S.Panfilo di Spoltore(PE)
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                                                           LA CHIESA DI SAN PANFILO A SPOLTORE (PE)

                                                                                       (di ERMANDO DANESE)

Cum autem venerit Filius hominis in gloria sua, et omnes angeli cum eo, tunc sedebit super thronum gloriae suae[1].

(Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, accompagnato da tutti i suoi angeli, allora si siederà sul suo trono di gloria).

Questo saggio all’inizio doveva essere soltanto un omaggio per la signora Marisa Uberti, amministratrice del sito http://www.duepassinelmistero.com in occasione del suo tour in Abruzzo.

Il pomeriggio del 2 gennaio 2007, insieme a suo marito abbiamo fatto visita alla chiesa di San Panfilo di Spoltore, una cittadina in provincia di Pescara[2], dove sono custodite alcune dimore filosofali assolutamente uniche.

Quindi, essendo grazie alla signora Marisa che questo saggio è pubblicato, sembra giusto ed equo che le sia pure dedicato.

«Il nome Spoltore ha un’origine tardo-romana o alto-medievale. Sembra ormai certo che derivi dal germanico spelt, farro, spelta, la cui coltivazione era nel passato diffusissima nel territorio[3]».

«San Panfilo è il patrono della città di Spoltore, ed il Santo Titolare della Chiesa parrocchiale. Il 28 Aprile ricorre la festa liturgica, mentre i festeggiamenti esterni si celebrano la domenica seguente di ogni anno. Il nome Panfilo di origine greca significa “amico di tutti”. Fu vescovo della città di Sulmona. San Panfilo nacque nel 622 da una famiglia cattolica. Fu un uomo dal carattere pacifico, buono e generoso. Dedicò la sua vita ad aiutare i bisognosi, gli indigenti ed i poveri con opere di pietà e con carità inesauribile. E proprio ai pellegrini ed ai poveri preparava quotidianamente la mensa, cibandoli e servendoli di persona[4]».

Le origini della sua chiesa sono molto antiche, come spesso succede le costruzioni successive si sovrappongono alle precedenti. Le prime notizie si hanno solo dall’alto medioevo, nel X secolo. Rimaneggiata più volte nei secoli successivi, la chiesa fu quasi completamente ristrutturata nei primi decenni del XVIII secolo.

L’antico portale, fedele alla Tradizione, è posto ad occidente. Quest’unico ingresso ricorda il labirinto scolpito dall’anonimo Adepto di Dampierre. Fulcanelli scrive che «il nostro bassorilievo caratterizza unicamente la via lunga, poiché questo labirinto mostra una sola entrata».

Particolare del portale attuale(foto di M.Uberti)

«La facciata in mattoni ingloba il portale e l’oculo della fase quattrocentesca a cui apparterrebbe anche il campanile. All’interno della chiesa si possono ammirare stucchi tardo settecenteschi di Alessandro Terzani e una importante scultura raffigurante la Madonna col Bambino del XV secolo[5]».

«Al di là delle antiche e pesanti porte della chiesa si apre uno scenario mistico e senz’altro suggestivo. Le delicate e discrete colorazioni e le tonalità calde rendono l’ambiente spirituale, intimo ed accogliente.

La chiesa è caratterizzata da un’unica navata seguita da alti pilastri terminanti con capitelli dorati di ordine corinzio. Nella parte centrale, le due cappelle laterali, una dedicata a San Panfilo e l’altra alla Madonna del Popolo[6] (per la quale la Parrocchia è anche Santuario dedicato al suo nome), disegnano insieme alla navata la forma di una croce latina rovesciata. Il soffitto, decorato con stucchi e rilievi architettonici, è sorretto da archi a sesto ribassato. Ampi e numerosi sono i finestroni sulla cupola e lungo le pareti laterali in modo da ottenere una maggiore ed intensa luminosità. La Cupola, sovrasta la parte centrale della chiesa ed è caratterizzata da un quadrangolo di sculture, di stile classico, raffiguranti i quattro Evangelisti. Sul lato interno della facciata principale, un pronao su colonne sorregge una cantoria in cui vi è un organo donato dal Prelato Saverio De Cesaris nel 1927; è copia perfetta di uno strumento del ‘700 sia nella struttura che nelle sonorità. Il Presbiterio, formato in un secondo tempo, è contraddistinto da un abside semicircolare con un pregiato coro ligneo ed è illuminato da due grandi finestre che si affacciano sulla piazza. Il campanile, con tipica merlatura Ghibellina, si erge su tre livelli, ed è proprio l’ultimo a contenere le cinque campane situate sotto le arcate[7]».

Oltre a questo, tre particolari di notevole interesse attirano l’attenzione del ricercatore.

Il primo lo troviamo sulla parete della cappella settentrionale che è dedicata alla Madonna del Popolo, la cui scultura è custodita all’interno di un’ulteriore cappella racchiusa da una vetrata.

Sulla parete, quindi, ad entrambi i lati della vetrata, si trovano due statue in altorilievo che raffigurano San Giacomo.

La scultura sulla destra mostra l’Apostolo con un mantello aperto sul davanti e, per dirla con Fulcanelli, «sotto al lembo del mantello si distingue un grosso libro chiuso che egli tiene stretto al suo fianco», si può notare che già inizia ad aprirlo con le dita. Nella mano sinistra si trovava il bordone, come dimostra la sua posizione, ma ora è scomparso insieme al pollice.

                                                               Spoltore.jpg (39267 byte) (foto di Marisa Uberti)

Mancano gli altri attributi di questo pellegrino, cioè la conchiglia, la zucca, la bisaccia e lo stesso cappello a larghe tese è stato sostituito con la mitra, o copricapo vescovile. Tuttavia, lui cammina su due libri, uno aperto e l’altro chiuso, ciò è una singolarità che fa di questa notevole raffigurazione un’opera unica, d’eccezionale interesse.

Troviamo qui i tre libri della filosofia di Ermes.

I due libri sui quali cammina l’Apostolo sono quelli che Madonna Natura tiene in mano nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi.

Camminarvi sopra significa percorrere il sentiero della luce o filosofale. Questi due libri, infatti, grazie alla difficoltà di discernimento, permettono al terzo libro (psiche) di aprirsi. Cioè quello che reca sotto il braccio, che come sappiamo bisogna aprire dai suoi sette sigilli.

«Gli Antichi» spiega ancora Fulcanelli «la loro materia la chiamavano liber, libro. Quand’è raffigurato chiuso indica la sostanza minerale grezza».

Per questo motivo l’Apostolo inizia gradualmente ad aprire il suo libro nella prima operazione filosofale, cioè studiando i vari simboli cui, grazie al bordone, emblema dello spirito, riesce a dare la giusta interpretazione.

Il manico del bordone rivela un altro punto particolare, la sua forma è il geroglifico stilizzato della spirale e del cerchio, in questo modo evoca l’evoluzione e il suo principio. Sappiamo che il cerchio è la firma del solvente universale. È il disco solare simbolo del fuoco solare, poiché l’intera Opera si compie grazie alla sua collaborazione, al Sacro che vi influisce.

Inoltre, questa chiesa insegna un particolare importante. Per comprendere questi principi basilari, come sappiamo, era necessario che il pellegrino compisse il suo cammino fino all’altare maggiore, col significato che qui egli riceveva la rivelazione verbale indispensabile per capire. E in questa chiesa, la prima statua che s’incontra tornando dall’altare maggiore, è proprio quella che stiamo studiando.

Tuttavia, quest’importanza dell’Iniziatore passa in secondo piano con l’avvento del futuro Mosè.

Nella statua successiva l’Apostolo è mostrato fermo, con il bordone poggiato alla parete, tenendo, con entrambi le mani, il libro ormai aperto.

Spoltore5.jpg (63199 byte) (foto di Marisa Uberti)

Tutte e due le statue, per dirla con Fulcanelli «portano il mantello da filosofo, e lo tengono aperto per mostrare i differenti emblemi della loro carica. Il nostro viaggiatore, senza alcun dubbio, ha camminato a lungo; eppure il suo sorriso esprime a sufficienza quanto sia felice e soddisfatto d’aver compiuto il suo voto. Perché quest’instancabile camminatore riporta il libro aperto. Questo libro non può essere aperto, cioè compreso, senza una precedente rivelazione. Soltanto Dio, per intercessione del signore San Giacomo, accorda, a coloro che ne giudica degni, il raggio di luce indispensabile».

Lo stesso Virgilio (Georgiche, II, 489) sentenzia in proposito:

«Felice colui che ha potuto penetrare l’essenza delle cose».

Jean Lallemant, in uno dei cassettoni del suo palazzo di Bourges vi ha scolpito, segnala Fulcanelli, «un libro aperto divorato dal fuoco».

Bellissima immagine della psiche che arde della sua stessa luce. «Questa operazione deve essere compiuta» insiste Fulcanelli, «essa consiste nell’estrarre la luce dalle tenebre».

«La Vergine nera» scrive Paolo Lucarelli «quando, dopo l’Annunciazione, penetrata dallo Spirito, è diventata bianca, cioè è divenuta la nostra terra bianca fogliata, la si vede pudica dinanzi all’Arcangelo, con la mano che poggia su un libro aperto[8]».

A questo punto il pellegrino abbandona il bordone, poiché non ne ha più bisogno, e si accinge a compiere le ultime due operazioni dell’Opera filosofale. Fulcanelli ricorda «all’artista la necessità delle tre ripetizioni dello stesso procedimento, sul quale abbiamo più e più volte insistito».

  Il secondo particolare lo troviamo all’interno della cappella meridionale.

Qui, in un enorme quadro è raffigurato San Panfilo benedicendo o predicando ad alcuni devoti. A destra e a sinistra del quadro, scolpiti sempre in altorilievo sulla parete, s’incontra ancora due statue. Queste non possiedono una procedura come le altre, e il mistero che qui si cela «non doveva svelarsi mai, né perfino nella trasmissione orale del Maestro al discepolo, prima che l’artista non l’avesse scoperta con l’osservazione minuziosa del suo crogiolo e della Natura[9]».

Resta sempre, per usare le parole di Fulcanelli, quel «privilegio esclusivo di Dio e, quindi, non comunicabile con un linguaggio chiaro, ma è permesso solo un linguaggio con il velo della parabola, dell’allegoria, dell’immagine e della metafora».

Anche queste due sculture sono delle opere uniche che arricchiscono questa chiesa e fanno onore allo sconosciuto Adepto che li concepì.

La prima scultura rappresenta un vecchio Saggio che, avvolto in un ampio mantello, regge col braccio sinistro un grande libro aperto. Il braccio destro è sollevato con l’indice alzato in atteggiamento d’istruzione. Tuttavia, l’attenzione del vegliardo appare totalmente catturata da una tromba scolpita che sembra uscire dalla parete. Ai suoi piedi si trova un blocco di roccia sul quale poggia il piede destro, e un cappello da donna a fianco del piede sinistro.

Spoltore6.jpg (48349 byte) (foto di Marisa Uberti)

 La tromba è il geroglifico del Giudizio Universale che squilla per svegliare. Il vecchio Saggio, quindi, è l’immagine emblematica del futuro Mosè.

«È colui che resta per il mondo intero l’annunciatore del risveglio alchemico, il pioniere del grande ritorno alla conquista del Teson d’oro e dei non meno preziosi pomi del Giardino delle Esperidi». Cioè, quel Bors che, come abbiamo visto, «è venuto a portare testimonianza alla verità del mistero stesso», e «con un dettaglio e una precisione mai visti prima».

Ricordiamo, inoltre, che di lui è scritto che è «il più ricercato da tutti e il più amato che sia nato ai nostri tempi». Poiché «spinge la spiegazione dei particolari della pratica molto più in là di ogni altro, volendo essere, con questo, caritatevole nei riguardi dei ricercatori, suoi fratelli, e per aiutarli a vincere queste faticose cause di forzato arresto».

Questa è la ragione per cui è raffigurato con un unico libro aperto, in questo modo egli raccoglie i due libri della scienza (aperto e chiuso), secondo il principio che un libro che non insegna nulla è inutile e vano. Come abbiamo detto, la sua testimonianza è tale da sostituire la rivelazione verbale. Per questo motivo gli è assegnato l’importante seggio alla Tavola Rotonda:

«Questo vi appartiene perché ne siete degno più di tutti quelli che si trovano qui».

  Passiamo a parlare del masso sul quale poggia il piede destro.

Conosciamo assai bene, ormai, ciò che rappresenta questo blocco roccioso e informe.

«Prima che fosse tagliata, per servire di base per l’opera d’arte gotica, come per l’opera d’arte filosofale» spiega Fulcanelli «questa pietra ancora grossolana era lavorata per raffigurare l’immagine del diavolo».

Cioè, quello capace di spendere ogni anno nel mondo per gli armamenti «750 miliardi di dollari. Questa cifra è cinque volte il debito dei 40 paesi più poveri[10]».

I poeti greci raccontano che l’Idra, il mostro mitologico dalle molte teste, con il suo respiro avvelenava le acque e distruggeva i campi.

«Se siete dei nazionalisti convinti» dice Krishnamurti «avrete tutto il potere che serve per uccidere gli altri. Guardate che cosa fate! Un’illusione può dare un’enorme vitalità e la forza di fare cose straordinarie. Guardate che cosa stanno facendo l’America, la Russia, l’India e tutti gli altri Paesi. Hanno un’enorme fede nel loro Paese, si sentono tremendamente attaccati alla loro nazione e stanno costruendo un mondo tecnologico sempre più potente per distruggere gli altri, i quali a loro volta stanno facendo esattamente la stessa cosa.

La grande energia non viene con l’illusione o la fede; viene portata dalla chiarezza, attraverso una mente capace di vedere chiaramente; e quella chiarezza non è discontinua, non va e viene.

Quando vedete qualcosa chiaramente — per esempio che il nazionalismo è la cosa più distruttiva del mondo — non ci tornate più sopra. E l’esservi tolto quel peso di dosso, vi dona vitalità, energia, forza».

Affinché quel blocco informe possa avere una simile chiarezza, come sappiamo, bisogna versarvi sopra l’acqua della rivelazione. La rivelazione di quella scienza che è sovrana assoluta dell’intera cultura e dimora della saggezza e del sapere, alla quale il demonio dovrà sottostare, come sottostà al piede destro del futuro Mosè.

Per questo fondamentale motivo, poi, affermano gli Araldi, «il cavaliere del Santo Graal siede alla destra di Mosè».

A questo punto, quel blocco informe, la nostra pietra, diverrà quella di paragone. E come recita il vecchio adagio: «L’uomo ha la pietra di paragone per saggiare l’oro, ma l’oro è la pietra di paragone per saggiare gli uomini», allo stesso modo l’oro filosofico proverà la saggezza degli uomini.

L’anonimo Adepto di Dampierre, nel cassettone numero due della prima serie, fa pure riferimento a quest’oro.

«Una torre, come quella di una fortezza» scrive Fulcanelli «costruita sugli spalti, incoronata da merli e piombatoi, provvista di feritoie e coperta da una cupola, ha una finestra stretta e difesa da sbarre ed una porta solidamente sbarrata. Questo edificio, dall’aspetto poderoso e dissuasivo, è investito dalla pioggia che cade dalle nuvole e che è indicata dall’iscrizione come una pioggia d’oro:

 

.AVRO. CLAYSA. PATENT.

 

L’oro apre le porte chiuse. Tutti lo sanno. Ma questo proverbio, la cui applicazione si ritrova alla base del privilegio, del favoritismo e di tutte le ingiustizie, non potrebbe avere, nelle intenzioni del Filosofo, il senso figurato che gli conosciamo. Qui non si tratta d’un oro corruttore, ma piuttosto dell’episodio mito-ermetico che contiene la favola di Giove e Danae. I poeti raccontano che questa principessa, figlia del re di Argo, Acrisio, fu rinchiusa in una torre perché un oracolo aveva annunciato a suo padre che sarebbe morto ucciso da suo nipote».

Come si sa, benché rinchiusa, Giove la fecondò trasformandosi in pioggia d’oro.

In altre parole il Saggio di Dampierre ha voluto dire che l’illuminazione apre le menti chiuse, per quanto “dissuasive” possano apparire.

«Deve avere un effetto, lo deve avere». Dice Krishnamurti «Perché la luce deve avere effetto sull’oscurità».

Senz’altro è questo il luogo per parlare di una discussione avutasi tra chi scrive e Ivo Nardi (il titolare del sito www.riflessioni.it,n.d.r.)

 cioè sulla difficoltà di comprensione della scienza antica anche se rivelata. Fulcanelli scriveva al riguardo:

«I poeti greci ci raccontano che “Zeus fu così contento del sacrificio fatto in suo onore da Frisso che volle che tutti quelli che avessero posseduto il Vello d’Oro vivessero nell’abbondanza finché lo conservavano presso di sé, e che, però, fosse permesso a tutti di tentare di conquistarlo”. Si può essere certi, senza paura di sbagliare, che quelli che approfittano di questa autorizzazione non sono affatto numerosi. E non perché il compito sia impossibile né particolarmente pericoloso — perché tutti quelli che conoscono il drago sanno anche come vincerlo — ma la grossa difficoltà sta nell’interpretazione del simbolismo».

Infatti, si tratta di un ambito inesplorato e perciò sconosciuto, come ricorda il profeta Isaia (LX, 2): Ecce tenebrae operient terram et caligo populos (ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni).

Però, una volta rivelato, è ovvio che pure un bambino è in grado di comprendere il significato della Heel Stone, dei portali delle cattedrali, dei labirinti scolpiti sui pavimenti delle chiese, ecc. Il nocciolo della questione è che la si osserva troppo superficialmente o, per dirla filosoficamente, con gli occhi appesantiti dal sonno…

«Se non lo si desidera sinceramente» scriveva il cardinale Cusano «si ha il divieto di svelare. I segreti della Sapienza non sono rivelabili a chiunque. Non so se sia permesso rivelare segreti così grandi e se sia facile svelare profondità così alte».

Nei misteri del Santo Graal si legge che «i segreti del sacramento non debbono rivelarsi che a colui cui Dio ha dato la forza a tanto».

Anche Jacques Tesson scriveva che «dobbiamo stare attenti a chi doniamo, e sapere chi dobbiamo confortare, tra coloro che sono inermi e colpiti da malattie che affliggono la specie umana. Somministra questa potente medicina solo se sei ispirato da Dio, che vede tutto, conosce tutto, ordina tutto».

A tutto ciò possiamo aggiungere pure il vecchio aforisma: «Quando il discepolo è pronto, il maestro appare».

In altre parole, tanto più l’uomo non era interessato a queste cose, tanto più la stessa esistenza dell’antica scienza restava al di là di ogni sospetto. Come lasciò scritto qualcuno:

«Questa si vendica dell’ignoranza degli uni e della scempiaggine degli altri, conservando il suo segreto».

Ma se queste cose andavano bene ai tempi dell’ingenuo e ignorante uomo medioevale, diventano inaccettabili nella nostra epoca. Ora possiamo soltanto meditare queste parole del Cristo riportate da San Giovanni (IX, 39):

In iudicium ego in hunc mundum veni, ut, qui non vident, videant, et, qui vident, caeci fiant.

(Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi).

Il significato è uguale al passo di San Paolo che è stato ben spiegato da Fulcanelli sulla distruzione del sapere dei sapienti, e per questo diventano ciechi; mentre coloro che non vedono devono imparare a vedere.

In altre parole o siamo ancora persone medievali o moderne. Chi scrive, la forma del diavolo, del soggetto grossolano, ecc., lo preferisce alla figura del Carnevale. Nella voce popolare si dava del Carnevale all’individuo indolente, privo di serietà, che dice una cosa e ne fa un’altra. Questo tipo di persona era soltanto preso in giro dai Saggi, come abbiamo avuto modo di vedere più volte.

Nel giorno di Carnevale si usa tuttora mangiare delle frittelle denominate chiacchiere. Queste chiacchiere non sono soltanto «le carnevalesche concioni elettorali», della voce popolare, ma qualcosa di molto più profondo, giacché l’uomo attuale, nonostante gli enormi mezzi a disposizione, non riesce ancora a distaccarsi dalle sue inseparabili compagne, vale a dire: la guerra, la povertà e la fame. Tutto si riduce in chiacchiere.

Per avere meglio un’idea dell’uomo medievale, preciseremo qui quelle formule miracolose che s’insegnavano, s’imparavano e si rinnovavano a mezzanotte in punto della notte di Natale. Questo rito, per quanto possa sembrare incredibile, si è protratto fino al XX secolo, e forse c’è chi lo costuma tuttora.

Erano veri tipi di rituali tipicamente tribali, più o meno identici a quelli che di solito si vedono nei documentari.

Per prima cosa tutte le formule dovevano essere recitate in silenzio, cioè nel segreto. Vediamone alcune.

Contro la grandine o il temporale.

Una persona doveva prendere una falce e con questa, rivolgendosi verso la nube portatrice di temporale, doveva fare il gesto di tagliarla, mentre ripeteva queste parole strampalate:

Storni e stornacchie, dove vai con quell’acqua? Vengo da San Marco. San Marco non farla venire che San Pietro sta a dormire. Alzati San Pietro e mettiti una mano in fronte. In fronte che ci tengo? Quest’acqua che non venga. Né oggi, né domani e nemmeno per le feste di Natale[11]

Contro i dolori del torace.

Al riguardo dei dolori al torace, strappi muscolari, ecc., il paziente doveva appendersi a un ramo di fico nero, per tre volte di seguito in tre mattine consecutive, ripetendo ogni volta:

Muscoli che pianti la vigna, che zappi, che alzi la vite con la canna, alzatemi per l’insù. Santo Liberato risalili tu.

Contro l’emicrania.

Per evitare il mal di testa bisognava tagliarsi un po’ di capelli ogni primo venerdì dei primi tre mesi dell’anno.

Se poi il mal di testa arrivava comunque, la causa era senz’altro dell’invidia che generava il malocchio. Pertanto si faceva piccoli segni di croce sulla parte dolorante e si recitava per tre volte questa formula magica:

Due occhi ti hanno guardato e due santi ti hanno aiutato, in nome di Dio e di Santa Maria l’invidia se ne va via. In nome di Dio e di San Bastiano io ti tocco e Dio ti sani.

C’erano altri rituali per sconfiggere il malocchio. Si dovevano prendere nove chicchi di ceci nella mano sinistra e passarle intorno al capo. Oppure si faceva cadere tre gocce d’olio nell’acqua contenuta in un certo vaso.

Contro l’erisipela.

L’erisipela era un’infezione cutanea contagiosa, a chiazze rosse migranti, provocata da streptococchi. Per toglierla era necessario che il guaritore disponesse di un piattino pieno d’olio e una piuma di gallina nera[12], con la quale ungeva la parte malata recitando per tre volte questa formula magica:

Gesù Cristo per il mare andava e l’erisipela incontrò. Le disse: — Erisipela avvelenata dove vai? — Vado addosso all’uomo per fargli fare notte e giorno come un cane. — Prendete l’erisipela e ammazzatela. — Non mi ammazzate, e nemmeno in fondo al mare mi gettate. Un bel segreto vi voglio imparare: prendete l’olio del verde ulivo, la lana pecorina e la piuma della gallina nera. In nome di Dio e di tutti i santi, possa andare indietro e non possa andare avanti. In nome di Dio e di San Bastiano io ti tocco e Dio ti sani.

Contro il mal di denti.

Con la punta di un coltellaccio da cucina si faceva piccoli segni di croce sul dente dolorante e, implorando Sant’Apollonia, si recitava sempre per tre volte:

Sant’Apollonia che viene dalla Francia, con il dente in cima alla lancia. Se è il dente se ne possa andare, se è il verme si possa morire.

Basta così, poiché la lista è lunga.

Come si vede gli antichi Saggi si divertivano proprio con la gente medievale. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che non esistevano cure specifiche in quel tempo. Non c’erano pillole, fisioterapie, odontoiatri, ecc. I medici di allora erano soliti ripetere che da parte loro curavano con tutta scienza e coscienza.

I Saggi, quindi, ricorrevano a un sistema naturale del quale abbiamo parlato altrove. Siccome non c’era assolutamente niente, quella misteriosa energia che a volte si realizza grazie a una profonda fede, era l’unica e senza dubbio sempre la migliore medicina.

Un caso assai recente lo troviamo su questo stesso sito:

«Una volta sperimentai sulla mia persona il potere taumaturgico del Gange. Ero a Benares ed avevo un bubbone molto doloroso nel collo. Dopo aver cercato invano in farmacia una pomata che lenisse il dolore, decisi di fare il bagno devozionale nel Gange, come ero solito allorché arrivavo in quella città. Non appena mi immersi il dolore sparì ed anche il bubbone guarì[13]».

Torniamo alla statua che stiamo studiando, e prestiamo ora la nostra attenzione al cappello da donna.

«Il cappello» spiega Canseliet «è il caput, cioè la terra nera e innalzata sull’acqua bianca al momento della prima separazione».

Siccome il cappello, qui, è da donna, rivela chiaramente la natura della materia filosofale, della madre senza macchia. Non dimentichiamo che la parola “donna” era un titolo riservato alle nobildonne e alle signore di riguardo.

Col cappello da donna, insomma, l’ignoto Adepto ha voluto raccomandare all’umanità il grande impegno che dovrà assumere, perché, avverte pure Fulcanelli, «qualunque cosa si faccia o si voglia tentare, lo spirito non resterà mai stabilmente in un corpo immondo o purificato insufficientemente».

Quel che conta è che il blocco roccioso diventi la pietra di paragone. Infatti, quale più potente incentivo, per chi si piega superficialmente alla comprensione, avere intorno chi si applica più di lui? Poiché, ormai, il Signore ha sguainato la spada ed essa non rientrerà più nel fodero, come ricorda Ezechiele (XXI, 10): (Ego Dominus eduxi gladium meum de vagina sua irrevocabilem).

La seconda statua mostra un uomo d’aspetto giovane col capo coperto da un galea. Con la mano destra trattiene i lembi del mantello che l’avvolge, mentre la posizione della mano sinistra rivela che doveva reggere un libro, ma anche questo è scomparso. Scolpito nella parete sulla sua destra c’è una colomba raffigurata in volo e, particolare curioso, sembra intenta a parlargli all’orecchio. Ai suoi piedi si trova un vaso chiuso la cui sommità è sormontata da una croce.

Spoltore7.jpg (65791 byte) (foto di Marisa Uberti)

«Quest’opera d’arte» per usare le parole di Fulcanelli «presenta alcune particolarità notevolissime, dovute al genio cabalistico, alla vasta scienza del loro autore. La cosa che lo caratterizza esotericamente è soprattutto il suo casco».

Ossia, la galea degli antichi Romani. È l’homo galeatus della scienza antica, «armato di galea (casco, elmo di pelle)[14]».

«Perché ricopre la testa e protegge il cranio», prosegue Fulcanelli, in modo che la sua testa sia protetta da qualsiasi influenza esteriore. Questo gli permette di ascoltare la colomba che, come si sa, raffigurata in volo è l’emblema dello Spirito Santo, Luce del mondo, e ricorda che la scienza è detta dono di Dio.

Qui si trova la luminosa rivelazione del Cristo secondo San Giovanni (XV, 26):

Cum autem venerit Paraclitus, quem ego mittam vobis a Patre, Spiritum veritatis, qui a Patre procedit, ille testimonium perhibebit de me.

(Quando verrà Paracleto, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza).

Nei misteri del Santo Graal, si dice di costui:

«Abbiamo la certezza che egli sappia perfettamente quando si parla di lui. Siamo sicuri che quest’uomo possa dire e fare ciò che né noi né alcun altro essere vivente è in grado di dire e di fare. In verità, è lui che si prende gioco di noi: ci farà sapere chi è realmente solo quando lo vorrà!».

Questo personaggio che ascolta la Divina colomba è quello profetato da Isaia (XLII, 1 e segg.):

Ecce servus meus, suscipiam eum; electus meus, complacet sibi in illo Anima mea; dedi Spiritum meum super eum, iudicium gentibus proferet. Non clamabit neque vociferabitur, nec audietur vox eius foris. Calamum quassatum non conteret et linum fumigans non exstinguet; in veritatem proferet iudicium. Non languebit nec frangetur, donec ponat in terra iudicium; et legem eius insulae exspectant.

(Ecco il mio servo che io sostengo; il mio eletto, in cui si compiace l’Anima mia; ho messo il mio Spirito sopra di lui, ne uscirà per le genti una rivelazione. Non discuterà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce. La canna infranta non spezzerà e non spegnerà il lucignolo fumigante; insegnerà la giustizia secondo verità. Non verrà meno e non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole).

Questa sua dottrina, naturalmente, è la rivelazione delle scienze e dei misteri sacri. Il libro che doveva tenere nella mano sinistra, è quello annunciato sempre da Isaia (XXIX, 18):

Et audient in die illa surdi verba libri, et de tenebris et caligine oculi caecorum videbunt.

(In quel giorno i sordi intenderanno le parole del libro e, liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno).

 Purtroppo il libro della rivelazione ora non c’è più, tuttavia, è confermato dal mantello trattenuto con la mano destra. Infatti, questo gesto svela che egli può rivelare a chi vuole, poiché nessun giuramento lo impegna. L’umile mantello del filosofo che copre il segreto è trattenuto soltanto dalla sua volontà.

È quanto rivela il Cristo tramite San Matteo (XI, 27):

Omnia mihi tradita sunt a Patre meo; et nemo novit Filium nisi Pater, neque Patrem quis novit nisi Filius et cui voluerit Filius revelare.

(Ogni cosa mi è stata data dal Padre mio; e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare).

Passiamo, ora, all’interpretazione del vaso posto ai suoi piedi. Oltre alla croce sulla sua sommità, esso risulta fasciato da tre bande nelle quali sono incise delle losanghe segnate ognuna da un punto in rilievo.

Anche Jean Lallemant, nel suo palazzo di Bourges, aveva riportato lo stesso simbolismo nella raffigurazione di San Cristoforo, cioè colui che porta il Cristo, Xristoforos, e per la precisione nella sua cintura.

«È proprio questa cintura» scrive Fulcanelli «che conferisce a San Cristoforo il suo vero carattere esoterico, poiché è trapunta secondo linee incrociate, simili a quelle che si vedono sulla superficie del solvente quando è stato preparato canonicamente. Questo è il segno, che tutti i Filosofi riconoscono per indicare, esteriormente, la virtù, la perfezione e l’estrema purezza intrinseche della loro sostanza mercuriale. Questa disposizione geometrica sussiste ed appare con maggiore definizione quando si è messo a sciogliere l’oro nel mercurio, per portarlo al suo stadio primitivo, quello di oro giovane o ringiovanito, in una parola di oro bambino».

Quest’oro bambino, ripetuto per tre volte, secondo quanto indica le bande, permette di compiere l’Opera; ciò è confermato dallo stesso vaso che, chiuso alla sommità, è l’immagine del mondo ermetico sormontato dalla croce e simbolo della Pietra Filosofale realizzata.

Il significato, dunque, è che l’intera rivelazione consiste nel come compiere la Grande Opera. Questa rivelazione apre il libro ermetico o la mente. Cosa che caratterizzerà l’uomo nuovo o dell’Età dell’Oro.

Facciamo notare, ora, un particolare assai importante, cioè che è assente, in questo gruppo scultorio, la figura del primo Precursore, Elia, il profeta annunciato da Malachia (III, 23-24):

Ecce ego mittam vobis Eliam prophetam, antequam veniat dies Domini magnus et horribilis; et convertet cor patrum ad filios et cor filiorum ad patres eorum.

(Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri).

Costui possedeva «quell’Intelligenza immensa, quell’energia, e doveva operare a un livello molto superiore di quanto si possa immaginare, il che coinvolge la coscienza di coloro che vivono nell’oscurità».

In altre parole, «egli rende possibile l’attività dell’Immensità nella coscienza dell’umanità nel suo complesso, il che, senza di lui, non sarebbe stato possibile».

La sua assenza tra le statue che stiamo studiando, tradizionalmente voluta, esalta la sua personalità assolutamente al di fuori di qualsiasi forma esoterica.

E non è forse questo gruppo allegorico, del Messia e dei due Precursori, uno presente e l’altro assente, il posto più indicato per mettere la frase detta con voce piena di rammarico da Elia?

«Io non ci sono più!».

Purtroppo, come sappiamo, era destino che lui non fosse presente quando sarebbe stato aperto il tesoro ermetico, giacché tale compito non dev’essere per una Lucerna Ardens. Tuttavia è bene che i figli di Elia meditino su quanto egli dice loro tramite San Giovanni (I, 26-27):

Medius vestrum stat, quem vos non scitis, qui post me venturus est.

(In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me).

Quindi è uno di loro. Uno che ha sollevato da solo la pietra grazie al suo insegnamento (virtù del suo profumo e parole pronunciate). Perché era necessario che si adempisse ogni giustizia, come ricorda San Matteo (III, 15):

Sine modo, sic enim decet nos implere omnem iustitiam.

(Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia).

Qui sta la chiave che permette di comprendere i due vergini destinati a sedersi sui due seggi vuoti alla Tavola Rotonda. Come lo stesso Elia ha detto a colui che viene dopo di lui:

«Noi siamo destinati ad alto onore». Parafrasando l’antica e ben nota profezia, cioè che «i due seggi sono destinati a uomini degni del più alto onore».

In questo modo per i figli di Elia sarà più facile comprendere queste parole del Cristo riportate da San Luca (VII, 22-23), cioè di quanto bisogna dire a Giovanni e, per estensione, ad essi stessi:

Euntes nuntiate Ioanni, quae vidistis et audistis: caeci vident, claudi ambulant, leprosi mundantur et surdi audiunt, mortui resurgunt, pauperes evangelizantur; et beatus est, quicumque non fuerit scandalizatus in me.

(Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella; e beato è chiunque non si scandalizzerà di me).

  Ora, siccome ci troviamo in questo ambito sacro e profetico, è utile riportare qui pure una profezia di Fulcanelli:

«Bisogna aspettare con sangue freddo l’ora suprema; quella del castigo per molti, del martirio per qualcuno».

E, quella recente degli Araldi:

«Colui che doveva arrivare è arrivato, e metterà tutto a ferro e fuoco, e il Tevere si tingerà di rosso».

Confermando, così, la profezia di Michea (V, 8):

Exaltabitur manus tua super hostes tuos, et omnes inimici tui interibunt.

(Si alzi la tua mano sopra i tuoi avversari e tutti i tuoi nemici siano sterminati!).

Anche se non sarà lui personalmente, come gli viene detto:

«Tu sarai testimone dell’ira di Dio».

Che è, poi, la stessa profezia che troviamo nei Salmi (XC, 8):

Verumtamen oculis tuis considerabis et retributionem peccatorum videbis.

«Basta che tu guardi, e con i tuoi occhi vedrai il castigo degli empi».

Lo stesso Cristo conferma tramite San Giovanni (XII, 31-32):

Nunc iudicium est huius mundi, nunc princeps huius mundi eicietur foras; et ego, si exaltatus fuero a terra, omnes traham ad meipsum.

(Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me).

Questa elevazione, come abbiamo visto, è quella annunciata dal profeta Isaia (LII, 13):

Ecce prospere aget servus meus; exaltabitur et elevabitur et sublimis erit valde.

(Ecco, il mio servo prospererà; sarà esaltato, elevato e reso sommamente eccelso).

Era necessario che queste profezie fossero annunciate, perché se è vero che non è nelle umane facoltà scongiurarle, è anche vero che certe “aquile” possono evitarle e farle evitare a molte altre. Questo non significa abbandonare Roma, che è la stessa cosa, ma venire incontro alla scienza o, che è più esatto, venire incontro a Dio.

«Ascoltare il richiamo di quell’Immensità».

Così diceva Krishnamurti in un dialogo con lo scienziato David Bohm, e aggiunse:

«E quell’Immensità è l’Universo intero. Non posso fare a meno di pensare che questo deve pure avere un qualche effetto straordinario sulla società.

Bohm — Così l’Immensità può dirottare il corso dell’uomo. L’individuo non può farlo.

Krishnamurti — Sì, l’individuo non può farlo. Ovviamente.

Bohm — Così lei reputa possibile che quell’Immensità possa dirottare il corso dell’umanità lontano dal pericoloso sentiero che sta imboccando?

Krishnamurti — Sì, lo penso. Ma per dirottare il corso della distruzione dell’uomo, qualcuno deve ascoltare. Giusto? Qualcuno — dieci persone — devono ascoltare!».

Per questo, chi non vuole ascoltare, per usare le parole di Fulcanelli, «richiama su di sé la giustizia Divina e s’accorge d’essere necessariamente da essa condannato».

Infatti, quei guai non sono altro che quelli già annunciati dalle Scritture, con particolare riferimento agli invitati recalcitranti: gli scribi e i dottori della legge.

San Matteo (XXIII, 13):

Vae autem vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia clauditis regnum caelorum ante homines! Vos enim non intratis nec introeuntes sinitis intrare.

(Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci).

San Luca (XI, 52):

Vae vobis legis peritis, quia tulistis clavem scientiae! Ipsi non introistis et eos, qui introibant, prohibuistis.

(Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito).

San Giovanni (IX, 41) chiarisce ancora meglio con queste parole del Cristo:

Si caeci essetis, non haberetis peccatum. Nunc vero dicitis: “Videmus!”; peccatum vestrum manet.

(Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”; il vostro peccato rimane).

  •   Riassumendo. Ciò che caratterizzava originariamente i due gruppi scultorei erano i libri, l’autore volle estenderli anche a precisi riferimenti profetici. È un inno alla conoscenza, la glorificazione della scienza antica: il suo trionfo.

Inoltre, nella cappella settentrionale è esposta l’allegoria dei procedimenti per la realizzazione della Grande Opera, e nella cappella meridionale è svelata la tradizione del Chiliasmo. Non si poteva meglio esporre la teoria di Ermes parallelamente alla teoria dell’Età dell’Oro. In questo modo, l’intera chiesa rivela l’alta scienza nella sua integrità.

Il terzo particolare si trova nello stesso lato della navata in cui è velato il millenarismo.

In una piccola cappella appena vicino l’ingresso vi è custodita, racchiusa in un’edicola, la statua della Mater Dolorosa, come dice la scritta che la sovrasta. Il capo, coperto da un velo nero, è sovrastato da una corona. Le braccia sono leggermente aperte e portate un po’ in avanti per esprimere sconforto. Il vestito è nero con ricami dorati, coperto da un mantello dello stesso colore e aperto sul davanti, in modo da mostrare una spada che le trafigge il petto, mentre lei si strugge dal dolore. A conferma delle sue lacrime, un fazzoletto bianco è posto nella mano destra.

Spoltore2.jpg (51383 byte) (foto Marisa Uberti)

Come si sa, l’aspetto struggente della Mater interpreta sia la mortificazione della materialità a beneficio della spiritualità, sia il Giglio tra le spine (Lilium inter spinas) della croce terrestre.

Spesso la Mater Dolorosa è rappresentata trafitta da tre o sette spade secondo la numerologia mistica. Quando è presentata trafitta da una sola spada si interpreta la profezia di Simeone riportata da San Luca (II, 35), e in questo modo rivela la segreta individualità d’una seconda figura, abilmente dissimulata sotto l’aspetto e gli attributi della prima. È il mistero delle due madri della tradizione del Chiliasmo. Così, sotto il velo esteriore di espressione di disperazione della prima si è iniziati ai segreti della seconda, e questa non è altra che la regina del mondo (Regina Mundi) che viene espressa addolorata allo stesso modo secondo l’antica profezia che le dice:

Tuam ipsius animam pertransiet gladius ut revelentur ex multis cordibus cogitationes.

(A te stessa una spada trapasserà l’anima, affinché siano rivelati i pensieri di molti cuori).

Questi “pensieri” fanno capo a situazioni talmente particolari che, anche se non rari, sono impensabili per le altre persone, e restano una realtà solo per chi li vive.

Con questa seconda figura, il vestito nero perde il significato del lutto ermetico o morte mistica, e assume quello della Madonna nera, della psiche vergine, con tutte le sue caratteristiche.

Di questa futura regina si parla nei Salmi, (XLV, 10):

Astitit regina a dextris tuis ornata auro ex Ophir.

(Alla tua destra sta la regina, adorna d’oro di Ofir).  

In questo modo scopriamo che i predestinati devono essere sia un uomo sia una donna.

Ne Il ramoscello d’oro, leggiamo che un Principe mentre si trovava all’interno di una galleria, «posò gli occhi sulle vetrate e si accorse ch’erano dipinte di figure a così vivi colori e così ben disegnate che, avendo lui un gusto particolare per le opere d’arte, si attardò a guardarle; non riusciva però a capire cosa significassero, trattandosi di storie accadute molti secoli prima; fu colpito tuttavia nel vedere un uomo che gli rassomigliava tanto, ma tanto, da sembrare il suo stesso ritratto. Quest’uomo cercava nel muro, dove trovava un cava-stoppa d’oro, con il quale apriva un grande stipo. Sulla maggior parte dei vetri egli vedeva sempre il suo ritratto.

“Come mai”, si diceva, “mi hanno dato la parte di quel personaggio, a me che a quei tempi non ero ancora nato?”.

Vedeva poi sui vetri una bella fanciulla con un viso così regolare e una fisionomia così intelligente che egli non si stancava di guardarla. Insomma, vi erano raffigurate mille cose diverse, e ogni passione vi era espressa così bene che quelle immagini, create soltanto dal contrasto dei colori, sembravano vive e parlanti».

Vale a dire profetiche. Va da sé, poi, che il cava-stoppa d’oro e il grande stipo, indicano la chiave con la quale dovrà essere aperto il tesoro ermetico. Infatti, leggiamo ancora che il Principe «per l’appunto trovò un cava-stoppa d’oro finemente lavorato. Non sapeva ancora a quale scopo potesse servirgli, quando scorse in un angolo della stanza un vecchio stipo di legno tutto tarlato. Voleva aprirlo ma non riusciva a trovare nessuna serratura; guardava da ogni parte ma era tutta pena sprecata. Alla fine vi scorse un forellino, e sospettando che il cava-stoppa potesse essergli utile lo infilò lì dentro; poi, tirando con forza, aprì lo stipo. Tanto era brutto e vecchio all’esterno, altrettanto all’interno era bello e raffinato; tutti i suoi cassetti erano fatti di cristallo di rocca intagliato, o d’ambra, o di pietre dure; se ne apriva uno, e se ne scoprivano degli altri, più piccoli, sopra, sotto, di qua, di là o in fondo, separati l’uno dall’altro da piccole pareti di madreperla. Si alzava la madreperla, si tiravano i cassettini: e si scoprivano stemmi, corone, miniature meravigliose».

Quindi, nonostante appaia vecchia e tarlata all’esterno, nel suo interno la scienza ermetica si manifesta in tutto il suo splendore. Rivelando tutte le sue ricchezze e le sue infinite risorse.

Comunque, come vediamo, la predestinazione del Principe è intimamente legata pure alla predestinazione della Principessa. È questo un particolare omaggio che l’Eterno fa alla donna.

Eppure, sorpresa nella sorpresa, la Mater Dolorosa personifica non una, ma più damigelle destinate a fare la loro comparsa nel tempo dell’Età dell’Oro, in modo che possano vivere «ogni passione e mille cose diverse», come annunciate dalla favola.

In un passo dei misteri del Santo Graal si accenna a quattro fanciulle, anche se il numero è superiore, ma sono proprio loro a determinare questa parte del Chiliasmo.  

«Udite quel che portava ciascuna di queste quattro accorte fanciulle. Tre di loro recavano sulle candide mani vino di more, vino d’uva e chiaretto. La quarta, un’accorta fanciulla, portava sopra una tovaglietta bianca dei frutti, di quelli di Paradiso; e questa s’inginocchiò davanti a lui. Egli la invitò a sedere, ma ella disse:

“Lasciate ch’io adempia coscienziosamente al mio servizio, se no sareste privato del servizio che il mio Signore ha predisposto per voi”».

Naturalmente lei si rivolge a colui che è destinato a sedersi sul Seggio Periglioso. Ne Le mille e una notte è Dio stesso a rivolgersi al predestinato affinché trovi una fanciulla degna da condurre a Lui.

«Una fanciulla che sia al quindicesimo anno di età, che non abbia mai conosciuto alcun uomo, e che non abbia mai avuto desiderio di conoscerne. È necessario che la sua bellezza sia perfetta, e che tu sia talmente padrone di te stesso da non concepire nessun desiderio di possederla, mentre la condurrai da Me.

Ti consegnerò uno specchio, che darà un giudizio più sicuro delle tue impressioni. Appena avrai visto una fanciulla di quindici anni perfettamente bella, non avrai che da guardare nello specchio, dove vedrai riflessa la sua immagine. Il cristallo si conserverà puro e chiaro se la fanciulla sarà casta, se, al contrario, il vetro diventerà opaco, sarà un segno che la fanciulla non sarà stata sempre saggia, o almeno avrà desiderata non esserla».

   Anche i tre protagonisti che portano a termine l’avventura nei misteri del Santo Graal: Bors de Ganis, Percival e Galahad, s’incontrano con la fanciulla predestinata su una nave che «era drappeggiata di seta bianca tanto dentro che fuori».

Naturalmente, questo dentro e fuori non si tratta della forma diplomatica dell’esoterismo, la seta bianca indica la purezza, la quale è importante sia in sé (dentro), sia illuminante (fuori). E affinché tutto avvenga alla luce del sole è assicurato da Percival che è già sulla nave, mentre a Bors è detto:

«Bors, alzati e vattene da qui. Lascia la compagnia dei tuoi fratelli, incamminati verso il mare, perché Percival ti attende là.

Giunto sulla riva, vide una nave tutta ricoperta di seta bianca. Salì a bordo e immediatamente il vento, colpendo la vela, sospinse la nave a una tale velocità che sembrava volasse sulle acque. Appoggiato al bordo dormì fino all’alba.

Quando si svegliò vide di fronte a sé un cavaliere tutto armato, a eccezione dell’elmo. Dopo averlo guardato per un po’, riconobbe Percival il Gallese e corse ad abbracciarlo con gioia. Così i due amici erano riuniti, come Nostro Signore aveva voluto, e attendevano le avventure che Dio avrebbe inviato loro. Percival disse che, perché si compisse la promessa che gli era stata fatta, mancava soltanto Galahad».

Come sappiamo, Galahad dimora in un’abbazia, simbolo di vita ritirata o iniziatica. Egli è ospite di un eremita, personificazione della scienza ermetica. Durante la notte, «una damigella bussò alla porta e chiamò Galahad. L’eremita chiese chi fosse che voleva entrare a quell’ora: “Sono una damigella che desidera parlare con il cavaliere che voi ospitate. Ho un grande bisogno di lui”. L’eremita svegliò Galahad e gli disse: “Messer cavaliere, c’è una damigella che vi vuole parlare e che sembra avere grande bisogno di voi”. Galahad si alzò e le chiese che cosa desiderasse. “Galahad”, disse lei, “io desidero che voi vi armiate, montate in sella e mi seguiate. Vi prometto di mostrarvi il più straordinario prodigio che mai cavaliere abbia incontrato”. A questa notizia Galahad andò a prendere le armi, sellò il cavallo, montò in sella e disse alla damigella: “Conducetemi dove volete, io vi seguirò ovunque a voi piaccia andare”.

Quella notte giunsero fino al mare. Là videro la nave sulla quale si trovavano Bors e Percival. Non appena scorsero da lontano Galahad gli gridarono: “Messere, siate il benvenuto! Noi vi abbiamo tanto atteso, ed ecco, grazie a Dio, siete arrivato! Fate in fretta, è tempo di andare alla suprema avventura che Dio ci ha preparato”.  

Egli salì sulla nave seguito dalla damigella. I due compagni fecero loro grande festa. Ed ecco la nave partì a grande velocità sul mare, spinta da un forte vento. Bors si tolse l’elmo; Galahad si tolse elmo e spada, ma non volle togliersi la corazza. Poi chiese ai suoi compagni se sapessero da dove venisse quella nave così bella di dentro e di fuori».

Percival rispose che vi era stato fatto salire con la promessa «“che non avrei tardato a essere in vostra compagnia; ma di questa damigella non mi è stato parlato affatto”. “In fede mia”, disse Galahad, “non sarei mai giunto qui se non mi avesse guidato. Sono qui più grazie a lei che a me stesso perché non mi trovavo su questa via. Quanto a voi due, compagni miei, non pensavo mai di trovarvi in un luogo così strano”. Tutti e tre presero a ridere, poi si raccontarono le proprie avventure».

Senza dubbio, non si può certo fare a meno di ridere pensando alla presenza di Percival e Bors in un simile luogo, che riguarda esclusivamente Galahad e la damigella, come si legge ancora nei misteri del Santo Graal:

«La storia che narro nuova per voi, parla di grandi prove di fede, di atti gentili di donna e della forza di un uomo tanto indomito che mai si piegò nella lotta».

La bellezza della nave, di dentro e di fuori, come già detto, rivelano che gli avvenimenti profetati sono importanti sia in sé, sia illuminanti.

Abbiamo visto che Percival, benché completamente armato, al contrario di Bors e Galahad, è privo di elmo. Ciò perché non si tratta dell’elmo ermetico che protegge la testa, bensì dell’esoterismo propriamente detto, di cui Percival è totalmente estraneo. Si tratta, insomma, della stessa Tradizione che abbiamo trovato nella chiesa che stiamo studiando.

Bors e Galahad, poi, si tolgono anch’essi gli elmi, poiché dovranno essere portati alla luce. Per lo più Galahad si toglie pure la spada, giacché, come abbiamo visto, lui non combatte direttamente.

Ciò che non si toglie, la corazza, simboleggia la speciale protezione Divina, come leggiamo nei Salmi (XCI, 1-4):

Qui habitat in protectione Altissimi, sub umbra Omnipotentis commorabitur. Dicet Domino: “Refugium meum et fortitudo mea, Deus meus, sperabo in eum”. Alis suis obumbrabit tibi, et sub pennas eius confugies; scutum et lorica veritas eius.

(Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, di’ al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido”. Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza).

Passiamo ora a parlare della suprema avventura, dove la protagonista principale è la damigella.

«Giunsero a un’isola selvaggia. Vi scorsero un’altra nave, dietro una roccia, che si poteva raggiungere soltanto a piedi.

“Miei signori”, disse la damigella, “su questa nave si trova il prodigio per il quale Nostro Signore vi ha fatto riunire. Conviene, dunque, avvicinarsi”.

Essi acconsentirono di buon grado. Scesero e avanzarono verso l’altra nave. Trovarono che era ancora più splendida di quella che avevano appena lasciata. Essendosi accostati per meglio vedere, scorsero sul bordo della nave un’iscrizione in caldeo che pronunciava una minacciosa sentenza per chiunque avesse voluto entrarvi. Eccola:

 

     Tu che vuoi salire a bordo, chiunque tu sia, guardati

 dall’entrare se non possiedi la piena fede, poiché

io non sono altro che la fede e la speranza.

Per poco che abbandoni la speranza io

 abbandonerò te, e non avrai da me né sostegno

né aiuto, ma ti priverò di tutto semmai tu perda la fede».

 

La seconda nave la si può raggiungere soltanto a piedi, ossia, ermeticamente, lungo la via terrestre o secca. Ciò significa che il prodigio ch’essa nasconde esula la stessa scienza e non è stato mai insegnato: bisogna proseguire senza illuminazione, da qui la necessità dei tre predestinati che conferisce ufficialità a questa parte del Chiliasmo, dandosi appuntamento sulla nave del Destino che li conduce fatalmente su quest’altra[15].

Così torniamo a leggere che tutti e quattro salirono subito sulla seconda nave e «dopo averla ben esaminata dichiararono che senza dubbio, su tutti i mari e su tutte le terre, non ne esisteva un’altra più bella. Mentre andavano avanti e indietro scoprirono un drappo magnifico, steso a mo’ di cortina su di un letto di straordinario splendore.

Galahad sollevò il drappo e vide il più bel letto del mondo; al capezzale c’era una ricca corona d’oro e ai piedi una spada scintillante, posta di traverso che sporgeva dal fodero di un buon mezzo piede.

Quella spada era di valore immenso e variamente adornata. Il pomo era fatto di una pietra che aveva in sé tutti i colori che è possibile trovare sulla Terra. E un’altra cosa aveva maggior pregio ancora: ciascuno dei colori aveva una virtù particolare. L’impugnatura appariva da sotto un magnifico drappo vermiglio su cui era scritto quanto segue:

 

 Sono straordinaria a vedersi, più meravigliosa a conoscersi.

Infatti nessuno poté mai impugnarmi, per quanto grande fosse la sua mano,

e nessuno potrà farlo, tranne uno solo.

Costui sopravanzerà tutti coloro che prima saranno stati

e che dopo di lui saranno.

 

Lessero quest’iscrizione poi si guardarono e dissero:

“In nome di Dio, qui si vedono cose straordinarie”. “In fede mia,” disse Percival, “io cercherò d’impugnare questa spada”. Vi pose la mano, ma non riuscì a stringere l’impugnatura e disse: “Credo proprio che queste parole dicano il vero”. Bors tentò a sua volta e non riuscì a fare niente di meglio. Dissero allora a Galahad:

“Messere, cercate voi di prenderla. Sappiamo per certo che riuscirete nell’impresa dove noi abbiamo fallito”.

Galahad guardava la lama della spada che, come avete udito, era tratta per metà fuori dal fodero: una nuova iscrizione, in lettere rosso sangue diceva:

 

Mai nessuno sia tanto ardito da estrarmi dal fodero

 se non sia chiamato a fare meglio e con più valore di ogni altro.

Chiunque all’infuori di lui mi estrar