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(fiabe popolari rivistate in chiave ermetica da Ermando Danese)

I due fratelli

 

 

«C’era una volta un uomo povero che viveva insieme alla moglie, non avendo di che mangiare andò al mare per pescare qualcosa. Riuscì a pescare un bel pesce, ma questo gli disse:

“Salvami la vita che te ne tornerà utile”.

Il pover’uomo acconsentì e tornò a casa a mani vuote. Il giorno dopo si recò nuovamente a pesca, pescò un pesce di maggiori dimensioni, ma come quello del giorno prima, gli disse:

“Salvami la vita che te ne tornerà utile”.

Il buonuomo acconsentì nuovamente. La moglie gli disse che così non poteva continuare e che era ora che portasse a casa qualcosa da mangiare. Il giorno dopo tornò ancora al mare e pescò un pesce ancora più grande che, però, gli disse la solita frase:

“Salvami la vita che te ne tornerà utile”.

“Questa volta non posso farlo” rispose il brav’uomo “a casa non mangiamo da giorni e non posso tornare senza nulla”.

“Va bene” rispose il pesce “ma a una condizione. Tu non dovrai mangiare niente di me. Le mie interiora le darai alla tua cagna, la testa alla tua cavalla, il corpo a tua moglie e il mio sangue lo dovrai raccogliere in due flaconi. Inoltre, la mia lisca la pianterai nel giardino, soltanto così potrò renderti utile. Infatti, tutti quelle che mi avranno mangiato resteranno incinte e partoriranno dei gemelli. Il sangue nei flaconi indicherà la salute dei due ragazzi, quando uno di loro starà in pericolo di morte uno dei flaconi diventerà torbido”».

 

L’uomo rappresenta l’artista che è sposato con la filosofia. Ormai egli, come il pescatore del Graal, è povero di interessi mondani e la sua unica occupazione è quella di pescare il pesce mistico. Lui pesca per tre volte, e ogni volta il pesce è sempre maggiore. Tuttavia, non fa una scorpacciata di pesce come il pescatore verde di Pinocchio, perché qui s’intende il frutto del Magistero che potrà cogliere soltanto alla sera della vita.

 

«Il buonuomo fece tutto quello che il pesce gli aveva ordinato, e puntualmente si avverò quanto gli aveva detto. La moglie mise al mondo due bambini, la cagna due cagnolini e la cavalla due puledri, e ognuno si somigliavano come due gocce d’acqua. La lisca del pesce germogliò e si divise in due fino a formare due spade. Ben presto i due gemelli crebbero e si scelsero ognuno il suo cavallo, il suo cane e la sua spada.

Il Re di quel regno fece bandire un torneo in modo che il miglior cavaliere, che fosse risultato dalle giostre, avrebbe sposato sua figlia. Uno dei due fratelli fu allettato dall’idea e decise di parteciparvi. Tra i tanti cavalieri pervenuti al torneo vinse il nostro gemello e sposò la Principessa reale».

 

Il pesce rappresenta pure la scienza misteriosa.

«Come pesce Vishnu» scrive Julius Evola «guida sulle acque l’arca contenente i germi del mondo futuro, e dopo il cataclisma rivela i Veda, i quali, attraverso la radice vid, sapere, indicano la scienza per eccellenza; allo stesso modo che, paramenti sotto forma di pesce, l’Oannes caldaico insegna agli uomini la dottrina primordiale».

Per questo produce i gemelli ermetici futuri genitori della Pietra. Questi gemelli sono assolutamente simili perché sono della stessa sostanza e della stessa origine.

Naturalmente la stessa cavalla è «la cavale» spiega Fulcanelli «veicolo spirituale inforcata metaforicamente nel medioevo per accedere alla pienezza del sapere».

Per quanto riguarda il cane ricordiamo che l’Ermes dei greci deriva dall’egiziano Tot che aveva una testa di cane, e che il cane era consacrato a Mercurio perché era il più vigilante e il più astuto di tutti gli dei.

«La spada» scrive Fulcanelli «è il geroglifico del fuoco che penetra, mortifica e cambia le proprietà delle cose».

Con queste armi il protagonista era riuscito a vincere il torneo e a sposare la Principessa.

 

«Durante la vita di corte, il cavaliere restò incuriosito da un lume che appariva di notte tra i boschi lontani. Chiese alla Principessa cosa potesse essere mai quella lontana luce.

“Tutta la corte conosce quel lume” rispose la Principessa “e nessuno osa avventurarvisi, giacché chiunque è stato tanto ardito dal farlo, non è più tornato. Spero che oltre alla tua arditezza possiedi anche il senno di non avventurarti da quelle parti”.

Il cavaliere rassicurò la sua sposa, ma dentro di sé moriva dalla voglia di sapere cosa nascondeva quel lontano lume.

Il giorno dopo, preso di nascosto il suo cavallo, si allontanò non visto dal palazzo e s’incamminò nella direzione dove nella notte si vedeva il lume.

Camminò per tutto il giorno, e la notte seguente scorse il chiarore molto più forte, quando vi arrivò si avvide che si trattava di un’antica lampada che emanava un’insolita e vivida luce. Pendeva da una trave di una vecchia capanna sulla cui soglia sedeva una bruttissima vecchia, pareva avesse un’infinità di anni, tanto le rughe le avevano solcato il viso.

“È da tanto tempo che non vedo un viandante da queste parti” disse la vecchia “scendi e vieni a sederti vicino a me, mi farai un po’ di compagnia e mi racconterai qualcosa che avviene nel mondo”.

Il cavaliere, senza scendere da cavallo, la salutò e le chiese:

“Mi è stato detto che questo è un posto assai pericoloso, e nessuno da qui è mai tornato indietro, tu sai qualcosa al riguardo?”.

“È vero” rispose la vecchia “altri che sono passati non sono più tornati, ma forse avevano le loro buone ragioni per non farlo, che pericolo vuoi che rappresenti una povera e vecchissima donna come me”.

Il cavaliere ne convenne senza alcun dubbio.

“Ma, scendi da cavallo ” aggiunse la vecchia “ e viene a sederti un po’, lascia che ti tocchi la testa, giacché conosco un vecchio rimedio che toglie via tutta la stanchezza, in cambio tu mi farai un po’ di compagnia e mi racconterai qualcosa”.

Un tocco per la sua stanchezza era proprio quel che ci voleva, inoltre pensò che conversando con la vecchia, avrebbe forse potuto scoprire qualcosa di più su quelle strane sparizioni.

Scese da cavallo e si sedette vicino a lei. La vecchia iniziò a toccarlo con leggerezza la testa e il cavaliere cominciò a rilassarsi, “è proprio un tocco miracoloso”, pensò, man mano il rilassamento si trasformò in un sonno profondo…

 

Il giorno dopo nella loro casa,  il fratello, passando vicino ai flaconi che conteneva il sangue del pesce, vide che in uno di questi il sangue era diventato torbido. Comprese subito che il suo gemello era in pericolo di vita e decise di recarsi immediatamente a corte.

Intanto al castello erano tutti preoccupati per l’inusuale assenza del cavaliere. Quando arrivò il gemello che vi assomigliava come una goccia d’acqua, pensarono che fosse lui. La Principessa, sollevata nel rivederlo, le corse incontro chiedendole dove fosse stato e se gli era successo qualcosa di male. Il cavaliere non se la sentì di deluderla e fece finta di essere l’altro. Disse che aveva soltanto voluto fare un giro per conoscere i villaggi del regno.

A sera andarono a dormire e, per non violare il talamo del fratello, mise la spada tra lui e la Principessa.

“Cosa significa questa spada nel nostro letto?”, chiese la Principessa.

“Oggi” rispose il cavaliere “non ho voluto dirtelo per non preoccuparti maggiormente. Durante il mio viaggio mi sono trovato in pericolo di vita, così ho fatto il voto che, se me l’avessi cavata, per un mese noi non avremmo dormito insieme; e tu sai che la parola di un cavaliere conta”.

La Principessa fu d’accordo che la parola data va rispettata, specie per un voto. Intanto il cavaliere mirava fuori della finestra e la sua attenzione, ora che era notte, fu attratta dal lontanissimo lume che s’intravedeva tra i boschi. Così, le chiese cosa fosse.

“Ma, non ti ricordi che ne abbiamo già parlato?” rispose la Principessa “ti ho detto che nessuno osa avventurarsi da quelle parti, giacché chiunque è stato tanto ardito dal farlo, non è più tornato. Mi hai pure rassicurata che non ti ci saresti mai avventurato. Anzi ero molto preoccupata perché temevo che la tua curiosità ti avesse spinto sino a quel lume, e che non ti avrei più rivisto”.

“Ah, già! Lo avevo dimenticato” mentì il cavaliere “ma dopo quanto mi è accaduto oggi mi era uscito del tutto di mente”.

Si coricarono ma il cavaliere restò sveglio.

“Ecco allora dove si trova mio fratello” pensava “speriamo che non sia già morto e che giunga in tempo a salvarlo”.

La mattina dopo anche lui partì di nascosto dalla reggia, e s’incamminò nella direzione del lume che aveva notato la sera prima.

Verso tarda notte arrivò nei pressi della capanna dove pendeva la strana e antica lanterna; la bruttissima vecchia sedeva sempre sulla soglia.

“È da tanto tempo che non vedo un viandante da queste parti” disse come suo solito “scendi e vieni a sederti vicino a me, mi farai un po’ di compagnia e mi racconterai qualcosa che avviene nel mondo”.

“Mente” pensò il giovane “mio fratello è arrivato qua di recente, le tracce del suo cavallo parlano chiaramente”.

“Perché menti vecchia, nascondi qualcosa?” le disse “giorni addietro è passato di qui un altro cavaliere, si possono vedere ancora le tracce del suo cavallo”.

“Occhio acuto eh?” rispose la vecchia “scendi comunque, nel frattempo che ti parlo di quel cavaliere ti toccherò la testa, conosco un buon rimedio che toglie via tutta la stanchezza”.

“È in questo modo che riesci a far fuori i cavalieri che passano di qui?” Chiese all’improvviso il giovane.

“Che cosa intendi dire?” Si allarmò la vecchia.

“Che le tue moine con me non attaccano, so benissimo qual è la sorte di tutti coloro che passano da queste parti, non tornano più indietro. Questo significa che tu usi qualche incantesimo, e sicuramente è quello di toccare la testa dei poveri viandanti, ma con me la cosa non è fattibile”.

Vistasi così apertamente accusata, la megera ammise cinicamente:

“È vero cavaliere! È così! Sai quanti tuoi pari ho fatto fuori in tantissimi anni. Grazie al mio lume che li attirava, io riuscivo a rilassarli fino a farli addormentare, una volta addormentati diventavano per modo naturale di pietra insieme ai loro cavalli, che sono tutti questi sassi che vedi attorno, e che mai più potranno…”.

Non poté finire la frase che la spada del cavaliere l’aveva trafitta da parte a parte. Con un’espressione di meraviglia negli occhi, la bruttissima vecchia cadde morta. Con lei si spense pure il lume e la lanterna scomparve, man mano scomparve anche la capanna e il corpo della stessa vecchia.

C’erano solo gli alberi, solo il bosco, tutto era naturale e, meraviglia, i sassi intorno cominciarono ad animarsi: tutti i cavalieri che erano stati vittima della vecchia ritornarono in vita assieme ai loro cavalli. I due fratelli si rividero e si abbracciarono, e tutti ringraziarono grati il cavaliere che li aveva salvati. Poi ognuno ripartì per le loro terre.

I due fratelli tornarono insieme e, durante il viaggio, quello che lo aveva salvato assicurò l’altro che la sua sposa non sapeva nulla. Per non farla preoccupare non ne aveva parlato a corte, così tutti pensavano che fosse lui che era partito. Pertanto, se egli voleva, nessuno avrebbe mai saputo niente di quanto era accaduto. Poi si separarono e uno tornò alla reggia e l’altro a casa.

Rimasto solo il gemello sposo, un tarlo cominciò a rodere il suo animo. Una sorda gelosia s’impadronì di lui. Egli cominciò a pensare che per evitare di far soffrire la Principessa, suo fratello aveva, dunque, pure dormito con lei. Era molto riconoscente al fratello per avergli salvato la vita, ma il prezzo gli sembrava troppo alto, troppo egli si era spinto per non far preoccupare la sua sposa. Inoltre, tenere nascosto il fatto di essere stato vittima della vecchia, lo faceva sentire meschino.

Queste riflessioni non lo abbandonarono durante il giorno a corte. A sera, lui e la Principessa si ritirano in camera, distinto, guardò dalla finestra verso i boschi lontani: il lume non ardeva più, ciò gli acuì il senso di disagio.

Mentre era assorto nei suoi pensieri, la Principessa gli chiese:

“Come mai questa sera non metti la spada nel letto?”.

“Di che spada parli?”, rispose lui cadendo dalle nuvole.

“Ultimamente mi sembri un po’ troppo smemorato sposo mio” disse la Principessa “prima dimentichi che ti avevo già parlato del lume. Ora dimentichi che hai fatto un voto per non dormire con me per un mese, e per ricordarcelo hai messo la spada tra noi”.

Allora comprese che il fratello non lo aveva affatto tradito, e si pentì di averlo solo pensato; di conseguenza provò totale ripugnanza pure della sua meschinità, non ce la faceva più, doveva dire la verità, era giusto che pure la gente sapesse che la vecchia aveva finito il suo incantesimo. Presa questa decisione si rivolse alla Principessa.

“Domani bisogna far riunire tutta la corte, perché ho da dire qualcosa di molto importante che interessa tutti”.

“Di che si tratta?” chiese giustamente incuriosita la Principessa.

“Per prima cosa proprio del voto, dei vuoti di memoria, e di qualcos’altro di più importante, ma ti prego di aspettare domani come tutti gli altri”.

Il giorno dopo, davanti a tutta la corte, il cavaliere rivelò quanto era accaduto recentemente al castello, e del quale nessuno si era reso conto, della sua disavventura e del provvidenziale intervento di suo fratello.

“Per questo” concluse “ora non vedete più, durante la notte, il lume in lontananza, non c’è più da temere niente, la vecchia è morta e scomparsa, e tutti i cavalieri dispersi hanno fatto ritorno alle loro case”.

Vi fu un tripudio generale, la Principessa non stava più nella pelle per l’emozione e la felicità, e non sapeva se piangere o ridere. Il Re dette disposizione che si tenessero grandi feste a corte e fece invitare tutti gli abitanti del regno».

 

L’insegnamento che troviamo in questo passo contiene due punti assai importanti.

Abbiamo senz’altro riconosciuto, nella bruttissima vecchia, la Madre Pazza, cioè la nostra scienza ermetica considerata in tutta l’estensione del suo insegnamento.

Ella da millenni, con racconti, rituali, fiabe, ecc., ha messo a dormire l’intera umanità. Questa scienza, nell’Odissea[11] è indicata dal caduceo, «la verga bella d’oro, che sta a incantare gli occhi degli uomini che a farli uscire dal sonno quando dormono».

L’uccisione della scienza indica la sua rivelazione: l’illuminazione. Il vecchio lume delle allegorie si spegne, i simboli scompaiono, cedendo il posto a ciò che è naturale.

Il fratello, uccisa la scienza — illuminati gli altri cavalieri — se ne torna a casa perché il suo compito è finito. Proprio come diceva Krishnamurti al guru Swami Venekatesananda. D’altra parte, i due fratelli li possiamo paragonare proprio a costoro. Abbiamo visto che Krishnamurti era per il risveglio dell’intelligenza, il guru Swami Venekatesananda per la continuazione dei racconti.

Krishnamurti ha dedicato l’intera esistenza, con il suo insegnamento, al risveglio dell’intelligenza. Lui ha ritenuto l’uomo moderno non più un uomo che deve cadere addormentato, ma che deve svegliarsi dal suo torpore. Questo, come è stato fatto notare altrove, è lo stesso punto di vista di chi scrive, giacché l’uomo d’oggi non è più il credulo uomo medioevale.

Abbiamo detto sopra che il passo comprende due importanti punti. Il primo è che la fiaba insegna che la vecchia dev’essere necessariamente uccisa e gli uomini svegliati, in modo che tutto il regno sappia e goda della sospirata liberazione. Purtroppo, come sovente accade, all’inizio l’individuo si vergogna ad ammettere che è rimasto vittima della vecchia scienza. San Giacomo[12] consiglia a questo proposito:

«Accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi».

Il secondo è un punto più saliente, che la fiaba, manifestando come sempre tutta la sua saggezza, mette in luce sotto la piacevolezza del racconto.

Il fratello addormentato è geloso del fratello che lo risveglia, perché teme che possa violare la sua sposa, cioè il suo particolare interesse.

Però questo sospetto è ingiustificato. E con ragione. Dopo il risveglio avuto dal fratello, l’altro potrà continuare ad avere la sua sposa, nessuno glie lo tocca, anzi la fiaba assicura che il fratello se ne torna a casa sua, lontano dalle glorie del palazzo, mentre l’altro inizierà a rendersi conto della realtà che lo circonda.

Ne L’Uccello Azzurro, si narra «di una montagna fatta d’un unico specchio. Intorno ad esso erano più di sessantamila donne che vi si specchiavano con estremo piacere. Ognuna vi si vedeva come voleva essere. La rossa vi appariva bionda, la castana aveva i capelli neri, la vecchia credeva di essere giovane; tutti difetti rimanevano così ben nascosti in questo specchio che la gente vi accorreva dalle quattro parti del mondo. C’era da morire dal ridere a vedere le smorfie e le smancerie che la maggior parte di quelle vanesie faceva. Gli uomini non erano attirati lì in minor numero; lo specchio piaceva anche a loro. Attribuiva a questo bei capelli, a quello una più alta statura e una figura più aitante, l’aria marziale, l’aspetto più fiorente. Donne e uomini facevano a gara a burlarsi fra loro, e la montagna stessa era chiamata con mille nomi differenti».

È la più espressiva immagine dell’ambizione e vanità che si ritrova nei campi dove l’uomo è versato: in quello del lavoro, dello sport, dello spettacolo, ecc.

Ora, i protagonisti di questa fiaba dicono che il cavaliere che risveglia, «senza dubbio finirà col camminare sul nostro specchio, e al primo passo spezzerà ogni cosa».

In realtà si tratta della naturale conseguenza del risveglio dell’intelligenza. Questo accade quando il fratello addormentato si rende conto di essere una pietra: quell’azione è l’inizio della saggezza. A questo punto potrà vedere e fare nel mondo tante cose nuove, belle e con ricchezza di bontà.

 

«Ogni serio indagatore» diceva Krishnamurti «vedendo la confusione, la grande infelicità, il senso di enorme malessere, direbbe che è possibile trasformare questa società solo se l’individuo trasforma realmente se stesso, ovvero se si rigenera dalle fondamenta. La responsabilità di questa trasformazione ricade su ogni essere umano consapevole di questa spaventosa confusione politica, religiosa ed economica. Purtroppo la maggior parte delle persone non è seriamente interessata alle condizioni, al caos e alla confusione del mondo attuale.
La preoccupazione va al problema delle fonti energetiche, dell’inquinamento e così via, cose superficiali. Non c’è un reale profondo interesse per la mente umana, questa mente che sta distruggendo il mondo».

 

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

Fiabe inedite.

  • Krishnamurti, Jiddu, La domanda impossibile, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1974.

  • Krishnamurti, Jiddu, Taccuino, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1980.

  • Krishnamurti, Jiddu, Gli ultimi discorsi, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1987.

  • Krishnamurti, Jiddu, — Anderson, Allan, Un modo diverso di vivere, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1994.

  • Canseliet, Eugène, L’Alchimia, spiegata sui suoi testi classici, Roma, Edizioni Mediterranee, 1985

  • Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972.

  •    Fulcanelli, Le dimore filosofali, Roma, Edizioni Mediterranee, 1973.


  • NOTE:

 

[9]Particolare curioso, anche il basilico possiede la sua cittadinanza nella simbologia ermetica come “erba reale”, poiché in greco basilikón, significa reale, da basiléus re. Esso sta ad indicare sia il “senso” sia il protagonista della favola. Fulcanelli spiega chiaramente che il soggetto dei saggi «è il basilico della favola — basilikón — nostro règule (regulus, piccolo re) o reuccio (basiliskos)».

[10]Il Giornale dei Misteri, anno XII, n. 89, agosto 1978.

[11]Libro XXIV, vv. 2 e segg.

[12]Lettera di Giacomo, cap. I, v. 21.

                 -Ermando Danese:Le Fiabe popolari-

 

                                             Fine

 

N.B.:La bibliografia qui inserita si riferisce all'insieme delle Fiabe popolari:così pure la numerazione delle 'Note', segue un ordine analogo.