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(fiabe popolari rivisitate in chiave ermetica)

 

Martino e Maria

di Ermando Danese

 

 

«C’era una volta una felice famiglia composta dai genitori e due figli: una bellissima fanciulla di nome Maria e un bambino di nome Martino.

I figli si recavano ogni giorno da una donna che dava loro lezioni e li coccolava premurosamente. Martino e Maria si affezionarono molto a questa donna. Spesso lei chiedeva se la madre li avesse sgridati, o picchiati, ed era sempre pronta a consolarli. Man mano cercò di mettere in cattiva luce la madre, e vi riuscì al punto che pensò di chiedere loro di ucciderla e, dopo molta insistenza, riuscì nel proposito senza che il padre sospettasse nulla.

Con la morte della madre, Maria dovette assumersi tutti i gravosi impegni di casa, e la donna, che li aveva istigati al matricidio, fece notare all’infelice vedovo che non era bene che i figli restassero senza una madre, riuscendo così a convincerlo a sposarlo. Una volta realizzata i suoi desideri, buttò la maschera e iniziò a trattar male i ragazzi. Inoltre, durante le notti insisteva col padre affinché abbandonasse i figli nella foresta, col pretesto che non c’era cibo sufficiente per tutti. I ragazzi, che li sentiva discutere animatamente, origliarono alla loro porta e scoprirono il motivo della controversia, così, ricorsero dalla nonna. Questa diede loro della cenere da lasciare ogni tanto lungo il cammino, affinché riuscissero a ritrovare la strada nel caso fossero stati abbandonati.

Dopo qualche giorno il padre, che era taglialegna, portò i figli con sé nel bosco, durante il percorso i fanciulli facevano cadere un po’ di cenere per terra. Arrivati in una radura li fece sedere e disse loro di aspettarlo lì mentre lui si recava nel folto con la scure ma, una volta fuori vista, se ne tornò a casa. I ragazzi attesero, vedendo che il padre non tornava, compresero che li aveva abbandonati e ripresero anche loro la via del ritorno e, grazie alla cenere, riuscirono a ritrovare la casa.

Si fermarono esitanti sulla soglia, all’interno il padre stava dicendo:

“Vedi? È avanzata un po’ di minestra, e quei poveri figlioli miei avrebbero potuto sfamarsi”.

Da fuori la porta i figli dissero:

“Qui siamo, papà, se ce la vuoi dare”.

Il padre corse ad aprire, li abbracciò commosso e li fece entrare e sedere a tavola, promettendo che non li avrebbe mai più lasciati. Poi, stupito chiese come avevano fatto a trovare la strada di casa, e i figli gli rivelarono il trucco della cenere.

Nelle notti che seguirono, la malefica donna ricominciò a insistere sul debole carattere del poveruomo, le discussioni, sempre più accese, richiamarono nuovamente l’attenzione dei due ragazzi che tornarono ad origliare alla loro porta, resesi conto che l’argomento era sempre lo stesso, ricorsero un’altra volta dalla nonna. La povera vecchia, vista scoperto il trucco della cenere, diete loro dei sassolini.

Passarono pochi giorni e il padre li riportò nel bosco per altri sentieri, mentre loro facevano cadere ogni tanto i sassolini, poi li fece sedere sempre in una radura e lui scomparve nel fitto con la scure e, ancora una volta, riprese la strada di casa.

I figli, dopo aver atteso, si convinsero che il padre li aveva abbandonati un’altra volta, così ripresero anche loro la via del ritorno e, grazie ai sassolini, arrivarono a casa.

Il padre era ancora intendo a lamentarsi con la matrigna:

“Vedi che non è come tu dici? La minestra ci avanza sempre e i miei due poveri figlioli sono dispersi e affamati nella foresta”.

I figli ripeterono la stessa frase:

“Qui siamo, papà, se ce la vuoi dare”.

Subito il padre corse commosso ad abbracciarli, li fece sedere a tavola, e ripromise che non li avrebbe mai più abbandonati. Chiese loro ancora come avevano fatto a trovare la via, e gli confidarono il trucco dei sassolini.

Le notti seguenti furono di nuovo un tormento per il taglialegna. La matrigna diceva che lei si sentiva presa in giro, che non era possibile che i figli tornassero sempre, che tra loro c’era senz’altro un accordo segreto, che i suoi desideri non erano rispettati… Insisté tanto finché riuscì nuovamente a convincere il poveruomo.

I figli, che avevano sentito tutto, tornarono dalla nonna, questa volta la buona vecchia diede loro del grano.

Così, finirono per andare ancora nel bosco e sempre per altri sentieri. Fatti cadere i chicchi di grano, si fermarono di nuovo in una radura., mentre il padre si allontanò per far la legna e, seguendo le istruzioni della matrigna, legò una zucca secca e vuota a un albero; questa ogni tanto batteva per il vento, e i figli credevano fossero i colpi della scure. Fattosi tardi, dicevano:

“Ancora nostro padre fa la legna ed è quasi notte e non torniamo”.

Decisero, così, di recarsi dal padre e scoprirono il trucco della zucca.

Sebbene tardi si avviarono verso casa, ma durante quel tempo gli uccelli avevano mangiato tutto il grano e loro si sentirono veramente perduti».

 

Ritroviamo pure in questa favola la morte della madre, per giunta anche per mano dei gemelli ermetici, qui presentati come fratello e sorella.

«Essi sono realmente fratello e sorella» spiega Fulcanelli «infatti il loro essere deriva da una madre comune, e sono debitori della diversità dei loro temperamenti più alla differenza d’età e d’evoluzione che alla diversità delle loro affinità».

La sorella prende il posto della madre morta, poiché la prima madre è quella d’illuminazione e la seconda di generazione.

«Esiste dunque un’altra madre, figlia della prima» insegna Fulcanelli «la distinzione tra queste due, l’una agente di rinnovamento, l’altra di procreazione, costituisce lo studio più arduo che la scienza abbia riservato al filosofo».

I ragazzi per tre volte vengono condotti nel bosco. Nella prima possiedono la cenere mistica, nella seconda le piccole pietre simboli d’illuminazioni e di moltiplicazione, nella terza il grano emblema di generazione. Non manca pure la zucca vuota o cava, variante ermetica della vecchia quercia cava.

Infine, nel comportamento del padre e della matrigna, ritroviamo la debolezza che esalta l’egoismo e l’ambizione caratteristici della materia grossolana, e che la nostra civiltà non disdegna di riconoscere come virtù…

 

«Maria e Martino vagarono a lungo per la foresta, ma non riuscirono a trovare la via di casa. Arrivarono ad una sorgente, siccome il bambino aveva sete, si avvicinò per bere, ma la sorgente lo prevenne:

“Non bere qui che diventerai un cane”.

Spaventati proseguirono; trovarono un’altra sorgente e Martino, sempre più assetato, corse subito per bere, ma anche questa parlò:

“Non bere qui che diventerai un gatto”.

Resistendo alla sete, andarono oltre, finché incontrarono un’altra sorgente. Martino ormai non ce la faceva più, si chinò e iniziò subito a bere, inutilmente la sorgente l’avvisava:

“Non bere qui che diventerai un capretto”.

Appena terminato di bere, come aveva detto la sorgente, il bambino divenne un capretto. Corse belando verso la sorella che non poté far nulla per lui. Così ripartirono vaganti sconsolati per la sterminata foresta».

 

La prima sorgente simboleggia la materia primitiva dell’Opera, ricordata dal cane. La seconda è la nostra acqua viva indicata dal gatto emblema della luce. La terza sorgente — che in realtà proviene dalle prime due — è l’immagine del mercurio filosofico espresso dal capretto. Dopodiché il compost ermetico, abbandonato alla propria mortificazione, prosegue lungo l’ignoto sentiero del destino.

 

«Intanto, il figlio del Re di quel regno era andato a caccia e si trovò a passare proprio da quelle parti, scorta la bellissima fanciulla stanca e desolata, scese da cavallo per consolarla. Si fece raccontare quanto le era accaduto, nel sentire che erano stati abbandonati nella foresta fu preso d’ira e voleva far subito vendetta, ma visto lo stato della fanciulla decise di portarla al castello che si trovava molto più vicino della loro casa.

Arrivati al palazzo reale, diede ordine di far ristorare e rivestire la fanciulla. Aveva ancora intenzione di vendicare i due ragazzi, ma la bellezza di Maria gli fece prendere altre decisioni. Siccome sapeva pure della disgrazia accorsa al fratellino, fece adibire a stalletta una stanza della reggia, in modo che il capretto potesse uscire, entrare e pascolare a piacimento. Poi si recò dal Re suo padre, e gli espresse il desiderio di voler prendere in sposa la fanciulla. Il Re ne fu felice e fu stabilito il giorno delle nozze che si fece poi con gran pompa.

Intanto la loro matrigna, che in realtà era una strega, riuscì a scoprire non solo che i ragazzi non erano morti nella foresta, ma che addirittura la fanciulla era diventata una Principessa regale sposando il principe erede al trono.

Siccome lei aveva una figlia oltremodo brutta, la mandò al castello come servitù, con la missione di uccidere la principessa e prenderne il posto.

La figlia fu assunta al palazzo e iniziò a lavorare con gli altri servi. Man mano riuscì ad accattivarsi la simpatia della Principessa che era, ormai, incinta. Un pomeriggio che questa si trovò a passare tra i servi, accompagnando il fratellino trasformato in capretto, la invitò a sedersi sul parapetto della cisterna del castello; le chiese se poteva sistemarle meglio l’acconciatura rovinata dal vento, la Principessa acconsentì e lei, mentre era intenta a toccarle i capelli, ne approfittò per infilarle in testa un fermacapelli, così, tramortita, la fece cadere nella cisterna. Soltanto il povero capretto fu testimone e restò solo e disperato ai bordi della cisterna.

Intanto, la figlia della matrigna si era subito recata nella stanza della Principessa e ne aveva preso il posto. Chiuse tutte le finestre e restò al buio per non far accorgere nulla al Principe. Così, quando questi arrivò, concepì come scusante un forte mal di desta che gli impediva di vedere la luce, che poteva pure danneggiare la creatura che portava in grembo; il Principe accondiscese a questo suo desiderio.

I giorni passarono e, nella cisterna, la Principessa non era morta e aveva dato alla luce due gemelli, mentre l’impostora se ne stava sempre al buio nella sua camera da letto; inoltre, sapendo pure che il fratellino della Principessa era un capretto, chiese al marito che l’uccidesse perché aveva voglia di quella carne fresca. Il Principe trasalì.

“Ma se è il tuo fratellino, il mio cognatino”, disse “al quale ho riservato una stalletta tutta speciale!”.

“Il fatto è che mi è venuta voglia” rispose “e tu sai che le voglie della donna incinta vanno rispettate, inoltre metteremo pure fine alla sua disgraziata condizione”.

Il principe restò di sasso, “era sempre suo fratello” pensava. Con l’animo turbato fece chiamare il capo cuoco e, a malincuore, gli ordinò di cucinare il capretto per la Principessa.

Nelle cucine si fece gran parlare di quello strano ordine: tutti sapevano dell’attaccamento della Principessa per quel capretto. Questi commenti furono ascoltati pure da Martino che si trovava a gironzolare proprio da quelle parti. Allora corse subito nella cisterna e, con voce allarmata, disse:

“Sorella, sorella, l’acqua si riscalda e i ferri si affilano”.

Dalla cisterna la Principessa rispose:

“Cosa vuoi che io ti faccia con due figli di Re in braccio?”.

Intanto il capretto, sempre più preoccupato, correva dalle cucine alla cisterna, continuando a chiedere inutilmente aiuto alla povera sorella. Quel suo strano andirivieni richiamò l’attenzione del Principe che, incuriosito, andò a scoprire la causa dell’insolito comportamento del capretto. Mentre questo stava con i piedi anteriori poggiati al parapetto della cisterna, il Principe si sporse per guardarvi dentro, e dal buio sottostante la Principessa lo chiamò con la voce rotta dal pianto. Il Principe non riusciva a capire come avesse fatto ad uscire dalla sua stanza e finire in fondo alla cisterna.

Immediatamente accorsero servitori e guardie e, in men che non si dica, tirarono fuori la Principessa. Si può immaginare la meraviglia che suscitò tanto i due bambini che recava in braccio, quanto lo stato di com’era ridotta. Fu subito portata nel palazzo e, dopo le prime cure, il Principe si fece spiegare tutto. Così tutti compresero che nella sua camera da letto si trovava l’impostora: la serva che era sparita senza lasciare traccia. Prima che potessero ricevere gli ordini le guardie si precipitarono nella camera reale, irruppero nella stanza e aprirono le finestre: una bruttissima donna se ne stava sdraiata a letto e li guardava con la loro stessa meraviglia.

La condussero al cospetto del Principe e la indussero a confessare tutto. La donna spiegò che la madre, la quale era la stessa che aveva fatta abbandonare Maria nella foresta, volle pure che lei ne prendesse il posto al palazzo reale, in modo che arrivasse alla sua tavola sempre qualcosa di meglio da mangiare.

Ben presto il Re ne fu informato e diede subito ordine che la donna fosse decapitata, inoltre aggiunse:

«Siccome da tempo si commette tanto scempio nel nostro regno, tutta per colpa della madre della donna, ordiniamo pure che s’invii alla sua casa un asino carico di cibarie, e che tra le carni si metta anche la testa della figlia».

Gli ordini furono immediatamente eseguiti, e ben presto, nella ex casa di Martino e Maria, arrivò l’asino carico di cibarie.

“Vedi?” disse la matrigna rivolgendosi al marito “adesso che a corte c’è mia figlia comincia ad arrivare pure a noi qualcosa di buono da mangiare”.

Si può immaginare lo sgomento della matrigna quando scoprì, tra le altri carni, la testa di sua figlia».

 

Particolare importante, in questa favola, oltre al capretto ermetico che bisogna uccidere, troviamo pure l’allegoria della donna incinta nell’oscurità della cisterna o nella stessa camera da letto. Inoltre si avverte che la luce potrebbe danneggiare il nascituro.

«Qual è» chiede Fulcanelli «la condizione primordiale, essenziale, perché si possa manifestare una qualunque generazione? Rispondiamo per voi: l’assenza totale della benché minima luce solare anche se diffusa o schermata. Guardatevi intorno, interrogate la vostra natura. Non vedete che, nell’uomo e negli animali, la fecondazione e la generazione avvengono, grazie alla particolare disposizione degli organi, in una totale oscurità, che viene mantenuta fino al giorno della nascita? Per quel che ci riguarda, noi sappiamo che la dea Iside è la madre di tutte le cose, e che essa le porta tutte nel suo seno, e che soltanto lei è la dispensatrice della Rivelazione e dell’Iniziazione; profani, voi che avete occhi per non vedere ed orecchie per non udire, a chi indirizzate le vostre preghiere? Ignorate, forse, che si arriva a Gesù solo per intercessione di sua Madre sancta Maria ora pro nobis? E, per vostra norma, sappiate che la Vergine è raffigurata coi piedi posati sulla falce di luna, sempre vestita di blu, colore simbolico dell’astro notturno».

Forse non è possibile parlare più chiaramente del nostro Adepto. La materia preparata, la donna incinta, l’intelligenza risvegliata, ha bisogno di oscurità senza alcuna influenza esterna. La nostra psiche — Maria — conduce a Gesù — Dio — grazie al suo imperscrutabile lavoro notturno.

Inoltre, la fiaba comprende pure la “voglia” della donna incinta.

Come si sa, alcuni bambini nascono con degli angiomi cutanei di colorito rosso vinoso. Questo particolare ha permesso ai Filosofi di prenderlo come geroglifico di un punto assai importante della nostra pratica. Così hanno messo in bocca al popolo la credenza che tale macchia cutanea prenderebbe origine da una voglia (di vino, di fragola, d’anguria, ecc.) insoddisfatta dalla madre durante la gravidanza, col recondito significato di non reprimere ma soddisfare le proprie voglie, affinché non alteri la naturale evoluzione dell’amalgama filosofale.

 

Un altro punto importante riguarda la decapitazione della donna.

«Ricordo di una conversazione con Fulcanelli» scrive Canseliet «relativo a un frammento enigmatico di una statua distrutta di via Le Regrattier, a Parigi.

Secondo Souval esisteva, all’epoca in cui scriveva con tanta minuzia la sua opera Histoire et Recherches des Antiquités de la Ville de Paris (Storia e Ricerche delle Antichità della Città di Parigi), cioè verso la metà del XVII secolo, è che esisteva, diciamo, nella parte nord della via Le Regrattier, un’insegna che mostrava “una donna senza testa, con un bicchiere in mano, con sotto queste parole, tutto ne è buono”.

Siccome il frammento della statua tagliata in due parti, è situato all’estremità nord della via — anticamente Regrattière — si può pensare con ragione che la scultura, all’origine solo decapitata, sia servita all’insegna così vicina indicata dall’inestimabile storiografo di Parigi.

Lo studio che ci interessa si trova ulteriormente accresciuto da quanto dice Georges Cain, così ricco di erudizione parigina, in Coins de Paris (Angoli di Parigi):

“La vergine mutilata che dal fondo della sua nicchia, all’angolo della via Le Regrattier — un tempo via della Donna senza Testa — ha visto sfilare tutta la pleiade romantica, continuerà ancora per molto tempo a ricevere la visita di tutti gli innamorati della Parigi di un tempo”.

La donna senza testa, dunque, indicava la sua natura ed il suo ruolo nel corso del lavoro in modo più certo, grazie all’attributo che teneva e che, piuttosto che un semplice bicchiere, era una specie di coppa o di calice sacro. Ci si deve rammentare qui di certe invocazioni delle litanie della Vergine: Vaso dello Spirito (Vas spirituale), Vaso onorabile (Vas honorabilis) che è il vaso di natura dei vecchi Alchimisti.

La favola della separazione effettuata alchemicamente con l’aiuto dei due fuochi — l’elementare ed il segreto — che imbianca la sposa e da quel momento la lascia decapitata, si ritrova nei racconti ermetici di Charles Perrault (sgozzamento delle mogli di Barbablu e decapitazione delle figlie dell’orco) ma è resa infinitamente più parlante e completa nel simbolismo plastico qui esaminato, grazie all’iscrizione citata da Sauval:

 

TUTTO NE È BUONO

 

Questa semplice dichiarazione, apparentemente senza un significato preciso o un valore apprezzabile, comporta tuttavia, per l’aspirante alla suprema conoscenza, una rivelazione di grande importanza, che gli sarebbe difficile scoprire espressa con altrettanta franchezza e durezza, fosse pure in autori della migliore reputazione. Essa la mette in guardia dalla prima manifestazione, brillante e splendida che, seducendola all’inizio dell’Opera, potrebbe portarlo a rigettare la parte oscura e umilissima che appare tanto inutile quanto priva di qualunque valore.

Davvero, tutto ne è buono, e queste quattro parole restano come una breve indicazione della prudenza che va osservata sulla via di questa Grande Opera di cui non è superfluo dichiarare, terminando, che è sulla superficie del nostro mondo terrestre, il solo mezzo per accedere all’unica Verità. È parte integrante della tradizione ancestrale che ci è giunta per eredità successive dall’antico Egitto e dalla sfortunata Atlantide, scomparsa sotto i flutti e sotto le lave».

 

I Filosofi non si stancano mai di ripetere — repetita juvant — e di mettere in guardia dai pericoli della seconda operazione filosofale. Dopo che il neofita è rimasto affascinato dalle sorprendenti rivelazioni, non deve rigettare o soffocare la primitiva illuminazione che ne è derivata.

«Questo» diceva Krishnamurti «non è un argomento che potete cominciare a studiare come passatempo per un paio di settimane in modo superficiale per poi lasciarlo perdere e continuare con la nostra solita vita. Solamente se sarà un interesse quotidiano potrete comprendere l’intera estensione della coscienza e i suoi limiti. Trattare questa questione come semplice svago intellettuale o spirituale o emotivo, non avrà alcuna influenza sulla nostra vita».

Ricordiamo ancora una volta le parole di Fulcanelli, che questa è «una strada lunga e difficile, sparsa di rovi e piena di buche, in cui l’arte ha una parte predominante rispetto alla Natura, e le occasioni di sbagliare e i metodi sono ancora più numerosi».

L’impegno dell’artista è, quindi, determinante, soltanto così il fuoco elementare, o la materia primitiva potrà purificarsi (sbiancarsi) e la sua nobiltà separarsi nettamente dalla restante grossolanità.

Così, la vera realizzazione della base dell’Opera è espressa, nella favola, dalla testa della donna inviata alla matrigna.

«La testa umana» rivela Fulcanelli «è l’immagine del mercurio filosofico».

(continua-Ermando Danese:"Fiabe Popolari" ,prossimamente 'Teresinella')

Fiabe alchemiche (sezione Principale)