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TEMATICHE: Due passi nell'Italia nascosta Simbologia e Cultura Orientale UTILITY: Ricerca veloce titoli per argomento SERVIZI:
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(fiabe popolari rivisitate in chiave ermetica da Ermando Danese)
Teresinella «C’era
una volta una donna che aveva una figlia. Spesso la mandava a cogliere, di
nascosta, un po’ di prezzemolo nel palazzo dell’orchessa. Purtroppo, un
giorno, l’orchessa la vide e la catturò. La fanciulla, tutta tremante e
piangendo, implorò di essere lasciata libera. “Va
bene!” le disse l’orchessa “avrò pietà di te, però quando tornerai a
casa devi dire a tua madre che darà alla luce una bambina, e appena questa
nascerà la dovrà consegnare a me, in caso contrario farò strage della tua
famiglia”. Spaventata
la fanciulla tornò a casa e raccontò quanto l’orchessa aveva detto. Così,
con somma tristezza, accettarono la richiesta. Nacque una bellissima bambina e
fu gioco forza consegnarla all’orchessa. L’orchessa
le mise nome Teresinella e l’allevò facendole credere che fosse figlia sua.
Il tempo passò e la bambina divenne una splendida fanciulla con dei lunghi
capelli color dell’oro raccolti a treccia. Era assolutamente proibita alla
fanciulla uscire dal palazzo, giacché qualsiasi oggetto raccontava
all’orchessa cosa faceva durante il giorno. Spesso
l’orchessa si assentava e quando tornava diceva: “Teresinella,
Teresinella, scendi la tua treccia e risali tua madre”. Teresinella
sporgeva la lunga treccia dalla finestra e risaliva l’orchessa. Un
giorno che era affacciata alla finestra si trovò a passare il figlio del Re del
luogo. Si fermò a parlare con lei e scoprì che non poteva mai uscire dal
castello. Da quella volta lui spesso ripassava di lì e un giorno le chiese: “Teresinella,
Teresinella, quante foglie ha la majoranella?”. Lei
rispose: “E
tu che sei figlio del re incoronato quante stelle stanno nel cielo stellato?” Il
Principe, intanto, si era pazzamente innamorato di lei, così un giorno la invitò
a scendere, ma Teresinella gli ricordò: “Sai
benissimo che non posso allontanarmi perché tutti gli oggetti dopo parlano”. “In
verità” aggiunse il Principe “avrei intenzione di portarti con me al
castello e di sposarti”. Teresinella
restò assai felice di questa notizia, però aggiunse: “Anche
se me ne andassi per sempre da qui, gli oggetti dopo parlano e mamma orchessa ci
raggiungerebbe”. “Cucina
della polenta” consigliò il principe “e dalla a tutti gli oggetti del
palazzo, poi scendi e portati con te un pettine e un pezzo di sapone, e non
temere”. Teresinella
fece quanto il Principe le aveva detto. Cucinò la polenta e la diede al tavolo,
alle sedie, alle pentole, a tutto ciò che incontrava, soltanto si dimenticò
della scopa dietro la porta. Poi, presa un pettine e il sapone, scese e fuggì
col Principe. Quando
l’orchessa tornò disse la solita frase: “Teresinella,
Teresinella, scendi la tua treccia e risali tua madre”. Allora
la scopa rispose: È
inutile che chiami Teresinella perché è fuggita via col Principe”. Infuriata
l’orchessa si mise al loro inseguimento e, ben presto, arrivò a vederli.
Teresinella che, preoccupata, si voltava spesso, disse: “Ecco
mamma orchessa che arriva”. “Presto”
disse il Principe “butta il sapone che diventa una montagna”. Appena
buttata il sapone, questo si trasformò in una montagna tanto scivolosa che
l’orchessa non poté proseguire. Tornata indietro, le disse la scopa: Quella
era Teresinella, se soltanto avessi portato via un po’ di sapone l’avresti
recuperata”. L’orchessa
si mise nuovamente a inseguirli, e Teresinella, che stava sempre in guardia,
appena la scorse di nuovo, disse: “Ecco
mamma orchessa che torna”. “Presto
butta il pettine” disse il Principe “in modo che diventi una boscaglia
inestricabile”. Subito
si formò un bosco talmente fitto che l’orchessa non riuscì a superare.
Tornata nuovamente al palazzo, la scopa le disse: “Proprio
quella foresta era Teresinella, e se soltanto avessi staccato un ramoscello
l’avresti presa”. Vistasi
nuovamente gabbata l’orchessa riparti velocemente e, dopo un po’ di tempo,
riuscì ancora a raggiungerli. “Ecco
un’altra volta mamma orchessa”, disse Teresinella. “Tu
diventa chiesa e io sagrestano”, disse il Principe e, in un attimo, si
trasformarono come aveva detto. Giunta
l’orchessa, chiese al sagrestano: “Avete
per caso visti passare un giovane Principe e una fanciulla?”, ma il sagrestano
rispose: “Se
volete un ufficio ve lo faccio dire, se volete una messa ve la faccio
cantare”. Visto
che era inutile parlare col sagrestano, l’orchessa se ne tornò ancora al suo
palazzo, ma la scopa tornò a dirle: “Lei
era la chiesa, bastava che prendessi qualcosa, cerca di non farti gabbare
sempre”. Ancora
più infuriata l’orchessa tornò all’inseguimento e, sebbene i due avessero
fatto ormai un buon tratto di strada, li raggiunse nuovamente, ma Teresinella,
che stava sempre guardinga, tornò ad avvisare il Principe, che disse: “Tu
diventa un’anguilla e io una fontana”. Si
erano appena trasformati che giunse l’orchessa. Questa volta non si lasciò
ingannare e pensò che Teresinella dovesse essere l’anguilla, fece di tutto
per prenderla ma questa si nascondeva nel fango, e anche se riusciva per un
attimo ad agguantarla, le sgusciava subito di mano, pertanto, dopo molti e
inutili tentativi si arrese, ma lanciò una maledizione: “Appena
qualcuno bacerà il tuo Principe lui si scorderà di te”». La
favola inizia con la materia grossolana — che deve ancora ricevere i raggi del
sole — e la sua figlia volgare, che tende comunque a brillare, ossia
rubacchiando un po’ di prezzemolo. Ora, il prezzemolo in greco si dice petrosélinon,
da pétra, pietra e sélinon, sedano, col significato di «sedano
che nasce tra le pietre». Quindi, sta ad indicare l’intelligenza ordinaria
della psiche, o pietra comune. Infatti, «essere come il prezzemolo», nella
locuzione popolare, significa intrufolarsi dappertutto, cioè appartenere a
tutti e, per usare le parole di Fulcanelli, è l’immagine del «fuoco Divino
luminoso e spirituale incarnato in tutte le cose». Per accedere alla suprema
saggezza, invece, occorre il risveglio dell’intelligenza, il sacrificio
iniziatico richiesta dall’orchessa, giacché il prezzemolo[9]
in sé non è adatto a compiere la Grande Opera, come insegna l’altra
espressione figurata, «entrarci come il prezzemolo», di cosa la cui importanza
è minima o addirittura nulla. Dunque,
la vecchia favola, con l’enigmatica frase di rubare il prezzemolo, insegna che
l’illuminazione che permette la soluzione, la scoperta di un qualcosa prima
sconosciuto, viene dal castello dell’orchessa, ossia dall’Intelligenza
Universale. «Noi
non scopriamo mai nulla con le nostre forze» conferma Krishnamurti «pensiamo
di poterlo fare, ma è uno delle più grandi illusioni».
Per
volontà dell’orchessa la madre, poi, mette alla luce un’altra bambina. Ricordiamo,
pure, che gli attori della Grande Opera cambiano sovente di ruolo, una volta
interpretano il volatile, una volta il fisso. Così, l’orchessa e Teresinella
assumono, poi, il ruolo dei due principii della Grande Opera, nel senso del
fuoco elementare e grossolano e il fuoco segreto e volatile racchiuso nella
materia filosofale. La treccia d’orata di Teresinella indica il secondo
volatile o fuoco solare. L’elevazione
del fisso è magistralmente espressa dall’orchessa che sale proprio tramite
questa treccia. «Le
trecce della capigliatura» insegna Fulcanelli «è il geroglifico
dell’irraggiamento solare, e indicano che l’Opera, sottomessa
all’influenza dell’astro, non può venir eseguita senza la collaborazione
dinamica del Sole. La treccia, chiamata in greco seirá, è adottata per
raffigurare l’energia vibratoria, perché presso gli antichi popoli ellenici
il sole si chiamava Seír». Poi
i protagonisti diventano il Principe e Teresinella. Lui le chiede della majoranella,
cioè della maggiorana, e lei del cielo stellato. «La
parola maggiorana» scrive Giuseppe De Vitofranceschi «pare che derivi dal nome
della Madonna. Difatti in francese il nome di questa pianta si traduce, oltre
che majorana (alla latina), anche e soprattutto marjolaine, che è
una derivazione del vecchio francese marjole e mariole, figurina
religiosa della Vergine Maria[10]». In
questo modo la maggiorana e le stelle della favola stanno a ricordare sia la
donna dell’Opera sia l’importanza della notte; inoltre, le domande sul
numero delle foglie della pianta e delle stelle sottolineano la moltiplicazione
della pietra. Il
Principe e Teresinella interpretano pure il servus fugitivus del
Magistero, i due volatili dell’amalgama che instancabilmente vengono catturati
dal fisso per tutto il lavoro filosofale. «Arrivati
alla reggia, il Principe si recò subito dal Re suo padre e gli espresse il
desiderio di sposare Teresinella. C’era già una Principessa, molto brutta,
che aspirava a quelle nozze, tuttavia il Re non volle contraddire il figlio, così
fece nascondere Teresinella in una stanza del castello, fino a che non fosse
arrivato il giorno delle nozze. Fece bandire il prossimo sposalizio del Principe
ereditario e diede gli ordini agli uscieri per i necessari inviti. Da parte sua
il Principe, per tema della maledizione dell’orchessa, diede ordine che
nessuno avrebbe dovuto baciarlo. Il
giorno delle nozze si avvicinava e iniziarono ad arrivare gli invitati. Il
penultimo giorno giunse pure la balia che aveva allattato il Principe da piccolo
e volle subito vederlo. Le fu detto che il Principe stava riposando, ma lei non
volle sentire ragioni e andò nella sua camera. Visto che dormiva, le diede un
leggerissimo bacio per non svegliarlo e uscì dalla stanza. Il
giorno dopo tutto era pronto per le nozze, ma il Principe non ricordava nulla.
Il Re, visto che s’era dimenticato di Teresinella, fece arrivare in fretta la
brutta Principessa, che da tempo aspirava alle nozze, e iniziò la cerimonia
nuziale. Il
Principe, del tutto frastornato, non riusciva a comprendere com’era potuto
accadere questo: si ritrovava in piena cerimonia nuziale senza ricordare nulla.
Visto che la memoria gli aveva giocato un così brutto scherzo, fece buon viso a
cattivo gioco e si rassegnò a sposare la brutta Principessa. Intanto
nelle cucine i cuochi si davano da fare; mentre si cuocevano arrosti e dolci,
una colomba entrò dalla finestra e disse: “Tutto
si possa bruciare ma il Principe con la brutta Principessa non si possa
sposare”. Così
fu, tutto andò miseramente carbonizzato. Presi dal panico, i cuochi prepararono
alla svelta altre carni e altri dolci, rimisero il tutto sul fuoco, ma
nuovamente tornò la colomba dicendo: “Tutto
si possa bruciare ma il Principe con la brutta Principessa non si possa
sposare”. Per
la seconda volta le cibarie si carbonizzarono. A questo punto i cuochi si
decisero a fare rapporto al Re di quanto accadeva in cucina. Il Re mise subito
delle guardie alle finestre per vietare l’ingresso alla colomba. I
cuochi ricominciarono i preparativi. Mentre si davano da fare entrò una vecchia
chiedendo un po’ di pasta per realizzare dei dolci particolari. Le dissero di
allontanarsi perché non era il momento per essere disturbati; la vecchia insisté
assicurando che ciò che lei avrebbe fatto sarebbe piaciuto ai sovrani. Una
cuoca si decise a dargliela in modo che non disturbasse più. Invece la vecchia,
come aveva detto, fece due colombe così belle da sembrare vive. I cuochi,
meravigliati, li fecero cuocere insieme con gli altri dolci. Iniziò
il banchetto nuziale e, dopo le diverse portate, arrivarono i dolci e, assieme a
questi, le due colombe che destarono in tutti meraviglia per la loro squisita
fattura, e ancor più ne suscitò quando, arrivati davanti agli sposi, si misero
a parlare tra loro. “Ti
ricordi quando mi dicesti di dare la polenta a tutti gli oggetti e mi dimenticai
della scopa?”. “Non
mi ricordo, non mi ricordo”. “Ti
ricordi quando diventai una chiesa e tu sagrestano?”. “Non
mi ricordo, non mi ricordo”. “Ti
ricordi quando diventai un’anguilla e tu una fontana?”. “Non
mi ricordo, non mi ricordo”. “Ti
ricordi la maledizione che diceva che al primo bacio ricevuto tu ti dimenticavi
di me?”. “Non
mi ricordo, non mi ricordo”. A
queste ultime parole il Re trasalì, chiese se per caso qualcuno avesse baciato
suo figlio, allora la balia, stupita, disse: “Io
l’ho baciato appena sono arrivata”. “Chi
ha fatto le due colombe?”, chiese allora il Re. I
cuochi gli raccontarono della vecchia che si era presentata nelle cucine e di
quanto aveva fatto. Il Re, nel sentire questo, diede immediatamente ordine alle
guardie di trovare la vecchia e di condurla al suo cospetto. Le
guardie fecero il giro del castello e trovarono la vecchia che riposava seduta
sotto un portico. La salutarono e le dissero che era desiderata dal Re. La
vecchia rispose che tempo un paio di minuti sarebbe arrivata. Quindi, si recò
nella stanza di Teresinella e le raccontò quanto era avvenuto, le fece
indossare i suoi abiti e la rassicurò che vedendola il Principe si sarebbe
ricordata di lei. Teresinella,
travestita da vecchia, si recò al banchetto nuziale; tutti gli occhi dei
commensali erano su di lei, arrivata vicino agli sposi, si tolse il
travestimento e apparve in tutta la sua meravigliosa bellezza, i commensali
stupirono e il Principe si ricordò di lei e corse ad abbracciarla. Fu
pubblicamente chiarito come stavano le cose, e furono fatte delle scuse
ufficiali alla brutta Principessa che dovette cedere il posto alla bellissima
Teresinella». L’arrivo
al castello traduce il pellegrinaggio fino al santuario ermetico, qui si riceve
la rivelazione spirituale, ma la sposa, interprete dell’Illuminazione, viene
segregata, cioè nascosta, perché non è ancora il suo momento. Le
realizzazioni delle ultime due operazioni filosofali, sono indicate dalle due
carbonizzazioni, variante del ceppo di Natale che deve completamente ardere, ma
soprattutto dalle colombe. Generalmente, per indicare il compimento della
seconda operazione, la colomba reca il ramoscello d’olivo. «Tu
otterrai prima il ramoscello d’olivo, simbolo della pace e d’unione degli
elementi» precisa Fulcanelli «e poi la bianca colomba che te l’avrà
portato. Allora soltanto potrai essere sicuro di possedere questa Luce
meravigliosa dono dello Spirito Santo. Questa è la consacrazione materiale del
battesimo iniziatico e della Rivelazione Divina. “E mentre Gesù uscì
dall’acqua, ci dice San Marco (I, 10), Giovanni vide improvvisamente
aprirsi i cieli e lo Spirito Santo discendere su di lui sotto forma di
colomba”». A
questo punto il Filosofo sposa l’Illuminazione: la vecchia scienza, cioè la
rivelazione spirituale, si è trasformata nella Rivelazione Divina. La grigia
esistenza dell’Adepto, personificata dalla brutta Principessa, viene
sostituita dalla Luce, che egli ricorda o riconosce giacché prima era nascosta
ai suoi occhi. «Senza
quella Luce» affermava Krishnamurti «ciò che tu vedi è così poco
importante, perché la Luce è tutto. È una Luce senz’ombra. È una cosa
straordinaria; quanto più la osservi, tanto più profonda e vasta diventa; e
gli alberi erano nel suo movimento. Era questa la Luce che penetrava negli
alberi, nei campi e nel cuore di chi la guardava. La
Bellezza non è nelle montagne, nei cieli, nelle valli o nel fiume che scorre.
La Bellezza esiste solo quando c’è l’Amore. Beato
l’uomo cui questo è donato».
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