|
|
|
Tematiche: Simbologia e Cultura Orientale Utility: Servizi:
|
Ermando
Danese Il
mistero cristiano(I parte) Nella
Seconda Epistola di San Pietro (III, 15-16) leggiamo: «Il
nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto secondo la sapienza che gli è
stata data, così fa in tutte le lettere in cui si tratta di queste cose. In
esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli
instabili le travisano, al pari delle altre scritture, per loro propria rovina». «L’allegoria
e la parabola» spiega Fulcanelli «sottrae al profano il mistero cristiano». Il
cristianesimo ha ereditato dalle altre religioni il modus operandi e ne
è collegato grazie all’analogia. In questo modo risulta abbracciato dalla
Grande Dama che si può ammirare a Notre-Dame di Parigi, come uno dei
tanti altri supporti della scienza antica. «Seduta
in trono» scrive Fulcanelli «ella ha nella mano sinistra uno scettro, segno di
sovranità, mentre nella destra tiene due libri, uno chiuso (esoterismo[1])
e l’altro aperto (essoterismo[2]).
Le
scienze antiche, trasmesse sotto il velo dei diversi emblemi, hanno a che fare
con la diplomazia (diple, doppio, e máthe, scienza), perché
contengono un doppio significato corrispondente a un doppio sapere, uno
apparente, comprensibile a tutti; l’altro profondo e nascosto, accessibile
soltanto agli iniziati». Ora,
chi è il profano? Oswald
Wirth, descrivendo il V arcano maggiore dei tarocchi che raffigura il Papa —
simbolo dell’autorità suprema della scienza — ce lo fa comprendere assai
bene. Il Papa, scrive, «si rivolge alle due categorie di fedeli, rappresentati
dai due personaggi inginocchiati davanti al trono pontificio. Uno tende le
braccia e alza la testa, come per dire: “Ho compreso!”; l’altro china la
fronte sulle mani giunte e accetta il dogma con umiltà, convinto della propria
incompetenza in materia spirituale». Quindi,
il profano è chiunque accetta soltanto il primo significato della scienza,
senza nemmeno sospettare l’esistenza di un secondo e profondo significato
abilmente dissimulato dai Saggi. La
difficoltà è tale da mettere sullo stesso piano sia un ministro di culto, sia
un semplice fedele, poiché questa scienza sta oltre la normale comprensione
delle altre. «Poiché
quest’incognita sorpassa i limiti dell’intelletto umano» spiega Fulcanelli
«non può essere acquisita che mediante la rivelazione Divina. “Dio,
ripetono i Maestri, procura la saggezza a chi gli sembra opportuno e la
trasmette mediante lo Spirito Santo, Luce del mondo”. Per questo la scienza è
detta dono di Dio, e un tempo era riservata ai suoi ministri, da ciò deriva il
nome di Arte sacerdotale ch’essa aveva all’origine». Ora,
noi persone “moderne”, attente e consapevoli, gente di questo inizio di
terzo millennio, certamente non siamo più il credulo uomo medioevale ma, senza
alcun dubbio, il primo uomo della figura allegorica che gridava: «Ho compreso!». Pertanto,
seguiremo ora quest’ultimo personaggio che partiva per andare ad assistere la
liturgia della Messa latina, cioè proprio come era celebrata un tempo. Purtroppo
il rito della Messa attuale ha visto delle innovazioni, e queste cose hanno
infierito un grave colpo alla scienza antica. «Il
rituale magico della messa latina» spiega Eugène Canseliet «profondamente
sconvolto, ha perso ogni valore, ed ora è perfettamente intonato con il
cappello floscio ed il completo scuro adottato da alcuni preti». In
alcune località, grazie a un revival più a livello folclorico che
religioso — nei rituali della Via crucis o di altre festività — le
nuove generazioni sono potute venire a conoscenza di molti punti della scienza
caduti ormai in disuso. Come
i vari rituali e la santa Messa, anche le nuove chiese costruite a libera
fantasia hanno perso il loro insegnamento nascosto. Ma queste, che potrebbero
essere preoccupazioni nostre, non toccavano il nostro personaggio, la chiesa
dove egli si recava era costruita fedelmente secondo l’Arte muratoria:
facciata con tre portali in direzione ovest, tre rosoni di cui due identici
sulle pareti nord e sud, e un altro più grande sulla facciata ovest. «Ci
basti sapere» scrive Canseliet, «che le meraviglie del nostro medioevo
contengono la stessa verità positiva, gli stessi fondamenti scientifici delle
piramidi d’Egitto, dei templi greci, delle Catacombe romane e delle basiliche
bizantine». Il
compito del cristiano costituiva, per dirla con Fulcanelli, «l’astrusa
esegesi dei simboli misteriosi», cioè doveva spogliare il simbolo dal velo
esoterico, decifrando gli enigmi che proponeva la scienza alla sagacia del
ricercatore. Sull’altare del sacrificio della scienza doveva bruciare il suo sapere superficiale — «avere il coraggio» come dice Fulcanelli «di dimenticare tutto ciò che aveva imparato» — affinché dal vestito primitivo ne scaturiva la verità sempre nascosta e protetta da millenni, e tramandata di religione in religione. «Arde
ormai il sole nel cielo» scrive Alfredo Cattabiani «come dichiara anche il
nome della stagione, aestas in latino, dal verbo aestuare,
avvampare. Dal
solstizio fino all’equinozio la Natura è in festa e in festa sono i paesi
dove palî e sagre, cristianizzazioni degli antichi riti agricoli, si susseguono
fino all’autunno, dedicati a un santo o alla Madonna cui si attribuirono
alcune funzioni della Grande Madre dai molti nomi: Cerere romana, Cibile frigia,
Iside egizia». In
un volantino di programma religioso si legge: «Durante
questi festeggiamenti ci rendiamo più disponibili all’ascolto della parola di
Dio cercando di lasciare un’impronta in questo inizio di III Millennio. Anche
il nostro tempo deve conservare questi gesti esteriori di religiosità popolare
che si tramanda di generazione in generazione». È
proprio così, osservando una vecchia foto di una processione di un santo o
della Madonna, del XX o anche del XIX secolo, si può notare come la scienza è
sopravvissuto al passato tra le braccia del popolo. Osserviamo,
ora, il nostro personaggio medioevale mentre intraprendeva il cammino che lo
portava in chiesa. L’esoterismo iniziava già da questo momento: dalla sua intenzione di recarsi in chiesa, al santuario dove poteva ascoltare la parola di Dio. San
Paolo[3]
svela che «la parola di Dio è il segreto che è rimasto nascosto sempre e in
ogni età, e che egli rivela a colui che giudica degni». «Questa
parola di Dio» spiega Fulcanelli «non è altro se non il verbum dimissum
del Trevisano e la parola perduta dei framassoni medioevali, quella che tutte le
confraternite ermetiche sperano di trovare e la cui ricerca costituisce lo scopo
dei loro lavori e la ragion d’essere della loro esistenza. Questo
è lo scopo dell’alchimista, la sua ragion d’essere; questa ci sembra essere
la sua vera missione terrestre e la causa della propria salvezza». Mentre
si dirigeva verso la chiesa egli interpretava il pellegrino ermetico. Cammino
difficile e allegorico che parafrasava lo studioso votato alle veglie per
decifrare gli enigmi dell’alta scienza, che permetteva alla mente di aprirsi. Nell’ermetismo
questo particolare è stato piacevolmente figurato nel pellegrinaggio a San
Giacomo di Compostella. «Sentiero
aspro» scrive Fulcanelli «gravoso, pieno d’imprevisti e di pericoli. Strada
lunga e faticosa è quella dove si giunge a esaltare a poco a poco, la virtù
diffusa e latente, trasformando in attività ciò che era solo in potenza.
L’operazione è compiuta quando appare alla superficie una stella brillante. I
Saggi, dunque, hanno velato, con l’allegoria del pellegrinaggio a Compostella,
la delicata preparazione della materia prima [intelligenza] o mercurio comune». Un
suggestivo itinerario a percorso iniziatico, ce lo descrive Jean Markale che,
insieme alla sua compagna, si recarono alla cattedrale di Notre-Dame di Chartres. «Finii
per scoprire una strada che saliva, ma tortuosamente, talvolta restringendosi,
talvolta allontanandosi dalla meta attesa con deviazioni lungo i fianchi della
collina verso spazi da cui si dominava un amalgama di tettoie e giardini. D’un
tratto sbucammo sotto l’abside della cattedrale. Bastava salire ancora qualche
metro. Eravamo ormai a livello del santuario, sulla grande piazza. Così mi
apparve, in tutta la sua maestà e in tutto il suo mistero, quella cattedrale
che mi si rivelava al termine di un cammino iniziatico attraverso le stradine di
una città non comune. Fu
una vera apparizione, e come tale la sentimmo tutti e due; uno choc profondo,
pur nella sua brevità, e tanto intenso quanto spontaneo». Il
nostro personaggio arrivava, così, sul sagrato della chiesa. Giuseppe Porto
ricorda che questo era il luogo «dei mendicanti, dei ciechi, degli sciancati,
dei “segnati da Dio”, come recitava l’antico proverbio». Essi
portavano il segno di Caino (Genesi, IV, 15) perché avevano ucciso il
fratello. Immagine dell’umanità malata che si dibatteva nelle tenebre
dell’ignoranza, avevano tuttavia la possibilità di entrare nel santuario
ermetico, purtroppo chiuso da tre portali (esoterismo). Affinché
potessero guarire, le chiese possedevano dei pozzi sacri dalle acque
miracolose (acqua viva). «La
fontana di vita o fontana di giovinezza» scrive Fulcanelli «si ritrova
materializzata nei pozzi sacri posseduti, nel medioevo, dalla maggior parte
delle chiese gotiche. L’acqua che vi si attingeva era considerata di grandi
virtù curative e la si usava nella cura di alcune malattie. Ancora oggi esiste,
all’interno della basilica gotica di Notre-Dame de Lépine
(Marne), un pozzo miracoloso, chiamato pozzo della Santa Vergine, ed un pozzo
analogo sta in mezzo al coro di Notre-Dame de Limoux (Aude); la
sua acqua, si dice, guarisce tutte le malattie; esso reca quest’iscrizione: Omnis
qui bibit hanc aquam, si fidem addit, salvus erit. Chiunque
beve di quest’acqua, se vi aggiunge la fede, starà bene». A
Notre-Dame di Parigi, un tempo, si trovava una fontana monumentale
proprio al centro del sagrato, dove campeggiava una scritta pure in latino: Qui
sitis, huc tendas: desunt forte liquores, pergredere, aeternas diva paravit
acquas. O
tu che hai sete, vieni qua: se per caso mancano le onde, per gradi, la Dea, ha
preparato le acque eterne. Abbastanza
suggestivo è, invece, la fontana che si trova presso una piccola chiesa rurale
posta sotto la protezione di Sant’Agnese, nel territorio di Città
Sant’Angelo (PE), perché qui è usanza buttarvi dentro il pane. Le
donne incinte bevono quest’acqua perché, si dice, favorisce il latte. Un’altra
piccola chiesa rurale si trova nel comune di Collecorvino (PE), posta sotto
l’invocazione di Santa Lucia. Anche qui si trova una fontana sacra e meta di
pellegrini, che tuttora accorrono dalle zone circostanti per bagnare i loro
occhi con l’acqua miracolosa della fontana per preservarli dai malanni; e, se
malati, possano, per intercessione della Santa, guarire e vedere. Una
volta di fronte alla chiesa, il nostro personaggio si soffermava a osservare
tutta l’imponenza dell’edificio carico di profondi significati. Le
chiese costruite secondo la rigorosa tradizione fanno riferimento al quadrato
del sole che figura i quattro elementi della filosofia antica. Robert Wernick fa
notare che «questo mistico quadrato del sole, spiega Michell, è una
disposizione di numeri in fila come in una cartella di tombola, nella quale ogni
fila — verticale, orizzontale o diagonale — dà come risultato 111». «Recentemente
si è scoperto» scrive Giuseppe Porto «che 111 m corrisponde alla millesima
parte di un grado dei meridiani. Questo richiama la prassi medioevale seguita
per costruire le cattedrali gotiche, le cui navate avevano una lunghezza pari
alla millesima parte della larghezza del grado del parallelo geografico su cui
le cattedrali stesse sorgevano». Infatti,
tanto per fare un esempio, l’archeoastronomo Aldo Tavolaro scrive che «la
cattedrale di Chartres sorge su un parallelo geografico (48°26’53”) la cui
lunghezza di un grado è di 74 km. Ebbene, la lunghezza della navata della
chiesa è di 74 m (millesima parte) e quella del coro di 37 metri (duemillesima
parte) e 37 metri è alta la volta ed altrettanto profondo il pozzo celtico». La
stessa facciata della chiesa tradizionale rientra in questo ordine di cose. Se
la chiesa è piccola, la facciata misura m 6,30. Tale larghezza, scrive Tavolaro,
«moltiplicata per il numero d’oro 1,618 dà la lunghezza del lato. Va notato
che la larghezza della facciata misurata all’esterno (m 6,30) rappresenta la
milionesima parte della lunghezza del raggio terrestre (km 6.300). Va rilevato,
al riguardo, che sovente, quando la chiesa è più grande, la facciata è larga
il doppio, ossia m 12,60 (milionesima parte del diametro terrestre). Non
dobbiamo dimenticare che nell’antichità i simboli occupavano molto spazio, e
vi erano simboli più accessibili (in exterioribus) che parlavano
alla massa, e altri (in interioribus) che parlavano a pochi che
potevano intendere». La
direzione della chiesa era pure determinante. «I
famosi Ordines romani» ricorda Tavolaro «erano precisi e severi e
stabilivano che le chiese fossero costruite versus orientem». «Tutte
le chiese» insegna Fulcanelli «hanno l’abside rivolta verso sud est e la
loro facciata verso nord ovest, mentre i transetti, che formano il braccio
trasversale della croce, sono orientati nella direzione nord est, sud ovest.
Quest’orientazione è invariabile, deliberatamente voluta, in modo che i
fedeli e i profani, entrando in chiesa da occidente, avanzassero verso il
santuario con la faccia rivolta verso il luogo dove sorge il sole, verso
oriente. Essi lasciano le tenebre e vanno verso la luce. In
seguito a questa disposizione, uno dei tre rosoni che ornano il transetto e il
grande portico non è mai illuminato dal sole; è il rosone settentrionale che
s’irradia nella faccia del transetto sinistro. Il secondo fiammeggia al sole
di mezzogiorno; è il rosone aperto all’estremità del transetto destro.
L’ultimo s’illumina ai raggi colorati del sole che tramonta; è il grande
rosone del portale, di gran lunga più grande, per estensione e per bellezza,
dei suoi fratelli laterali». Come
vediamo, le chiese sono state orientate verso il sorgere del sole al solstizio
d’inverno (sud est). Marcel Moreau segnala che «le vecchie chiese di Roma
sono state orientate verso questo solstizio invernale». «È
interessante sapere» scrive Tavolaro «che la chiesetta rurale di San Giorgio
in Bari (XI, XII secolo), ha l’abside rivolta esattamente in direzione del
sorgere del sole al solstizio d’inverno. Inoltre
Tavolaro ci segnala un’altra chiesetta rurale in provincia di Bari, quella «di
Santa Maria a Cesano (XI secolo) nel territorio di Terlizzi. La prima cosa da
dire è che la larghezza della chiesa, e quindi la facciata, è di m 6,30. La
sua linea è tracciata sul terreno nel senso Sud-Nord, secondo l’asse del
mondo. Dalle estremità di tale linea si partono normali verso Est altre due
linee (i lati della chiesa) la cui larghezza sarà determinata dalle diagonali
che aprono su detti lati un angolo di 25° pari a quello di culminazione del
sole al solstizio d’inverno alla latitudine su cui sorge la chiesa. La
culminazione solare del solstizio d’inverno è stata inserita nella pianta
della chiesa, nella quale per tre volte è applicata la divina
proporzione. La seconda culminazione, quella estiva, la troveremo nel rapporto
base altezza». Il
solstizio d’inverno è la luce più corta dell’anno, e indica la primitiva
illuminazione miserabile o appena materializzata. È il mattino, l’alba, la
nascita della luce o del bambino ermetico: del Bambinello di Natale col suo
recondito significato, poiché è festeggiato qualche giorno dopo il solstizio. Infatti,
è qualche giorno dopo il solstizio d’inverno, simbolo del sole appena nato (dies
natalis Solis) che avviene il festeggiamento, per indicare che il vero
inizio della Grande Opera è quando l’illuminazione è stata assimilata. Lo
stesso insegnamento lo segnalava a Stonehenge il sole con la Heel Stone. Segnaleremo
pure la stella di Natale che appare sulla mangiatoia del Bambino Divino.
Fulcanelli spiega che «stella (dal latino stella) significa fissazione
del sole. Questa stella brillante, formata da raggi provenienti da un centro
unico, è prototipo dei grandi rosoni delle nostre cattedrali gotiche». Quindi,
i rosoni della chiesa ripetono lo stesso insegnamento. Quello settentrionale
simboleggia la psiche priva d’illuminazione. Tuttavia, l’assenza di luce è
relativa poiché, grazie alla rivelazione spirituale, ben presto fiammeggia al
sole di mezzogiorno. Il rosone del lato ovest, o principale, è la traduzione
esemplare della realizzazione della Grande Opera, con la luce che la psiche ha
catturato durante l’illuminazione (giorno), per tutte le fasi colorate del
Magistero. Infatti, i vetri dei rosoni sono policromi e filtrano la luce
all’interno del buio della chiesa (psiche). (continua-) Ermando Danese 'Il Mistero Cristiano'
[1]Dal
greco esoterikós, interno,
insegnamento
riservato. [2]Dal
greco eksoterikós, esterno, insegnamento pubblico. [3]Lettera
ai colossesi,
cap. I, v. 26. La Bibliografia essenziale verrà inserita nell'ultima parte del manoscritto. |