa qui interpreta la psiche grezza. I suoi parenti indicano le due nature primitive che dopo la benedizione, o iniziazione, cambiano di forma divenendo i veri genitori della pietra. Nel Molise, ad Agnone, patria delle campane, lo sposo deve attendere con i suoi parenti la sposa all’interno della chiesa. L’artista, dopo aver svolto il pellegrinaggio ermetico, attende nel santuario la sospirata illuminazione. In Abruzzo, durante la funzione religiosa la sposa doveva inginocchiarsi per prima, in modo che lo sposo, vestito di nero, s’inginocchiava sopra la sua larga veste bianca. È il geroglifico parlante del doppio mercurio dei saggi, cioè il volatile è stato fissato e il fisso volatilizzato. In Sardegna, segnala Giuliano Santus, durante la cerimonia, gli sposi «vengono legati con una catena d’argento, a indicare l’indissolubilità del sacramento». L’argento rappresenta l’acqua viva, il volatile che ha fatto buona presa sui genitori ermetici. È l’immagine lampante della realizzazione del mercurio filosofico. In questo caso, se il periodo di fidanzamento stava a indicare il secondo e ingrato periodo del Magistero, dove la delicatezza della situazione poteva portare all’interruzione della fatica ermetica; il matrimonio, con la sua catena d’argento, garantiva la sicura stabilità della nostra pietra. In alcune chiese questi due sposi trovavano la loro variante nelle stesse colonne che sono anch’esse legate indissolubilmente da un nodo. Marisa Uberti, imperterrita ricercatrice, ha dedicato molto tempo alla ricerca di queste colonne che non sono affatto rare. Infatti, scrive che «le colonne annodate sono presenti in molte località in Italia e all’estero[14]». Il nodo delle colonne ricorda il nodo di Salomone che, a sua volta, ricorda molto il suo famoso sigillo e firma della stella ermetica. I liberi muratori medioevali riportarono le due colonne, non più unite da un nodo ma da un tratto, sulla facciata delle stesse chiese, in modo che assumessero l’aspetto della lettera H. «Il carattere grafico della lettera H», insegna Fulcanelli, «era stato scelto dai Filosofi per indicare lo Spirito, anima universale delle cose. Basandosi sulla forma della lettera H, i costruttori del medioevo hanno costruito le facciate delle cattedrali, templi glorificatori dello Spirito Divino, magnifiche interpreti delle aspirazioni dell’anima umana nel suo slancio verso il Creatore[15]. Questo carattere corrisponde all’eta (H), settima lettera dell’alfabeto greco. Iniziale del verbo solare, dimora dello Spirito, astro dispensatore di luce: Hélios, Sole. E la stessa lettera è, anche, il centro e il cuore di uno dei monogrammi del Cristo: I H S, abbreviazioni di Iesus Homini Salvator, Gesù salvatore degli uomini. Questo stesso segno veniva usato dai framassoni medioevali per indicare le due colonne del tempio di Salomone, ai piedi delle quali gli operai ricevevano il loro salario: Jakin e Bohas, colonne che sono state, poi, tradotte, arditamente e potentemente, nelle nostre chiese metropolitane, con le torri». Proseguendo con i nostri sposi, Canseliet scrive che «i classici sono tutti unanimi nel parlare del matrimonio dei due protagonisti che sono gli attori principali della Grande Opera filosofale. L’alchimista ora sa chi sono, marito e moglie, i due futuri sposi che saranno dolcemente e intimamente uniti. La sesta tavola incisa delle Dodici chiavi della Filosofia, dovuta a Basilio Valentino, simboleggia il ruolo e l’azione del sale d’armonia con la figura di un vescovo mitrato, che consacra il matrimonio filosofico del re e della regina. Allo stesso modo del prete che unisce due sposi, questo sale in effetti, che alcuni tra gli alchimisti hanno chiamato il leale servitore, interviene in qualità di mediatore nell’amalgama della Grande Opera, e non resta nella composizione». Si tratta sempre di quell’Eros che è, tuttavia, l’eterno padrone.
Tra gli ebrei, segnala Aldo Santini, «il rito religioso avviene sotto un baldacchino sorretto da quattro giovani. Gli sposi hanno la testa coperta dal taleth, un panno con frange e nodi. Durante il rito viene rotto di proposito un bicchiere di cristallo; prima, però, il bicchiere serve agli sposi per bere insieme il vino benedetto dal rabbino». Conosciamo il significato del rituale in cui gli sposi bevono in un unico bicchiere, mentre i quattro giovani personificano i quattro pilastri della scienza nascosta, cioè il soggetto terreno, materiale del Magistero: terra, acqua e aria, immagine semplice e chiara del nostro mondo come lo conosciamo; più il Fuoco. Con questa parola i Saggi intendono lo Spirito Universale. L’anonimo Adepto di Dampierre terminò con questo nome l’ultimo cassettone che scolpì. «L’ottava e ultima serie» scrive Fulcanelli «comprende un solo cassettone consacrato alla scienza di Ermes. In esso vi sono rappresentati dei ripidi scogli il cui selvaggio profilo s’innalza in mezzo ai flutti. Questo quadro lapidario reca come insegna:
.DONEC. ERVNT. IGNES.
Finché durerà il Fuoco. Soltanto tre dei quattro elementi della filosofia antica sono qui raffigurati: la terra rappresentata dagli scogli, l’acqua dall’onda marina, l’aria dal cielo del paesaggio scolpito. Per quel che concerne il fuoco, animatore modificatore degli altri elementi, ci pare che sia escluso dalla composizione ma soltanto per sottolinearne la preponderanza, la potenza e la necessità. Finché durerà il Fuoco la vita si estenderà nell’universo; i corpi sottomessi alla legge dell’evoluzione, della quale esso è l’agente essenziale, compiranno i diversi cicli della loro metamorfosi, fino alla loro trasformazione finale in spirito, luce o fuoco. Il Fuoco ci circonda e ci bagna da ogni lato; lo sentiamo agire in noi durante tutt’intero il periodo della nostra esistenza terrestre. La nostra nascita è il risultato della sua incarnazione; la nostra vita l’effetto del suo dinamismo; la nostra morte, la conseguenza della sua scomparsa». Il taleth è un panno bianco striato da bande nere. Fulcanelli spiega che «la parola greca rabdoses, striato, rigato, vergato, ha per radice rabdos, verga, bastone, bacchetta. Questi significati caratterizzano la maggior parte degli attributi della materia attiva, mascolina e fissa». È, quindi, il fisso (psiche) sublimato o spiritualizzato. Il nero è il nostro mercurio dei saggi, cioè lo Spirito Universale condensato. Anche le tovaglie poste davanti agli sposi, e i paramenti sacri dei ministri di culto, sono dello stesso colore del taleth. Le frange ornamentali sottolineano la qualità del prodotto e i nodi simboleggiano gli enigmi della scienza che bisogna sciogliere. Il bicchiere di cristallo indica che il vaso dei filosofi dev’essere di vetro; la sua realizzazione è confermato dal vino benedetto. Ma perché veniva rotto? Questo gesto è la traduzione ermetica dell’uccisione del grifone, variante, a sua volta, del gesto che compì Bellerofonte, nella mitologia greca, uccidendo la chimera. Sono ambedue animali compositi. Il grifone è un mostro mitico e deriva dal combattimento delle due nature primitive espresse dall’aquila e dal leone. «La combinazione delle due materie iniziali» insegna Fulcanelli «l’una volatile e l’altra fissa, produce un terzo corpo, misto, che segna il primo stadio della pietra dei filosofi. Tale è il grifone, per metà aquila e metà leone. Si deve scoprire il mezzo per captare la parte pura, essenziale, del corpo da poco prodotto: si dice che l’uomo, con quest’operazione, uccide il grifone». Quest’unico mezzo sono quelle ripetizioni altamente consigliate. Così, uccidere, rompere, nella tradizione ermetica significa assimilazione, realizzazione, acquisizione. La psiche ha raggiunto la propria stabilità che è la base della Grande Opera.
«L’antico sposo indiano» scriveva De Gubernatis «pigliava per mano la sposa e le faceva fare tre giri intorno all’altare. Gli stessi giri intorno all’altare compievano gli sposi romani. Nelle nozze russe, i due sposi tengono da una mano una candela e, pigliandosi per l’altra mano, fanno pure tre giri intorno all’altare; quindi si baciano. Un’altra cerimonia somigliante era quella dei sette passi della sposa indiana verso il nord-est, per ciascuno dei quali lo sposo faceva un augurio. Al Weber i sette passi indiani richiamano pure in mente i sette salti dell’uso nuziale germanico. Il salto della sposa ebraica ha forse il medesimo significato». Tralasciando le allegorie che ormai conosciamo, osserviamo i sette passi augurati ciascuno dallo sposo. Si tratta della traduzione simbolica del libro ermetico che, insegna Fulcanelli, «non è raro vederlo anche sigillato da sette bande; sono il segno delle sette operazioni successive che permettono di aprirlo poiché ciascuna di esse spezza uno dei sigilli di chiusura». Questi sette sigilli, dunque, vengono spezzati dallo sposo uno dopo l’altro con l’augurio. mentre la sposa si reca verso il nord-est, cioè in direzione del sorgere del sole del solstizio estivo, simbolo dell’Illuminazione Suprema. Questi sigilli dal numero simbolico[16], sono una variante «dei colori intermediari che appaiono tra quelli principali[17]» aggiunge Fulcanelli «poiché la natura, secondo il vecchio proverbio — Natura non facit saltus[18] — non fa nulla bruscamente, ma l’artista non li considera perché sono superficiali e passeggeri. Essi recano solo il messaggio della continuità e della progressione delle mutazioni interne». Per quanto riguarda il salto della sposa ebraica, invece, si tratta del passaggio iniziatico.
Continuando con la tradizione indiana, Aldo Santini fa rilevare che «ci sono i consueti rituali davanti al fuoco, accanto al quale sono posti un vaso d’acqua e una pietra. Gli sposi fanno un giro intorno al fuoco, poi compiono il rito dei sette passi, quindi lo sposo tocca il cuore della sposa e le lega un ornamento intorno al collo, il mangala-sutrabandhana, distintivo della donna maritata: in teoria andrebbe portato sempre come la nostra fede d’oro. C’è un’altra cerimonia che i giovani devono rispettare, se desiderano che il loro matrimonio risulti fecondo. Il marito versa del latte nelle acque del fiume Gange, mentre la moglie, con la testa ricoperta di un prezioso velo, assiste in silenzio insieme ai familiari di entrambi». Il vaso e la pietra, cioè il recipiente e il suo contenuto, sono posti sotto l’azione del fuoco solare, mentre il giro intorno al fuoco evocava il ciclo completo sottomesso all’astro. Il rito dei sette passi lo conosciamo, pertanto prestiamo la nostra attenzione allo sposo che versa il latte assistito dalla sposa. Il latte di vergine è versato dallo sposo che qui interpreta il fisso, mentre la sposa personifica la filosofia indicata dal prezioso velo. Il latte viene versato, o si realizza, sull’acqua grossolana simboleggiata dal fiume. «In Russia» prosegue De Gubernatis «gli sposi, per un antico uso ereditato forse dai greci, che lo hanno pure conservato, si scambiano tre volte in chiesa il calice contenente vino. Nei dintorni di Bolzano, due ragazzi sostengono due vasi pieni di vino; il prete versa da bere allo sposo e alla sposa, che bevono allo stesso bicchiere; quindi si fanno bere tutti gli astanti». Come vediamo, il vino filosofico che si scambiano le due nature, in questo caso ricorda pure le tre operazioni filosofali. Ritroviamo ancora il rituale degli sposi che bevono in un unico bicchiere, mentre la simbologia è arricchita dalle altre persone che, bevendo anch’esse, interpretano la moltiplicazione ermetica.
«A Masagne, nei pressi di Brindisi» scrive Frascaro «le nozze costituivano un passatempo per tutti, con la cosiddetta “messa della catena al braccere”. Il “braccere” era colui che, durante il rito nuziale, dava il braccio alla sposa e che, all’uscita della chiesa, la consegnava al marito. Gli amici del braccere, al momento dell’uscita dalla chiesa, ne sbarravano la porta con una catena e, per dare libero passo al corteo nuziale, pretendevano dal braccere il pagamento di una specie di pedaggio, il che dava luogo a contrattazioni interminabili». Ricordiamo che il fuoco segreto è raffigurato tramite il braccio destro. In questo caso il “braccere” era il braccio destro del marito che, dopo infinite contrattazioni con l’elementarità della psiche, donava la sposa (Dono di Dio) al suo padrone. «A Civita di Penne[19]» continua De Gubernatis «all’uscire degli sposi dalla chiesa, si presenta un uomo con una grande paniera sul capo, adorna di dolci e nocciole infilate, e in mezzo alla paniera un grosso lume. Nell’India si porta una lampada accesa, mentre la sposa muove alla dimora dello sposo. Nell’India vedica, gli sposi si facevano precedere dal fuoco nuziale che non doveva estinguersi mai; una formula che si recitava mentre la sposa entrava in casa, le raccomandava il fuoco e l’acqua, come l’uso romano voleva che la nuova sposa fosse accolta con acqua e fuoco». Nella paniera — variante del vaso filosofico — arricchita di spiritualità, arde il fuoco segreto dei saggi. Quest’operazione è stata realizzata grazie all’unione dei due sposi in chiesa. Il rituale dell’accoglienza della sposa non poteva parlare con maggior chiarezza, ricordandoci la virtù dei due battesimi dovuta a quell’acqua ignea e fuoco acquoso. «A Vistrorio, nel Canavese» aggiunge De Gubernatis «la sposa impalmata usava sedersi sui gradini esterni della chiesa, e lasciarsi baciare da quanti deponevano denaro sul piatto ch’ella teneva in mano. Or questa cerimonia del bacio alla sposa è certamente antica, e vige ancora, sotto forma alquanto diversa, in alcuni paeselli della valle di Susa, dove quanti incontrano la sposa mentre ella esce di chiesa hanno diritto di baciarla, all’Allumiere, presso Civitavecchia, nella Sardegna di mezzo e settentrionale, a Riva Presso Chieri, nell’Abruzzo Ulteriore Primo». Più la sposa veniva baciata — ripetizioni delle illuminazioni — più aveva modo di arricchirsi spiritualmente, come indicava il denaro nel piatto, variante del nostro vaso. Vito Petrucci e Mario Boero riportano quanto si costumava in Liguria e, senza dubbio, anche in altri luoghi: «All’uscita della chiesa c’era il tradizionale lancio dei confetti da parte della sposa, lancio che si ripeteva anche sotto casa. Se questo non avveniva, i ragazzini, ai quali veniva negato il gusto della raccolta, cantavano una canzoncina: “La sposa si è sposata, confetti non ne vuol buttare, è davvero misera”. «In Germania» segnala pure De Gubernatis «la vigilia delle nozze i ragazzi rompono tutte le vecchie stoviglie della casa, levando grida di gioia. Ai ragazzi che fanno festa agli sposi si suol gettare confetti. Allora i ragazzi se ne vanno via contenti e le loro grida risuonano di lunghi evviva. Ma guai se si tardi o se si neghi ai gridatori il dono; le grida si fanno insolenti». È necessario rompere il vecchio vaso, simbolo della psiche grezza, per creare il vero vaso dei filosofi. I bambini, interpreti degli gnomi delle favole, chiedono insistentemente alla sposa (filosofia) le indispensabili illuminazioni. Nelle Marche, scrive Mattioni, «al ritorno, il corteo, rallegrato dalla musica dell’organetto, trovava sbarrato il proprio percorso da tavoli con dolci e vino che i paesani offrivano, esigendo che venissero gustati, altrimenti lo sbarramento non sarebbe stato rimosso». Daniele Rubboli scrive che, in Emilia Romagna, «concluso il rito religioso, il corteo, a piedi, si recava prima alla frazione di lei, poi a quella di lui per il banchetto. Strada facendo si offriva vino e rifiutarlo era offesa grave». Le illuminazioni dovevano essere gustate (assimilate), il non farlo sarebbe stato grave, poiché lo sbarramento della tenace grossolanità non sarebbe stato tolto di mezzo. Stoppa scriveva che in Abruzzo, dopo la cerimonia, «per tornare a casa, non si farà mai la strada fatta prima, per tema di fattucchiere». Si tratta della variante ermetica di quel viaggio di cui una metà è terrestre e l’altra metà marittima. In Abruzzo, e precisamente a Celano, la sposa doveva entrare nella nuova abitazione facendo attenzione, con un salto, di non toccare la soglia. «È notevole l’uso comune fra Roma antica e l’India» scriveva De Gubernatis «dove lo sposo solleva di peso sopra il limitare della casa la sposa, la quale non doveva né toccare la soglia né essere toccata». Qui si ribadisce il principio della filosofia, che vuole che l’apprendimento non dev’essere né verbale né volontario, ma soltanto un atto di comprensione. Stoppa segnala pure l’usanza che «la suocera, sul capo della giovane nuora alza un pane, poi con esso tocca la fronte, il petto e le spalle, facendo il segno della croce. Poi dice: “Entra figlia mia, regina della casa». «In Val d’Ossola — scrive Savoi — a matrimonio celebrato, la sposa veniva accolta nella nuova casa dalla madre dello sposo, che sulla soglia la baciava e le offriva un copricapo». Il bacio, il pane, il segno della croce sono tutti simboli d’illuminazione che il copricapo protegge da possibili influenze esterne. La suocera, inoltre, riconosceva come figlia la nuora, cosa che faceva pure il suocero, mentre la nuora li accettava come nuovi genitori; la stessa cosa era per lo sposo. In altre parole i giovani sposi acquisivano nuovi genitori ed erano, per tradizione, obbligati a chiamarli tali. Era la traduzione dei principii primitivi e secondari della Grande Opera. Da qui viene pure il vecchio adagio «star come suocera e nuora», variante dell’altra locuzione proverbiale «il diavolo e l’acqua santa». «In Calabria» scriveva De Gubernatis «la suocera, all’entrare nella casa, avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi, e congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno stretto vincolo d’amore. Poi i parenti e gli amici, insieme con gli sposi, stendono le mani, intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta della casa». La suocera qui personifica madre Natura che inghirlanda con la Rosa mistica le due nature, mentre tutti quanti esprimono la forma di corona dell’Adeptato. Il rosa, infatti, un tempo era definito “color di rosa”, per meglio far intendere cosa simboleggiava. «In tal modo ritroviamo la Rosa mistica» scrive Fulcanelli «fiore della Grande Opera, più conosciuta sotto il nome di Pietra Filosofale». Ancora in Abruzzo, la sposa era accompagnata dal padre. La suocera — che per l’occasione non aveva assistito al rito religioso — attendeva davanti alla porta di casa offrendo un dono al padre perché concedesse a suo figlio la sua legittima sposa. Il padre della sposa rifiutava e la madre dello sposo cambiava la natura del dono, questo rituale andava avanti finché la madre non donava una palma d’olivo. «Il nostro oro non può essere comprato pagandolo con i soldi» scrive Nicolas Lenglet-Dufresnoy «anche se tu volessi offrire in cambio una corona o un regno, in realtà è un dono di Dio». «Prega Dio, o fratello» aggiunge Filalete «affinché tu divenga degno di questa benedizione, perché essa non dipende da colui che la cerca né, a maggior ragione, da colui che la desidera, ma unicamente dal Padre delle illuminazioni». «Entrati in casa si fa il riconoscimento» scriveva Stoppa «La sposa dà dei confetti ai parenti dello sposo e questi ai parenti della sposa». Questo intimo scambio tra i rispettivi parenti simboleggiava il proseguimento regolare e naturale dell’evoluzione dell’Opera, dopo la realizzazione dell’indissolubile pietra dei filosofi, e che era coronato dal gran banchetto nuziale. «Nel nozze si dà al mangiare tanta importanza» scriveva De Gubernatis «che nozze e banchetto da sposi vennero a significare il medesimo. E nozze si chiamavano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più specialmente poi certe cialde che si fabbricano in occasione di nozze, onde probabilmente l’adagio: pan di nozze. Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio detto croccante, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto, tutti i convitati applaudono». La sposa, qui, interpreta ancora il ruolo dell’artista. Bisogna colpire e distruggere la grossolanità superficiale. È lo stesso gesto di Mosè che colpì la roccia con il suo bastone facendo sgorgare l’acqua dal Monte Oreb (Esodo, XVII, 6). «Mosè, Atalanta, Cibile, Ermes» scrive Fulcanelli «si servono di uno strumento dotato di una specie di potere magico. Il rabdos greco, effettivamente è una verga, un bastone, un’asta di giavellotto, un dardo e lo scettro di Ermes. Questa parola deriva da rásso, che significa colpire, dividere, distruggere». «Senza distruzione» dice pure Krishnamurti «ogni cambiamento è una continuazione modificata. Distruzione psicologica di tutto ciò che è stato, non semplice cambiamento esteriore: questa è l’essenza dell’intelligenza. La comprensione è una fiamma distruttiva non un fatto blando; è di questa distruzione che si ha paura, così la si evita, coscientemente o no. La comprensione può modificare il corso della vita di un uomo, il modo di pensare e di agire; può essere piacevole o no, ma è comunque un rischio per l’intero rapporto della realtà». «Nel comasco» segnala Marco Giudice «le partecipanti al banchetto nuziale, amiche della sposa, sfoggiano i costumi tradizionali locali, indossando sul capo, tra i capelli, grandi pettini a raggiera. Alle ragazze nubili vengono donate fiori d’arancio». Ricordiamo l’importanza di quei pettini a raggiera: il fascio di raggi che si dipartono da un centro unico, il pettine di Giacomo (pecten Jacobeus). Mattioni scrive che nelle Marche, durante il banchetto nuziale, «il piatto forte erano le tagliatelle e come dolce la crema gialla di latte e uova». Questo, spiega Fulcanelli, è «il mistero dell’ornitogala, quel famoso latte degli uccelli, ornithon gála, del quale i greci parlavano come d’una cosa straordinaria e assai rara. Ornis, in greco, indica non soltanto l’uccello in generale, ma più specificatamente il gallo e la gallina, e forse da qui deriva il vocabolo ornithos gála, latte di gallina ottenuto sciogliendo un giallo d’uovo nel latte caldo. Nell’antichità il gallo era attribuito al dio Mercurio. I greci lo designavano con la parola aléktor, che talvolta significa vergine, e talvolta sposa, espressioni cabalistiche dell’uno e dell’altro mercurio, cabalisticamente aléktor si accosta ad aléktos, ciò che non deve o non può essere detto, segreto, misterioso». Naturalmente il vero dolce tradizionale, che corona il banchetto, è la celebre torta nuziale impregnata del rosso e tradizionale alchermes, il cui nome svela la nostra filosofia. In Puglia, segnala Frascaro, la sposa «è l’oggetto che lo sposo mostra agli amici e che a questi offre per la danza, e la sposa (questa tradizione, come altre è riscontrabile anche in Lucania) mostra orgogliosamente i donativi in denaro raccolti in grembo». Il ruolo dello sposo, qui, è quello dell’Adeptato. Egli offre la rivelazione ai suoi amici, quella filosofia che racchiude come una vera e propria madre l’oro nel suo seno.
Purtroppo la sposa, durante il banchetto, era pure oltraggiata. «Fin dai tempi di Varrone» scriveva De Gubernatis «solevano i ragazzi soffiare alle orecchie della sposa novella i motti più insolenti ed osceni. Seguiva il pianto della povera sposa oltraggiata e delle stesse compagne che le erano date per farle coraggio. Ancora oggi nelle campagne marchigiane i buffoni alle nozze si permettono certi sguaiati strambotti. La compagnia, tentata dai fumi del vino, promuove in ogni rustico banchetto il rossore sul volto della giovane sposa. Tempo di nozze, tempo di ciarle, dice un proverbio piemontese; ma poiché la ciarla è di rado innocente, invano gli statuti comunali italiani, vollero ridurre il numero dei convitati permessi nei banchetti nuziali». Ma perché la sposa era pure oltraggiata? Nella tradizione popolare altri personaggi subivano lo stesso oltraggio. «A Montluçon il giorno di Martedì Grasso, in altri tempi» scrive Marcel Moreau «si portava in giro, davanti alla folla entusiasta, un superbo bove bianco. Vi era a cavallo un povero diavolo tutto vergognoso, le mani legate dietro la schiena, che veniva chiamato Grignolet. Egli voltava la schiena alla testa dell’animale, rivolto verso la coda in maniera da essere veduto meglio dalla folla. Durante tutta la sfilata, che si faceva al ritmo dell’animale, il povero disgraziato era l’oggetto dei motti e delle risate di scherno della folla, perché passava per essere quello della parrocchia che aveva portato le corna più lunghe nel corso dell’annata». «Se per caso la moglie picchia il marito» aggiunge De Gubernatis «egli viene sottoposto alla pena dell’asino. Ossia a cavalcare un asino con la faccia rivolta verso la coda di esso, la quale, svergognato, egli deve pure tenere in mano. Una pena simile fu, non molto ancora, inflitta nella valle di Stura ad un marito che si lasciava picchiare dalla propria moglie». Per comprendere bene il significato nascosto, basta ricordarsi di quella misteriosa frase del Saggio di Dampierre. In questo caso, le vittime dovrebbero dire che più sono stati nuociuti, meno ne sono pentiti. Esprimendo, cioè, quella mortificazione ermetica assolutamente necessaria, grazie alle ripetizioni degli insulti. Ciò è confermato dalla stessa posizione degli uomini, simboleggiando quello che Fulcanelli definisce «l’uomo voltato, il quale rappresenta, meglio che sia possibile, l’apoftegma alchemico solve ed coagula, che insegna a realizzare la conversione elementare volatilizzando il fisso e fissando il volatile». Purtroppo, bisogna riconoscere che a volte la presa in giro del popolino era eccessivo. Mattioni prosegue che «durante il pranzo la sposa salutava i commensali, che gli donavano dei soldi come regalo di nozze. Qualche volta riceveva degli oggetti, una gallina di coccio o una piccola acquasantiera da sistemare nella camera da letto». Sappiamo che la sposa contraccambiava questi doni con la classica bomboniera arricchita da qualche oggetto che l’accompagna, come una conchiglia con due colombe, o una coppa con due pesci, oppure una quercia cava con altre due colombe, ecc., da usare come soprammobili. La bomboniera simboleggia il ricettacolo con il seme di tutti gli esseri viventi. Gli oggetti rivelano le proporzioni filosofiche del fisso per i due solventi. L’anonimo Adepto di Dampierre riportò lo stesso tema scolpendo il cassettone numero nove della quinta serie. La quercia, qui, è sostituita dalla roccia. «Su di un suolo roccioso» scrive Fulcanelli «due colombe, sfortunatamente rimaste decapitate, sono l’una di fronte all’altra. Esse hanno come epigrafe l’adagio latino:
.CONCORDIA. NVTRIT. AMOREM.
La concordia nutre l’amore. Verità eterna, che vediamo applicato dappertutto quaggiù, e che la Grande Opera conferma con l’esempio più stupefacente che sia possibile trovare. I due uccelli che accompagnano il soggetto del nostro bassorilievo, rappresentano quelle famose colombe di Diana, oggetto della disperazione di tanti ricercatori, e celebre enigma immaginato da Filalete per nascondere l’artifizio del duplice mercurio dei saggi. Egli insegna che “le colombe di Diana sono inseparabilmente avvolte negli abbracci eterni di Venere”. Quindi le colombe di Diana devono essere considerate come due parti del mercurio solvente — le due punte dello spicchio lunare — contro una parte di Venere, che deve tenere strettamente abbracciate le sue colombe preferite. E Dobbiamo convenire che si deve essere eletti dalla Provvidenza per scoprire le colombe di Diana». Infatti, queste colombe sono le stesse che troviamo nel famoso proverbio che dice di «prendere due piccioni con una sola fava».
«Nel Molise» segnala Braccili «il giorno delle nozze, ogni invitato si reca a visitare la camera degli sposi e, sulla bella coperta di seta distesa sul letto, gettano denaro come dono». «In Francia, e particolarmente in Bretagna» scriveva De Gubernatis «il prete cristiano ha cercato di protrarre l’uso antico, recandosi nel medioevo a benedire il letto nuziale, sopra il quale stavano gli sposi (sedentes vel jacentes[20], come dice il cerimoniale), con le seguenti parole: “Benedite questi cari giovani come Voi avete benedetto Tobia e Sara; degnatevi di benedirli così, Signore, affinché nel nome vostro essi invecchiano e si moltiplicano lungamente, per Cristo Signor Nostro”. Nel canavese usano rendere scomodo il letto col mettere sotto le lenzuola e il materasso patate, rape, pannocchie. Gli sposi devono anche turarsi le orecchie, per non udire il suono dei pifferi e tamburi che si farà sotto le loro finestre, per non lasciarli aver pace». Il letto scomodo è una bella metafora della fastidiosa seconda operazione; inoltre, a questo stadio, i rumori del mondo possono ancora arrivare alle orecchie del neofita. «Più tardi» assicura Fulcanelli «malgrado il lungo tempo necessario per questa difficile fase, il giogo è meno difficile da sopportare». «Nella Grecia salentina» scrive Frascaro «la coppia, la prima notte di nozze, non si coricava nel letto nuziale, dov’erano stati deposti il velo e la ghirlanda di fiori multicolori. I coniugi si raccoglievano su un qualunque altro letto, perché su quello nuziale doveva discendere l’angelo del bene per benedirlo». Si tratta ancora della metafora della realizzazione della pietra dei filosofi.
Ben inteso, comunque, lo sposalizio simboleggia, meglio che sia possibile, l’unione mistica del Cielo e della terra, del Creatore e della creatura, dell’Illuminazione e della psiche. In alcune località, per indicare il compimento del Magistero, gli sposi dovevano attendere tre giorni per consumare il matrimonio. «Ma perché tre giorni d’attesa?» si chiedeva De Gubernatis «perché l’uso indoeuropeo è questo. Gobhila, antico autore indiano, scrive: “Dopo tre notti ha luogo la copula”. In Grecia passavano pure tre giorni prima che gli sposi consacrati si unissero; e lo stesso avveniva in Roma. Il cristianesimo lasciò credere, come in Germania, che le tre notti di astinenza sia necessario per scacciare il diavolo».
«Tra le tracce dei costumi longobardi accertati in Brindisi» prosegue Frascaro «c’è il morgen gabe, il dono che al mattino, dopo la prima notte di nozze, lo sposo era tenuto a fare alla consorte». «Chiamavasi col nome di morgincap o morgen gabe o dono del mattino» precisa De Gubernatis «poiché nel mattino che succedeva alla notte del consumato matrimonio soleva, nel medioevo, lo sposo germanico spogliarsi di una parte delle sue sostanze, in favore della fanciulla ch’egli aveva fatto diventar donna. Nel codice longobardico, il morgen gabe è definito “un regalo fatto alla donna per massimo dei pregi ch’ella abbia ricevuto da Dio” e di cui ella fa sacrificio al marito». Ella le faceva dono della sua verginità, cioè del suo prezioso sangue verginale: quell’illuminazione sparsa per tutta la terra. «Nel palermitano» scriveva De Gubernatis «la sposa presenta alla suocera i panni insanguinati, affinché ella riceva una soddisfazione, ossia si convinca che la sposa era novizia. L’uso è antico e sparso non solo tra gli indoeuropei, ma anche tra i semiti e gli egizi». E affinché non vi fosse alcun dubbio, in Abruzzo la suocera stendeva fuori della finestra il bianco lenzuolo macchiato del rosso sangue verginale. Per usare le parole di Fulcanelli, si tratta del «duplice geroglifico dello zolfo, lo zolfo bianco e lo zolfo rosso», variante, a loro volta, del latte di vergine e sangue di Cristo. Mario Obole, trattando dei costumi siciliani, scrive che «la prima notte di nozze gli amici portavano la serenata. Gli sposi se ne stavano, quindi, per una settimana chiusi in casa». «La sposa» scriveva De Gubernatis «generalmente per otto giorni non esce dalla casa maritale». Troviamo qui i colori secondari della Grande Opera, o la settimana mistica. «Alcuni autori» rivela Fulcanelli «assimilando le fasi colorate della cottura ai sette giorni della creazione, hanno indicato l’intero lavoro con l’espressione Hebdomas hebdomadum, la Settimana delle settimane, o semplicemente la Grande Settimana, perché l’alchimista deve seguire assai d’appresso, nella sua realizzazione microcosmica, tutte le circostanze che accompagnano la Grande Opera del Creatore. Post tenebrax lux. Non dimentichiamolo. La luce nasce dalle tenebre; essa è diffusa nell’oscurità, nel buio, come il giorno lo è nella notte. È dal caos oscuro che fu estratta la luce riunendo i suoi raggi dispersi, e se nel giorno della creazione, lo Spirito Divino si muoveva sulle acque degli abissi — Spiritus Domini ferebatur super aquas — questo spirito invisibile, dapprima non poteva essere distinto e si confondeva con essa. Infine, ricordatevi che Dio impiegò sei giorni per compiere la sua Grande Opera, che la luce fu separata dal primo giorno e che i giorni seguenti furono determinati, come i nostri, da intervalli regolari e alternati di oscurità e di luce». Ricordiamo che il giorno e la notte, nell’ermetismo, indicano l’illuminazione e l’assimilazione. Superata la settimana mistica, prosegue Stoppa, «gli sposi, la domenica seguente, riescono alla messa, gloriosi e trionfanti, in mezzo a una vera ovazione». La settimana mistica trova una variante anche nella luna di miele, così chiamata perché, in quel periodo, i giovani sposi dovevano bere una porzione a base di miele diluito. Una leggenda vuole che Attila, re degli unni, dopo essersi sposato, morì soffocato proprio nel bere questo prezioso nettare, nel 453 d.C. Merita pure un cenno quella serenata accennata da Mario Obole. Stoppa scriveva che «i suonatori cantano per l’ultima volta una serenata, che per solito varia, ma che si chiude sempre così: non la tenere pe’ mala creanza, dacce la fiasca come c’è l’usanza. E la casa si riapre. Il padre dello sposo consegna un fiasco di vino, un pane e un cacio e… buonanotte ai suonatori». I tre principii della Grande Opera, rappresentati dal vino, pane e cacio, simboleggiano la realizzazione del mercurio filosofico. Così, l’espressione proverbiale, usata per indicare qualcosa d’irrevocabile, insegnava al ricercatore che, a questo punto, poteva fare a meno del suono della musica, cioè delle ripetizioni della dottrina. «L’acqua della vita ha la capacità di migliorare i frutti dell’albero» scrive Cosmopolita «di modo che ormai non ci sarà più bisogno né di piantare, né d’innestare».
Dopo lo sposalizio arrivano i figli, ora ci è facile scoprire il motivo segreto perché la nascita di un bambino è segnalata con un fiocco azzurro e la nascita di una bambina con un fiocco rosa. È usanza dire ai bambini un luogo simbolico della loro provenienza, come che provengono dalle acque di un fiume, o che sono stati trovati sotto una pietra, o presi dal cavo di una quercia, o raccolti sotto un cavolo, o portati dalla cicogna. Il cavolo, con molta probabilità, è stato accolto nella simbologia esoterica per le foglie racchiuse su se stesse e buona similitudine del libro chiuso ermetico. «Quanto alla cicogna, che Rabelais attribuisce al mercurio» scrive Fulcanelli «essa assume il significato della parola greca pelargós, formato da pelós, bruno, livido o nero”, e argos, bianco, che sono i due colori dell’uccello ed anche quelli del mercurio filosofico; pelargós indica anche un vaso fatto di terra bianca e nera, emblema del vaso ermetico, cioè del mercurio, la cui acqua, vivente e bianca, perde la sua luce, il suo splendore, si mortifica e diventa nera, abbandonando la sua anima all’embrione della pietra, che nasce dalla sua decomposizione e si nutre delle sue ceneri». A questo punto c’era il cerimoniale del battesimo. Per prima cosa bisogna dire che era la madre che decideva la data del battesimo del neonato. Come sempre, è l’artista che inizia i lavori filosofali. In Abruzzo, l’usanza proibiva alla madre di accompagnare il figlio alla fonte battesimale. Il bambino era condotto in chiesa dal padre e dai suoi futuri madrina e padrino, e parenti. Però, durante il rito, il padre doveva starsene in disparte o assente, presenziavano alla cerimonia soltanto la madrina, il padrino e i parenti. Durante il rito si versava acqua benedetta sul capo del bambino, con un oggetto a forma di conchiglia, poi gli veniva unta la fronte e messo in bocca un pizzico di sale, e si dava il nome al neonato. A parte il significato dell’acqua benedetta, della conchiglia e del sale, che conosciamo assai bene, precisiamo che il nome proprio dell’individuo è, esotericamente, definito magico, che possiede virtù particolari. Quindi, non è altro che il segno ermetico, e la materia segnata equivale a preparata. Al riguardo del cerimoniale, la soluzione la lasciamo alla sagacia del lettore. Abbiamo già descritto più volte gli stessi particolari, pertanto non dovrebbe essergli molto difficile estrarre il senso dalla ganga esoterica. «Fratelli cercate senza scoraggiarvi» scrive Fulcanelli «perché qui, come in altri punti oscuri, dovete compiere un grande sforzo».
Bibliografia essenziale
Braccili, Luigi, Folk Abruzzo, L’Aquila, Marcello Ferri Editore, 1979. Campagnoni, Martino, Folclore bergamasco, Clusone, Ferrari Edizioni, 1999. Canseliet, Eugène, L’Alchimia, simbolismo ermetico e pratica filosofale, Roma, Edizioni Mediterranee, 1985. Cattabiani, Alfredo, Calendario, le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Milano, Rusconi Libri S.p.A., 1988. D’Eaubonne, Françoise, Megaliti e pietre misteriose, Ginevra, Edizioni Ferni, 1974. De Gubernatis, Angelo, Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indoeuropei, Milano, Fratelli Treves Editori, 1868. Di Paolantonio, Nicola; Porto, Giuseppe, L’Abruzzo e il Molise, supplemento de L’Eco di San Gabriele n. 19 del 3 novembre 1984. Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972. Fulcanelli, Le dimore filosofali, Roma, Edizioni Mediterranee, 1973. Hadingham, Evan, I misteri dell’antica Britannia, La Spezia, Fratelli Melita, 1981. Krishnamurti, Jiddu, La sola rivoluzione, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1973. Krishnamurti, Jiddu, La domanda impossibile, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1974. Krishnamurti, Jiddu, Che cosa vi farà cambiare, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1981. Krishnamurti, Jiddu, La visione profonda, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1982. Krishnamurti, Jiddu, — Bohm, David, Dove il tempo finisce, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1986. Krishnamurti, Jiddu, Gli ultimi discorsi, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1987. Macaluso, Giuseppe, Libero pensiero e verità iniziatica, Roma, Edizioni Pensiero e Azioni, 1975. Matrimonio in costume regionale, autori diversi, supplemento de L’Eco di San Gabriele, n. 21 del 7 dicembre 1985. Moreau, Marcel, Le civiltà delle stelle, Firenze, Corrado Tedeschi Editore, 1975. Paoli, Ugo Enrico, Lar Familiaris, Firenze, Casa Editrice Le Monnier, 1929. Pansa, Giovanni, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, Bologna, Forni Editore, 1970. Panzone, Lido, Lu quadirnucce di lu Mastre, Associazione Comunale di Bisenti; Associazione Cuturale Mons Siccus, Montefino, 2003. Santini, Aldo, Le religioni degli altri: Ebraismo, supplemento al n. 11 di Oggi dell’8 marzo 1987. Santini, Aldo, Le religioni degli altri: L’Induismo, supplemento al n. 14 di Oggi dell’8 aprile 1987. Stoppa, Bruno Tommaso, Eros Chai Gamoi: costumanze abruzzesi, Loreto Aprutino (PE), tipografia di Vincenzo Villanucci, 1894. Tavolaro, Aldo, Pietre come libri, Bari, Bravi s.r.l., Spedizioni Traslochi, 1991.
NOTE:
[1]Frase di Fulcanelli. La parola filosofia deriva dal greco filos, amore e sofia, sapienza: amore per la sapienza. [2]Matteo, cap. VII, vv. 7-8; Luca, cap. XI, vv. 9-10. [3]Nel Regno delle Due Sicilie era così denominato il territorio della provincia di Teramo. [4]Questo segno distintivo permette di riconoscere la persona vincolata, non disponibile a qualsiasi altro diversivo se non quello del suo impegno, che ama con tutta se stessa ed al quale ha donato la propria esistenza. [5]Fulcanelli stesso ci confida, proprio su questo punto della pratica, che «noi siamo rimasti fermi per anni interi nell’impossibilità di ricavarne qualcosa». [6]Cioè l’illuminazione, la rivelazione. Il verbo salutare è omonimo dell’aggettivo salutare che possiede il significato, scrive Olivieri, di «che dà salute; salvatore». Ed è, etimologicamente, un suo derivato, perché, come precisa sempre quest’autore, la stessa salute ha i significati di «salvezza, sanità; esclamazione di meraviglia (XIX sec.); espressione di saluto: latino salus-utis (connesso con salvus)». [7]Odissea, libro XXIII, vv. 189 e segg [8]Anche San Paolo ricevette l’illuminazione lungo la via di Damasco (Atti, IX, 3): Et cum iter faceret, contigit ut appropinquaret Damasco; et subito circumfulsit eum lux de caelo. (E durante il viaggio, mentre si avvicinava a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò intorno). [9]Questo colore deriva dalla violetta, perché, insegna Fulcanelli, «la violetta è il primo fiore che il saggio vede nascere e fiorire, nella primavera dell’Opera, e trasformare con un nuovo colore il verde del suo giardino». [10]Tuttavia, sembra che la tradizione non sia stata spenta. Campagnoni segnala che «in alcuni paesi della Val Brembana, quando la sposa andava all’altare aveva in capo un fazzoletto bianco, e all’uscita della chiesa veniva cambiato con uno colorato» [11]Il velo che, come abbiamo visto, simboleggia la filosofia, indica ciò che l’artista deve tenere in conto all’inizio della pratica. La filosofia viene presentata velata al neofita. Per questo «le vedove» scriveva De Gubernatis «non solevano, passando a seconde nozze, ripigliare il velo nuziale»- Essendo già andate in spose, il loro velo era stato sollevato e il mistero svelato. La dualità di significato di questo velo, comunque, si ritrova in quello che prendono le donne quando abbracciano i voti religiosi. [12]Lettera a Tito, cap. I, v. 15. [13]Liberami, o Signore. [15]Segnaliamo una graziosa chiesetta posta sotto l’invocazione di Sant’Anna e che fungeva da cappella privata al casato Muzii di Pescara, in Viale Giovanni Bovio. La concezione architettonica della sua facciata è assai fedele all’antico simbolo sacro scelto dall’arte muratoria. [16]Il numero sette, scrive Canseliet, è «l’azione congiunta dei quattro elementi — aqua, ignis, terra, aer — e dei tre principii — mercurius, sulphur, sal — il cui perfetto completamento corrisponderà più tardi alla Pietra Filosofale». [17]Questi tre colori principali sono, naturalmente, una variante delle tre operazioni filosofali. [18]La natura non fa salti (Leibniz, Nuovi Saggi, IV, 16). [19]L’odierna Penne in provincia di Pescara. [20]Seduti oppure sdraiati. (Autore:Ermando Danese) Sezioni correlate in questo sito:
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