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Simbologia alchemica

(Premessa:rivisitazione in chiave ermetica di alcune tra le più celebri favole)

 

Ermando Danese

 

Fiabe popolari

       

«Le origini della fiaba si perdono nella notte dei tempi». Scrive Zornitza Kratchmarova «Alcuni studiosi del folclore le fanno risalire addirittura a epoche preistoriche, ricollegandole ai riti magici e religiosi dei popoli primitivi.

Cenerentola possiede 700 versioni in tutto il mondo, la più antica delle quali risale a un documento scritto in Cina nel IX Secolo.

Diverse le versioni anche della popolarissima La bella e la bestia; è un racconto che si trova in raccolte basche, svizzere, tedesche, inglesi, italiane, portoghesi, africane, indiane e lituane. Nelle redazioni più antiche la fanciulla infrange un tabù e il mostro “promesso sposo” scompare senza lasciare traccia. Accortosi di amarla, la giovane si sottopone a mille difficoltà pur di ritrovarlo.

Spiega Cecilia Gatto Trocchi dell’Istituto di Studi Antropologici dell’Università di Perugia:

“Solo nella cultura orientale i racconti popolari furono sin dagli inizi oggetto di raccolte scritte (Le mille e una notte). In Europa bisognerà attendere il XVI-XVII secolo. Charls Perrault, che operò alla corte del Re Sole, raccolse ne I racconti di mamma Oca alcune delle più famose novelle della tradizione popolare. Evidente la sua influenza sugli scritti dei fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, considerati i fondatori della ricerca sui racconti fantastici”.

I fratelli Grimm, in più occasioni trascrissero fiabe “rivedute e corrette”. Il Cappuccetto Rosso dei due tedeschi, per esempio, pur presentando strette analogie con la versione di Perrault, registra una differenza non da poco: nella stesura del francese la bambina e la nonna muoiono mangiate dal lupo; nella fiaba dei Grimm il tempestivo intervento di un cacciatore salva le vittime dall’orrenda fine[1]».

Queste versioni “rivedute e corrette” hanno, senza dubbio, inferto un grave colpo alla scienza ermetica, perdendo inesorabilmente il suo profondo significato.

Il lupo, divorando la nonna, personificazione della vecchia scienza, e Cappuccetto Rosso, graziosa interprete del fuoco segreto, realizza la base del Magistero.

«Senza dubbio era ermetica anche l’origine della Festa del lupo verde» scrive Fulcanelli «festa popolare la cui usanza è stata mantenuta a lungo a Jumièges e che si celebrava il 24 giugno, giorno dell’esaltazione solare, in onore di santa Austreberthe. Una leggenda racconta che la santa lavava il bucato della celebre abbazia, e che un asino, poi, riportava i panni lavati. Un giorno un lupo sbranò l’asino. Santa Austreberthe condannò il colpevole a fare il servizio della vittima. La festa perpetuava il ricordo di quest’avvenimento. Però non ci viene fornita la ragione per cui al lupo venne attribuito il color verde. Ma possiamo dire con certezza, che il lupo diventa verde sbranando e divorando l’asino, e tanto basta. Il “lupo affamato e devastatore” è l’agente indicato da Basilio Valentino nella prima delle sue Douze Clafs. Questo lupo (lykos) è dapprima grigio e non lascia sospettare il fuoco ardente e la vivida luce che tiene nascosti nel suo corpo rozzo. Il suo incontro con l’asino rende manifesta quella luce: lykos diventa lyke, il primo chiarore del mattino, l’aurora. Il lupo grigio si è colorato ed è diventato un lupo verde, a questo punto è il nostro fuoco segreto, l’Apollo nascente, Lykegenes, il padre della luce».

Anche qui il lupo divora la soma delle conoscenze segrete portata dall’asino, divenendo, così, verde, cioè il colore proprio del mercurio filosofico, dando inizio alle grandi metamorfosi dell’amalgama filosofale.

 

Passiamo ora alle fiabe mantenutesi nella tradizione orale. La prima si tratta di una delle innumerevoli versioni di Cenerentola, che sta a dimostrare le aggiunte degli Adepti, dove ognuno ha ritenuto opportuno diffondere un particolare insegnamento.

 

 

  •   Cenerentola

 

«C’era una volta un brav’uomo che aveva sposato, in seconde nozze, una donna di un’arroganza senza pari. Ella aveva due figlie dello stesso carattere. Anche l’uomo aveva una figlia avuta dalle precedenti nozze. Contrariamente alle due sorellastre, questa fanciulla spiccava per dolcezza e bontà, proprio come la madre morta, la quale era stata la più buona del mondo».

 

Questa madre è Madre Natura, la Madre o Intelligenza Universale che, ermeticamente, è definita morta quando viene condensata o assimilata. La figlia, dunque, cioè la sua assimilazione, possiede lo stesso carattere o proprietà.

Il padre, in questo caso, rappresenta quel genitore che resta sempre lo stesso, cioè il fisso, mentre la madre, compiuto il ruolo d’illuminazione, muore o sparisce cedendo il posto al bambino ermetico o, secondo la fiaba, alla bambina, proprio come la bella bambina di Collodi, poiché il bambino ermetico occupa il ruolo della femmina nel lavoro.

La seconda moglie, invece, inverte il ruolo dei protagonisti. Mentre il marito sparisce dalla scena, lei diventa la madre grossolana dell’Opera, indicata dalle sue due figlie personificazioni delle proporzioni filosofiche, vale a dire due parti di volatile per una di corpo fisso.

 

«La matrigna, non sopportando le buone qualità della figliastra, la faceva vestire di stracci, destinandola pure ad assolvere i lavori più umili: pascolare le pecore, pulizia delle camere della signora e figlie, delle scale, dei piatti, ecc. Il suo posto era un cantuccio del focolare, in pratica era sempre in mezzo alla cenere, perciò le sorellastre la chiamavano Cenerentola.

Queste sorellastre abitavano in lussuose camere con letti alla moda, e specchi dove si potevano mirare dalla testa ai piedi. La povera Cenerentola sopportava tutto con infinita pazienza e, nonostante i suoi stracci, era cento volte più bella delle sorellastre, quantunque fossero vestite in ghingheri e da gran signore».

 

Cenerentola, scrive Canseliet «è chiamata anche Cucendron cioè la c (chi), il raggio delle ceneri». La cenere, essendo il resto del fuoco, nella dottrina di Ermes simboleggia l’illuminazione assimilata.

Lei è presentata povera per indicare, come scrive Fulcanelli «la sostanza miserabile appena materializzata» ma la cui bellezza è innegabile. È anche la nostra pietra nera coperta di stracci che bisogna sottoporre a parecchie levigazioni.

Le pecore che pascolano sono una variante degli gnomi che devono nutrirsi e svilupparsi. Cenerentola interpreta qui il ruolo di quel Buon Pastore che, ci fa sapere San Giovanni (XXI, 15 e segg.), chiede a Pietro, come rappresentante dell’illuminazione sulla terra filosofale, per tre volte di seguito, di pascere le sue pecorelle.

La nobiltà della materia filosofale ci viene indicata dalle due sorellastre riccamente vestite, esse non solo, insieme a Cenerentola, assumono il ruolo delle proporzioni filosofiche ma, ci assicura la fiaba, che si specchiavano interamente.

«Lo specchio» spiega Fulcanelli «firma della materia grezza fornita dalla Natura, diventa luminoso riflettendo la luce. Soggetto dei Saggi e Specchio dell’Arte sono dei sinonimi ermetici, che nascondono ai profani il vero nome del minerale segreto. I Maestri dicono che in questo specchio l’uomo vede la Natura completamente svelata. Grazie ad esso si può conoscere l’antica verità nel suo tradizionale realismo. Dato che la Natura non si mostra mai direttamente ed apertamente al ricercatore, ma soltanto attraverso questo specchio che fa da intermediario o che conserva la sua immagine riflessa».

 

«Un giorno la matrigna decise di sbarazzarsi per sempre di Cenerentola, così pensò di farle portare, sul luogo del pascolo, del lino grezzo da filare, imponendole di finire l’opera prima del ritorno. In questo modo, sicura che non sarebbe stata in grado di terminare il lavoro, pensava in cuor suo che era un ottimo pretesto per ucciderla.

Cenerentola, mentre pascolava le pecore, si mise di buona lena a lavorare ma, vedendo che non avrebbe mai potuto portare a termine un simile compito, scoppiò a piangere. Nel gregge delle pecore lei aveva una simpatica amichetta a quattro zampe: una graziosa capretta che, sentendola piangere, smise di pascolare e corse subito a consolarla.

“Perché piangi tanto piccola Cenerentola?”, le chiese.

“La mia matrigna, la mia matrigna”, ma piangeva così forte che non poteva finire la frase.

“Ti ha dato del lavoro più grande del solito, vero?”, l’aiutò a dire la capretta.

“Sì! Vuole che gli porti a termine la filatura di questo lino grezzo prima che torni a casa, cosa impossibile”.

“Tu fammi l’erbetta, e io ti filo e ti annaspo con le mie cornette”, rispose la capretta.

Così fu, mentre Cenerentola tagliava l’erbetta, la capretta non solo filava ma vi ricavava pure una matassa.

Tornata a casa, quale fu la meraviglia della matrigna vedendo Cenerentola con in mano la matassa del lino filato.

“Ma com’è possibile?” pensò “non esiste persona che possa fare tanto. Domani glie ne farò portare il doppio”.

Il giorno dopo Cenerentola tornò a pascolare le pecore con il doppio di lino grezzo. Vedendola ancora corrucciata, la capretta tornò a dirle:

“Tu fammi l’erbetta, e io ti filo e ti annaspo con le mie cornette”.

Cenerentola tornò a casa con due matasse di lino filato. La meraviglia della matrigna arrivò al limite. “Domani” pensò “non solo glie ne farò portare il triplo, ma voglio vedere personalmente come può svolgere un simile lavoro”.

L’indomani, Cenerentola, col triplo di lino grezzo, tornò sul pascolo con le sue pecore, e subito si presentò la sua simpatica amichetta a quattro zampe:

“Tu fammi l’erbetta, e io ti filo e ti annaspo con le mie cornette”.

Mentre la capretta filava e annaspava, e Cenerentola era intenda a farle l’erba, arrivò la matrigna a spiare in che modo veniva svolto il lavoro.

“Ecco come riesce a filare tutto quel lino” pensò “molto bene, questa sera stessa farò uccidere la capretta”.

Appena Cenerentola tornò a casa con le tre matasse di lino filato, la matrigna le ordinò:

“Metti a riscaldare l’acqua perché bisogna uccidere la capretta”.

A questa notizia Cenerentola corse singhiozzando dalla sua adorabile capretta, e tra i singhiozzi le rivelò le ultime intenzioni della matrigna.

“Non preoccuparti per me” tornò a consolarla la povera bestiola “sicuramente ti manterrà a lavare le mie visceri, qui vi troverai una pallina d’oro, prenditela, e ogni volta che avrai bisogno di qualcosa, chiedigliela e sarai esaudita”.

Lasciata con infinita tristezza l’amichetta al suo destino, Cenerentola fu inviata a lavare le sue visceri e, come promesso, vi trovò la pallina d’oro che subito mise in tasca».

 

In questo passo si fa comprendere all’artista che egli non potrà mai svolgere da sé l’immane compito della Grande Opera, ma dovrà chiedere aiuto al fuoco o artigiano segreto (artifex in opere), qui indicato dalla giovane capra — variante ermetica del bambino appena nato o del vaso appena realizzato — che filerà per conto del filosofo.

«La nostra anima» chiede Fulcanelli «non tesse forse il nostro corpo?».

Il compito dell’artista si riduce a fare l’erbetta, cioè a curare con l’attenzione che la sua capretta abbia di che nutrirsi, giacché l’erba verde è sinonimo ermetico di fuoco solare, per questo l’Eterno dice nella Genesi (I, 30):

«A tutti gli esseri, nei quali vi è l’alito di vita, Io do come nutrimento l’erba verde».

Il fuoco solare e il fuoco segreto li ritroviamo espressi nelle cornette della capretta; sono i due volatili che portano avanti e perfezionano l’Opera. Infatti, loro producono le tre matasse, allegoria delle tre operazioni principali.

Infine, la necessaria uccisione della capretta è la traduzione allegorica dell’uccisione della chimera, siccome nella tradizione ermetica, come sappiamo, uccidere significa assimilare, indica la realizzazione della materia preparata o pietra dei filosofi.

«La parola greca khimaira, chimera» spiega Fulcanelli «significa anche giovane capra (cabalisticamente khi-méter[2]), e possiede tutte le facoltà richieste per diventare il famoso ariete dal Vello d’Oro, il nostro Elisir[3] ».

La pallina d’oro, che Cenerentola riceve, è proprio la variante del vello d’oro.

«Nella lingua degli Adepti» insegna Fulcanelli «si chiama vello d’oro la materia preparata per l’Opera, e lo stesso nome viene dato anche al risultato finale. Cosa, questa, assai esatta, perché queste sostanze si differenziano solo per purezza, fissità e maturità. Pietra dei filosofi e Pietra Filosofale sono dunque due cose simili, per quel che riguarda la specie e l’origine, ma la prima è cruda, mentre la seconda, che deriva dall’altra, è perfettamente cotta e digerita».

 

«La matrigna sospese l’idea di sbarazzarsi di Cenerentola perché un importante avvenimento catturò la sua attenzione. Il re, dovendo sposare suo figlio, inviò dei banditori in tutte le parti del regno, affinché tutte le più belle fanciulle potessero partecipare a delle feste da ballo per quell’importante scopo.

La matrigna sperava in cuor suo che una delle sue figlie fosse la preferita, e fece in modo che potessero apparire più belle possibile.

Cenerentola, dal suo cantuccio del focolare, chiese se potesse partecipare al ballo del palazzo reale, ma fu severamente sgridata dalla matrigna.

“Dove pensi di andare tu, brutta Cenerentola” le disse “così sempre sporca di cenere e vestita di stracci?”.

Pertanto, il compito di Cenerentola, nei giorni che seguirono, fu quella di aiutare a vestire e pettinare le due sorellastre che sceglievano un vestito dietro l’altro.

Mentre le vestiva e le pettinava, esse dicevano:

“Cenerentola, ti piacerebbe andare al ballo?”.

“Ah, signorine, voi mi prendete in giro, sapete benissimo che non sono degna di questa festa”.

“Dici bene: ci sarebbe solo da ridere nel vedere una Cenerentola come te a una festa da ballo”.

Finalmente il gran giorno arrivò: le due sorelle partirono alla volta del palazzo reale e Cenerentola le seguì con gli occhi più a lungo che poté; poi, quando non li vide più scoppiò a piangere, e se ne tornò nel suo cantuccio del focolare. In quel momento tutta la sua condizione gli apparve nella pura e dura realtà e pianse accoratamente, non c’era più nemmeno la sua piccola amichetta: l’adorabile capretta che poteva consolarla. A questo pensiero si ricordò del dono che le aveva fatto. Trasse di tasca la pallina d’oro e, seguendo il suggerimento avuto, le chiese:

“Pallina d’oro, pallina d’oro, dammi un bel vestito con il sole davanti e la luna dietro”.

Immediatamente si ritrovò addosso un meraviglioso vestito secondo il suo desiderio, sia l’abito, sia i disegni del sole e della luna, sembravano brillare di luce propria, inoltre i suoi capelli erano stati raccolti in una splendida acconciatura, e calzava un paio di scarpette di vetro che erano una meraviglia.

Contentissima, Cenerentola pensò di recarsi anche lei alla festa da ballo, ma la pallina d’oro la prevenne e, con la voce dell’adorabile capretta, le disse:

“Quando scoccherà la mezzanotte, quest’incantesimo avrà termine”.

Messa così in guardia, Cenerentola si recò al palazzo reale».

 

In questo passo Cenerentola simboleggia il fisso che partecipa alla realizzazione dei due volatili dell’amalgama filosofale. Lei piange pure inconsolabilmente interpretando la Mater Dolorosa che si strugge per la spiritualità.

Il suo vestito da ballo reca i simboli dei lavori primari della Grande Opera.

«Ermes» scrive Fulcanelli «indicando la materia basica e fissa con il geroglifico solare, e il suo solvente col simbolo lunare, spiega il fatto in poche parole: “Il sole, egli dice, è suo padre, la luna sua madre”».

Per questo Cenerentola reca il sole davanti al suo vestito, simbolo della materia primitiva che l’artista ha davanti a sé all’inizio della pratica.

 

«Il figlio del Re, essendogli stato annunciato l’arrivo di una principessa sconosciuta, andò a riceverla; le offrì la mano e la condusse nella sala da ballo; si fece allora un gran silenzio: gli strumenti musicali smisero di suonare e le danze furono interrotte. Tutti gli occhi erano rivolti a contemplare la grande bellezza della sconosciuta, e ognuno esclamava sottovoce: “Oh! quant’è bella!”

Tutte le dame avevano gli occhi addosso a lei, ne esaminavano l’acconciatura ma soprattutto il vestito, per farsene uno uguale il giorno dopo, sempre che fosse stato possibile trovare una stoffa così bella e una modista così valente.

Il figlio del re la mise al posto d’onore: quindi andò a prenderla per farla ballare. Ella ballò con tanta grazia, che tutti l’ammirarono ancora di più.

Il tempo passò in fretta. Cenerentola, accortasi che stava per scoccare la mezzanotte, fatta subito una gran riverenza a tutta la società, scappò via come il vento».

 

Qui Cenerentola personifica la filosofia ermetica che si manifesta nella sua incomparabile bellezza. Nella danza mistica essa rivela tutte le sue ricchezze, le impensabili risorse cui l’uomo può attingere. Il suo recondito messaggio all’umanità, poi, si può prendere bellamente a prestito dalle parole di Krishnamurti:

«Occorre una rivoluzione radicale. La crisi mondiale la esige. Le nostre vite la esigono. La esigono gli eventi quotidiani, le finalità, le angosce quotidiane. I nostri problemi la esigono. Occorre una rivoluzione fondamentale, radicale, perché tutto intorno a noi è crollato. Sebbene apparentemente vi sia ordine, in realtà vi è una lenta decadenza, vi è distruzione: l’onda della distruzione sormonta continuamente l’onda della vita.

Perciò occorre una rivoluzione, ma non una rivoluzione basata su un’idea. Tale rivoluzione sarebbe solamente la continuazione dell’idea, non una trasformazione radicale. Una rivoluzione fondata su un’idea comporta spargimento di sangue, distruzione, caos. Dal caos non si crea l’ordine; non si può deliberatamente produrre il caos e sperare di cavarne l’ordine. Vedendo nella sua interezza questa catastrofe — la ripetizione ininterrotta della guerre, il conflitto senza fine tra le classi, tra i popoli, l’atroce ineguaglianza economica e sociale, ineguaglianza nelle capacità e nei compensi, l’abisso tra chi è straordinariamente felice, imperturbabile, e chi è invece preso nell’odio, nella miseria — vedendo tutto questo, occorre una rivoluzione, una rivoluzione completa, non è così?[4]».

 

Inoltre, particolare fondamentale del passo della fiaba, sono le dame che cercano di possedere anche loro lo stesso vestito della filosofia, cioè la psiche, grazie alla sua comprensione, tende a nobilitarsi. È nella sua natura elevarsi, innalzarsi, comprendere quando si trova davanti a qualsiasi difficoltà.

Riportiamo ancora una volta questo importante passo di Fulcanelli:

«Noi abbiamo detto che la qualità dello spirito, poiché è una qualità aerea e volatile, lo obbliga sempre ad innalzarsi, e che la sua natura è una natura che risplende non appena si trova separata dalla grossolana opacità corporale che l’avvolge. Tuttavia, questo spirito pronto a liberarsi non appena gli vengono forniti i mezzi, non può abbandonare completamente il corpo, ma si riveste con un abito più consono alla sua natura».

E questo abito è tutto. È la base tangibile della nostra Pietra, penserà il nostro fuoco segreto, la nostra capretta, a compiere il resto.

L’antica scienza, quindi, ci assicura che la comprensione è per qualsiasi essere umano. «Poiché» leggiamo ne Le fate di Perrault «spontaneamente si è portati verso chi ci somiglia», cioè la nostra intelligenza tende spontaneamente verso la saggezza, a riflettere, a comprendere.

 Riportiamo, a questo proposito, una conversazione tra Krishnamurti e il guru Swami Venekatesananda.

 

«S.V.: — Krishnaji, io vengo umilmente a parlare ad un guru, non nel senso di adorare un eroe ma nel senso letterale che la parola guru significa, che è rimuovere dall’oscurità, dall’ignoranza. La parola gu sta per l’oscurità dell’ignoranza e la parola ru sta per colui che rimuove, colui che dissipa, disperde, scaccia. Da ciò deriva che guru è la luce che dissipa l’oscurità dell’ignoranza e voi siete quella luce per me ora.

Noi sediamo nella tenda qui a Saanen ascoltandovi. Si è creduto che uno non potesse realizzare la verità senza l’aiuto di un guru. Chiaramente le persone che vengono a Saanen sono grandemente aiutate nella loro ricerca. Ora, quale, secondo voi, dovrebbe essere il ruolo del guru? Quello di un precettore oppure uno che risvegli l’attenzione?

J.K.: — Signore, voi state usando la parola nel suo senso classico, che è colui che dissipa il buio, l’ignoranza. Supponiamo che “A” è ignorante e voi siete il suo guru — guru in senso accettato — di uno che dissipa il buio, di uno che si carica del fardello di un altro, può un tale guru aiutare un altro? Oppure egli ha da lavorare tremendamente su se stesso? Tu potresti mettere in rilievo, potresti dire: “Guarda, c’è da andare attraverso quella porta”, ma egli ha da fare il lavoro interamente da solo dall’inizio alla fine.

S.V.: — La porta è lì. Io devo attraversarla. Ma vi è quest’ignoranza di dove sia la porta. Tu, mettendo in rilievo ciò, rimuovi quell’ignoranza.

J.K.: — Ma io ho da camminare lì. Signore, voi siete il guru e voi mettete in rilievo quella porta. Voi avete finito il vostro lavoro. Il vostro lavoro è finito ed è ora per me di svegliarmi, camminare e vedere ciò che è implicato attraverso il cammino. L’ignoranza è mancanza di comprensione, di intelligenza, o la mancanza di comprensione di se stessi. Ho da fare tutto ciò. La vostra funzione come guru è quindi finita.

S.V.: — Ma potreste voi, Krishnaji, accettare questo, che il mettere in rilievo era necessario?

J.K.: — Si, naturalmente, lo metto in rilievo, faccio questo. Noi tutti facciamo ciò. Lo chiedo ad un uomo nella strada: “Per favore, potreste dirmi qual è la strada per Saanen?”, ed egli me lo dice, ma non perdo tempo in espressioni di devozione e dico: “Oh mio Dio, tu sei il più grande uomo della terra!”. Ciò è così puerile!

S.V.: — Voi diceste l’altro giorno: “Il mondo intero sta bruciando, voi dovete rendervi conto e realizzare la serietà di quello che sta accadendo”. Ciò mi toccò a fondo come un fulmine tale da afferrare questa verità. Ma ve ne possono essere milioni a cui questa verità realmente non dà seccature; essi non hanno alcun interesse a ciò. Li troviamo ovunque. Come li dobbiamo trattare?

J.K.: — Come comportarsi con le persone che sono estremamente immature, quelle che sono parzialmente immature, e quelle che si considerano da se mature? Come vi rivolgete verso questi tre?

S.V. : — Come risvegliare questi tre? Questo è il problema.

J.K.: — Nell’uomo che è completamente nel “me” non vi è risveglio, risorgere dall’indifferenza. Egli non vuole neanche ascoltarvi. Egli vi ascolterà se gli promettete qualcosa, il paradiso, l’inferno, timore, o più profitti nel mondo, più soldi; ma egli vi ascolterà e farà ciò solo per guadagnare, divenire, acquisire: è quindi immaturo. Ora come vorreste fare con quest’uomo?

S.V.: — Raccontargli storie, parabole. Storie e rituali possono farlo saltare ad una più grande maturità; ciò è denominato Adhama­dhikari. I più bassi o i meno elevati noi li chiamiamo Adhama.

J.K.: — No, perché dovrei raccontargli storie, ubriacarlo di più con le mie storie o con le vostre? Perché non lasciarlo solo? Egli non ascolterebbe.

S.V.: — Ciò è crudele.

J.K.: — Crudele in che senso? Egli non vuole ascoltarvi. Siamo reali. Voi venite da me, ed io sono totalmente “me”, io non sono interessato a null’altro che “me”, ma voi dite: “Osserva, guarda, tu stai facendo confusione nel mondo, tu stai creando siffatta miseria per l’uomo”, e soggiungo: “Prego andate oltre, cercate di uscirne”. Mettete il fatto in qualsiasi modo vi piaccia; mettetelo nelle storie, indoratelo con pillole, dolci, ma egli non cambia il “me”. Se lo fa egli arriva nel mezzo: il “me” ed il “non me”. Questa è chiamata evoluzione: l’uomo che è in basso raggiunge la media.

S.V.: — Come?

J.K.: — Dai colpi della vita. La vita lo forza con violenza, lo ammaestra. Vi è una guerra, odio; egli è distrutto, oppure va in una chiesa. Ecco cosa accade. Ciò probabilmente mette insieme, come voi avete detto proprio ora, l’ottanta per cento del mondo, e forse di più, il novanta per cento.

S.V.: — Cosa potete fare voi?

J.K.: — Non voglio aumentare ciò, non voglio raccontargli storie, non voglio intrattenerlo; perché vi sono altri che già lo intrattengono.

S.V.: — Grazie.

J.K.: — Quindi vi è il tipo medio, il “me” ed il “non me”, il quale fa riforme sociali, un po’ di bene qui e lì, ma sempre il “me” operante. Socialmente, politicamente, religiosamente, in ogni maniera, il “me” è operante. Ma un poco più quieto, con un poco più di pulito. Ora a lui tu puoi parlare un po’, dici: “Guarda, una riforma sociale è tutta giusta nel suo campo, ma ciò non ti conduce in nessun luogo” — e così via… Voi potete parlargli; forse egli vi ascolterà. L’altro tipo non vi ascolterà del tutto.

L’uomo di cui parliamo ora vi ascolterà, mostrerà un po’ d’attenzione e forse dice anche che tutto ciò è molto serio, ma che questo richiede anche moltissimo lavoro, e scivola di nuovo nel suo vecchio modello. Noi gli parleremo e lo lasceremo. Ciò che egli vuole fare spetta a lui.

Ora, vi è l’altro tipo che sta per rendersi conto del processo del “me”, che sta per uscire fuori dal circolo del “me”; qui tu puoi parlargli. Egli ti darà attenzione[5]. Così uno parla a tutti e tre, non facendo distinzione fra quelli che sono maturi e quelli che non lo sono. Egli parlerà a tutte e tre le categorie, i tre tipi, e lascerà ciò che dice a loro.

S.V. : — Colui che non sarà interessato, andrà via.

J.K. : — Egli andrà fuori della tenda, andrà fuori della porta; ciò è un suo affare. Egli va alla sua chiesa, al football, a divertirsi o dovunque ci sia qualcosa che lo interessi. Ma nel momento in cui voi dite: “Tu sei immaturo e ti insegnerò qualcosa di più” egli vuole divenire.

S.V.: — Aumentare di valore…

J.K.: — Ecco! lì vi è pronto il seme del veleno. Signore, se il terreno è giusto, il grano mette radice, ma dire: “Tu sei maturo e tu sei immaturo”, ciò è totalmente sbagliato. Chi sono io per dire a qualcuno che egli è immaturo? Questo deve scoprirlo da solo.

S.V.: — Ma può un idiota scoprire che egli è matto?

J.K.: — Se egli è idiota, semplicemente non vi presterà attenzione. Vedete, signore, noi ce ne usciamo sempre fuori con l’idea del volere aiutare.

S.V. : — Questo è ciò su cui stiamo basando tutta la nostra discussione.

J.K. : — Credo che il problema del volere aiutare, o del metodo di approccio del bisognevole di aiuto non è valido, eccetto nella coltivazione dei campi ed in quello tecnologico. Se sono ammalato è necessario andare dal dottore per essere curato. Psicologicamente, invece, se sono mezzo addormentato, non vorrò ascoltarvi. Se sono semi sveglio, vi ascolterò secondo la mia qualità, secondo i miei moti interiori. Quindi, a colui il quale dice: “Voglio realmente svegliarmi, avere un risveglio psicologico”, a quello voi potete parlare. Così come noi parliamo a tutti loro (rivolgendoci a quelli nella tenda)[6]».

 

Cenerentola, deve per questo svegliarsi, abbandonare il castello a mezzanotte, simbolo ermetico dell’illuminazione primitiva.

 

«Cenerentola, tornata a casa e ricoperta nuovamente di stracci, si rimise nel suo cantuccio del focolare. Più tardi, sentendo bussare alla porta, andò ad aprire: erano tornate pure le sorellastre. Fecero subito un gran parlare della meravigliosa sconosciuta che era apparsa al castello, dello stupore che aveva suscitato in tutti i presenti la sua bellezza, il suo splendido vestito e l’incantevole modo di ballare. Speravano di poterla rivedere ancora la sera dopo giacché se n’era andata all’improvviso. Cenerentola, in cuor suo, ascoltava felice quei commenti.

La sera dopo le due sorellastre partirono nuovamente per il palazzo reale, Cenerentola le seguì ancora con lo sguardo ma questa volta con la gioia nel cuore. Rimasta sola, trasse nuovamente di tasca la pallina d’oro e le chiese:

«Pallina d’oro, pallina d’oro, dammi un vestito con tanti campanelli d’oro».

Immediatamente si ritrovò vestita secondo il suo desiderio, con una meravigliosa acconciatura e con le solite graziose scarpette di vetro.

Ringraziata mentalmente l’adorabile capretta, la cui voce tornò ad avvertirla sulla durata dell’incantesimo, partì anche lei per il castello; all’arrivo il giovane principe le corse subito incontro felice di poterla rivedere. Il nuovo abito suscitò maggiore meraviglia in tutti i presenti, e il principe ballò nuovamente con lei per l’intera serata: lei ballava sempre con tale grazia che non finiva mai di stupire.

Come la sera prima, intorno alla mezzanotte, fatta un inchino a tutti i presenti, Cenerentola scappò nuovamente dal castello».

 

È la seconda volta che Cenerentola si reca al castello, ci troviamo nella seconda fase del Magistero, la cui realizzazione è indicata dal suo vestito, emblema parlante della pietra dei filosofi. Dopo l’unione mistica dei due principii filosofici, del sole e della luna, essa è ora fatta di campanelli d’oro. Facciamo notare che questi campanelli stanno ad indicare il compimento della Grande Opera, espressione musicale del grande prodigio della Natura, però ricordiamo che la pietra dei filosofi e la Pietra Filosofale sono indicate allo stesso modo.

Il ballo di Cenerentola, ora, traduce la danza mistica, allegoria dell’evoluzione della pietra.

 

«Tornate a casa prima Cenerentola e poi le sorellastre, queste continuarono ad elogiare la sconosciuta che era apparsa nuovamente al castello, e si stupivano del fatto che abbandonasse sempre improvvisamente il ballo. Cenerentola, fingendo la loro stessa ammirazione, chiese a una delle sorellastre:

“Dio mio, che cosa pagherei per poterla vedere pure io. Potresti prestarmi il tuo vestito giallo, quello di tutti i giorni?”.

“Prestare il mio vestito a una brutta Cenerentola come te” rispose la sorellastra “bisognerebbe proprio dire che avessi perso il giudizio”.

La sera dopo le due sorelle tornarono al ballo e Cenerentola trasse per la terza volta di tasca la pallina d’oro, e le chiese:

«Pallina d’oro, pallina d’oro, dammi un vestito con tanti campanelli d’oro».

Puntuale come sempre l’incantesimo avvenne, e nuovamente Cenerentola si trovò vestita secondo il suo desiderio, la stessa meravigliosa acconciatura e le solite splendide scarpette di vetro. Ricevuto ancora l’avvertimento di andarsene prima di mezzanotte, si avviò verso il castello.

Il figlio del Re, smanioso, la stava aspettando sulla soglia. Già dalla prima sera si era perdutamente innamorato di lei. La condusse subito in sala da ballo e ballarono come sempre sotto l’ammirazione dei presenti. Il Principe, visto che per ben due volte la sconosciuta Principessa era fuggita intorno a mezzanotte, pensò che questa volta non doveva lasciarsela scappare, giacché era l’ultima serata di festa. Non la lasciò un minuto; e in tutta la serata non fece altro che dirle un monte di cose appassionate e galanti. Cenerentola si abbandonò alle parole del Principe dimenticandosi la raccomandazione della pallina d’oro; tant’è vero che sentì battere il primo tocco della mezzanotte, quando credeva che non fossero ancora le undici; allora s’alzò e fuggì via con la leggerezza di una cerbiatta.

 Il principe le corse dietro ma non poté raggiungerla; fuggendo ella perdette una delle sue scarpine di vetro, e il Principe lo raccolse con grandissima cura».

 

È lo stadio della terza operazione del Magistero, tutti i giorni è ora dominato dal colore giallo, seguito a quello verde del mercurio filosofico, in attesa del colore rosso fuoco proprio della Pietra Filosofale. Tuttavia, come sappiamo, il Donum Dei è qui firmato dal vestito di Cenerentola.

 

«Quando le due sorelle tornarono dalla festa, Cenerentola chiese loro se si erano divertite e se la bella Principessa vi era andata anche lei: loro risposero di sì ma che era scappata allo scoccare della mezzanotte, e così in fretta che aveva lasciata cadere una delle sue scarpine di vetro, la scarpetta più carina del mondo. Il figlio del Re l’aveva raccolta e non aveva fatto altro che guardarla per il resto della festa; certamente doveva essere innamorato pazzo della bella Principessa.

Dissero il vero. Infatti, pochi giorni dopo, il figlio del Re fece proclamare, a suon di tromba, ch’egli avrebbe sposato solo colei che avesse potuto calzare perfettamente quella scarpina, e che tutte le ragazze del regno avrebbero dovuto provare a calzarla. Il gentiluomo incaricato di provare la scarpina iniziò subito il compito affidatogli, ma le fanciulle, nobili e non, provarono  inutilmente a calzarla. Fu la volta pure delle due sorelle che fecero tutto il possibile per far entrare il piede nella scarpina, ma non vi riuscirono. Cenerentola, dal suo cantuccio del focolare, chiese se almeno potesse provare pure lei. Le sorellastre scoppiarono a ridere e la canzonarono; il gentiluomo, però, disse cha la cosa era giustissima, poiché lui aveva ricevuto l’ordine preciso di provarla a tutte le fanciulle.

Cenerentola si alzò e, traendo la pallina d’oro, le chiese mentalmente il solito vestito. Immediatamente apparve agli occhi degli astanti la bella sconosciuta Principessa che avevano ammirata per tre sere di seguito. Tutti s’inchinarono con stupore al suo cospetto. Tuttavia a un piede mancava una scarpina di vetro, e immediatamente il gentiluomo incaricato si affrettò a fargliela calzare. Le sorellastre chiesero il suo perdono per tutti i maltrattamenti che le avevano fatte subire. Cenerentola disse, abbracciandole, che le perdonava di tutto cuore e le raccomandò di volerle sempre bene. Poi, vestita com’era, fu condotta dal giovane Principe che, felicissimo di averla ritrovata, pochi giorni dopo la sposò».

 

Questo sposalizio è l’unione mistica del Cielo e della terra, Del Creatore e della creatura, dell’Illuminazione e della psiche.

La scarpina di vetro, per usare le parole di Fulcanelli, «rappresenta quel cristallo sconosciuto, il sale della sapienza», la nostra Pietra. La prova della scarpetta di cristallo fa intendere, al ricercatore, che qualsiasi piede grossolano non può in alcun modo calzare quell’Illuminazione che si adatta soltanto a una psiche perfettamente nobilitata.

Inoltre, la fiaba ci dice che Cenerentola, riccamente vestita, è tuttavia priva di scarpetta, così, sotto il velo dell’allegoria, insegna pure che il lavoro della capretta, o nostro fuoco segreto, è limitato. È la traduzione della costruzione della Grande Piramide, dove gli Antichi omisero di costruirvi la cuspide, poiché il resto è esclusiva opera di Dio: il suo Dono, come leggiamo nella Bibbia[7]:

«La Pietra che i costruttori hanno tralasciata è diventata testata d’angolo. Ciò è opera del Signore ed è una meraviglia agli occhi nostri».

 

  •  (continua- Ermando Danese "Fiabe popolari"-Nel prossimo aggiornamento: "Il Cavalluccio Fatato")

 

 

  • Note:

[1]Focus — Scoprire e capire il mondo — n. 129, luglio 2003, Gruner + Jahar/Mondadori Spa.

[2]Cioè questa parola, composta da X (khi), il segno della luce, e di méter, madre, significa anche madre della luce.

[3]Canseliet spiega che Elisir deriva da «elixir — elios, sole e ixis, arrivo».

[4]http://www.krishnamurti.it

[5]Riportiamo, a questo proposito, la confessione di Pupul Jayakar, una vecchia amica di Krishnamurti, quando incontrò il grande Saggio:

«Avevo conosciuto Krishnamurti nel gennaio del 1948. Avevo allora 32 anni e mi ero trasferita a vivere a Bombay dopo il mio matrimonio. Da cinque mesi l’India era indipendente ed io ero molto impegnata nella politica e in attività sociali rivolte soprattutto alle donne. Lui mi chiese perché svolgessi tale lavoro. Risposi dicendo che il lavoro dava pienezza alla mia vita. Lui sorrise e questo mi mise in imbarazzo. Dopo disse: “Siamo come un uomo che cerca di riempire un secchio bucato. Tanta acqua si versa dentro, tanta scivola via ed il secchio resta vuoto”. Lui mi guardava senza tensione e poi disse: “Da che cosa tenta di fuggire? Riempire il vuoto è il processo dell’esistere con tante vie di fuga…” 

Io sentivo una grande forza e chiarezza nelle sue parole però per me risultavano incomprensibili… l’azione nella vita per me era tutto. Gli chiesi, provocandolo, se dovevo sedermi a casa senza far nulla.

Lui sorrise ed il suo sorriso riempì la stanza. Poi aggiunse: “L’ho osservata nei pochi attimi di riposo… in quei momenti nel suo volto c’è una grande tristezza”. Io non avevo mai permesso che il dolore mi vincesse e così lo avevo nascosto dietro una cortina di aggressività… neppure con me stessa avevo mai ammesso la mia solitudine; però davanti a quel silenzioso sconosciuto caddero tutte le mie maschere. Guardai nei suoi occhi e vidi riflesso il mio viso.

Come un torrente lungamente represso giunsero parole diverse. Ricordai la mia infanzia, le paure, l’adolescenza piena di attività, gli studi in Inghilterra, il matrimonio, la nascita di mia figlia, il mio impegno fuori casa, i problemi di salute, una seconda figlia morta, la morte di mio padre. Non potevo non piangere. Parlai delle numerose cicatrici che la vita mi aveva lasciato, della lotta per sopravvivere, dell’aggressività, dell’ambizione, del mio bisogno di essere riconosciuta dagli altri.

Non osavo comunque parlare di alcuni aspetti della mia vita… ma lui disse pacatamente: “Se lei vuole io posso vedere”.

E allora le parole che mi distruggevano dentro vennero fuori con un dolore insopportabile, ma il suo ascoltare era come l’ascolto del vento e l’espansione immensa del mare. Avevo parlato per due ore.... mi sentivo esausta però sentivo nello stesso tempo una nuova energia. Avevo percepito una nuova maniera di ascoltare senza giudizi e reazioni, un ascolto che aveva origine dalla distanza e dalla profondità.

Alla fine di marzo gli parlai dei miei pensieri e di come la mia mente dava balzi indietro e balzi in avanti… alternavo momenti di calma a momenti di attività frenetica dove la mente veniva presa dal dolore di non realizzarsi. Lui prese la mia mano e ci sedemmo in silenzio. Finalmente mi disse:” Perché è così agitata? Perché tanta ambizione? Che cosa vuol diventare?” Io rimasi in silenzio, non sapevo che rispondere.

Lui continuò: “Lei ha tanta energia e un buon cervello. Uno strumento che non ha ben utilizzato. Perché è ambiziosa? Perché sta disperdendo la sua energia?”. Risposi alterata: “Come potrei non essere ambiziosa con tutti gli impegni che porto avanti. Non possiamo essere come lei!”. Lui rimase in silenzio e solo dopo qualche minuto mi chiese : “E’ rimasta qualche volta completamente sola, senza la radio, senza un libro. Cerchi di farlo e vedrà quel che succede”. Risposi che sarei impazzita.

Lui continuò: “La quiete profonda della mente può esistere solo quando si affronta la propria solitudine. Lei è una donna però ha dentro di sé molte cose che appartengono all’uomo. Ha trascurato la donna che è in lei. Guardi dentro se stessa. Perché chiede continuamente l’elemosina?”.

Vidi me stessa con estrema chiarezza: la paura di essere ferita, il corazzarmi con l’aggressività, l’amarezza, il diventare dura, le attività e i ruoli sociali ricercati per essere riconosciuta ed apprezzata… era troppo orribile vedere tutto ciò, vedere che cosa era in realtà la mia vita».

Da Http://www.krishnamurti.it

[6]Http://www.krishnamurti.it

[7]Salmo, cap. CXVIII, vv. 22-23; Matteo, cap. XXI, v. 42; Atti, cap. IV, v. 11; Prima Epistola di Pietro, cap. II, v. 7.

 

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